martedì 2 dicembre 2014

PROVENZA, TERRA SENZA TEMPO - 5

Trasmettere attraverso immagini e colori. Il miglior modo per esprimere, al ritorno da ogni viaggio, quelle sensazioni sottili che sarebbe più complesso tradurre in parole. La Provenza, nel sud della Francia, terra di paesaggi senza tempo, di natura rispettata, di profumi e odori intensi esaltati dal sole mediterraneo, merita di essere raccontata lasciando spazio alle luci più che alle lettere. Perchè talvolta non è necessario dilungarsi troppo nel descrivere ciò che si percepisce immediatamente, la bellezza oggettiva.


5- PARC ORNITHOLOGIQUE DE PONT DE GAU




Fenicotteri rosa che sembrano fluttuare, leggiadri, protetti dal silenzio delle acque e dalla vegetazione rigogliosa di uno dei luoghi più suggestivi e magici della Provenza, il parco ornitologico di Pont De Gau, nel cuore della Camargue.
Non solo tori neri e cavalli bianchi, quindi, ma anche gli eleganti e aulici volatili, assieme ad altre 350 specie migratorie, sono lì a riposarsi dai lunghi viaggi verso nord o sud e ad arricchire di poesia un luogo che sanno accogliente e sicuro, salvaguardato e valorizzato nel rispetto dell'immenso patrimonio paesistico e naturalistico che esso rappresenta.
Nel quieto crogiolarsi ai caldi raggi del sole per riguadagnare le forze, aprendo le imponenti ali dai vivaci colori e comunicando con versi tenui che penetrano l'aria profumata, quelle meravigliose creature forse non sanno quanto abbiano da imparare gli umani, spesso obnubilati dalla propria presunta superiorità, dalla semplicità dei gesti dettati dalla Natura, educatrice universale che tanto ancora, e soprattutto ora, avrebbe da insegnare ai propri figli più stupidamente boriosi. 


Fenicotteri rosa si riposano nelle acque del parco ornitologico di Pont De Gau


mercoledì 12 novembre 2014

PROVENZA, TERRA SENZA TEMPO - 4


Trasmettere attraverso immagini e colori. Il miglior modo per esprimere, al ritorno da ogni viaggio, quelle sensazioni sottili che sarebbe più complesso tradurre in parole. La Provenza, nel sud della Francia, terra di paesaggi senza tempo, di natura rispettata, di profumi e odori intensi esaltati dal sole mediterraneo, merita di essere raccontata lasciando spazio alle luci più che alle lettere. Perchè talvolta non è necessario dilungarsi troppo nel descrivere ciò che si percepisce immediatamente, la bellezza oggettiva.


4 - AIGUES MORTES, CAVALLI BIANCHI E TORI NERI




Gli imponenti bastioni che si stagliano all'orizzonte arrivando ad Aigues Mortes invogliano il visitatore a tuffarsi in questo borgo che sembra aver sconfitto il tempo, fermando l'eterno moto delle lancette agli anni di Luigi IX, il re santo che volle stabilire proprio lì, tra paludi e lagune che ancora oggi rappresentano autentici tesori di natura e paesaggio, un imbarco per le navi che salpavano verso il Medio Oriente e la Crociata del 1248.
Un piccolo scrigno perfettamente conservato le cui fortificazioni, totalmente percorribili tra merli e torri, fanno viaggiare con la mente e con lo spirito, ma anche con lo sguardo, su quella Petite Camargue che regala scorci meravigliosi su territori di straordinaria bellezza.


Cavalli bianchi e tori neri tipici della Camargue governati dai Gardian


martedì 28 ottobre 2014

PROVENZA, TERRA SENZA TEMPO - 3


Trasmettere attraverso immagini e colori. Il miglior modo per esprimere, al ritorno da ogni viaggio, quelle sensazioni sottili che sarebbe più complesso tradurre in parole. La Provenza, nel sud della Fra,ncia, terra di paesaggi senza tempo, di natura rispettata, di profumi e odori intensi esaltati dal sole mediterraneo, merita di essere raccontata lasciando spazio alle luci più che alle lettere. Perchè talvolta non è necessario dilungarsi troppo nel descrivere ciò che si percepisce immediatamente, la bellezza oggettiva.


3 - ABBAZIA DI MONTMAJOUR E ARLES





L'abbazia che sorse dalle paludi sull'ultimo costone roccioso prima delle pianure e del mare, quasi un solenne commiato delle Piccole Alpi prima che la terra si spogli di ogni altura. Montmajour, dove si stabilì nel x secolo una comunità di monaci benedettini che edificò più tardi una chiesa e una cappella. Un luogo che ancora oggi emana il fascino della storia e dei secoli, la cultura di una terra. Il profilo imponente della torre e delle mura si staglia all'orizzonte, ben visibile dall'arena di Arles, diversi chilometri più a sud. Il passato romano della città alle porte della Camargue accompagna il visitatore avvolgendolo in un'atmosfera magnetica e senza tempo, in un contesto di grande rispetto per l'arte e per le bellezze che il passato ha tramandato all'oggi. Per contagiare il presente con la luce del genio.



Abbazia di Montmajour

lunedì 13 ottobre 2014

PROVENZA, TERRA SENZA TEMPO - 2


Trasmettere attraverso immagini e colori. Il miglior modo per esprimere, al ritorno da ogni viaggio, quelle sensazioni sottili che sarebbe più complesso tradurre in parole. La Provenza, nel sud della Francia, terra di paesaggi senza tempo, di natura rispettata, di profumi e odori intensi esaltati dal sole mediterraneo, merita di essere raccontata lasciando spazio alle luci più che alle lettere. Perchè talvolta non è necessario dilungarsi troppo nel descrivere ciò che si percepisce immediatamente, la bellezza oggettiva.


2 - AVIGNONE, VILLENEUVE LES AVIGNON E PONT DU GARD





La città dei Papi con le sue mura poderose e lo sfarzo che caratterizzò il periodo dei 7 Pontefici francesi, tra il 1309 e il 1377, accoglie i visitatori con imponenti palazzi e un'intensa vita culturale. Appena fuori città, passato il Rodano che segna il confine amministrativo tra Vaucluse e Gard, si arriva a Villeneuve Les Avignon, un sobborgo quieto e ricco di storia. Fort St. Andrè, che domina Villeneuve, è un autentico scrigno di bellezze, dal giardino ai resti archeologici del cimitero e delle chiese interne alle mura, che non ha niente da invidiare al Palais des Papes della vicina e più nota città, così come la splendida Torre di Filippo il Bello e la chiesa di Notre Dame.
Per concludere una meravigliosa giornata di arte e scoperta quale miglior approdo se non Pont Du Gard? La colossale struttura a tre livelli che attraversa la valle del Gradon costituiva l'acquedotto più alto di tutto l'impero romano. Un capolavoro architettonico e ingegneristico assoluto.   



Avignone - Palazzo dei Papi e Madonna Dorata della Cattedrale di Notre Dame des Doms da Pont St. Benezet

martedì 7 ottobre 2014

PROVENZA, TERRA SENZA TEMPO


Trasmettere attraverso immagini e colori. Il miglior modo per esprimere, al ritorno da ogni viaggio, quelle sensazioni sottili che sarebbe più complesso tradurre in parole. La Provenza, nel sud della Francia, terra di paesaggi senza tempo, di natura rispettata, di profumi e odori intensi esaltati dal sole mediterraneo, merita di essere raccontata lasciando spazio alle luci più che alle lettere. Perchè talvolta non è necessario dilungarsi troppo nel descrivere ciò che si percepisce immediatamente, la bellezza oggettiva.   


1 - LES ALPILLES, DA SALON DE PROVENCE A DAUDET





Girando attorno alle "Piccole Alpi" la Provenza inizia a regalare i primi scorci romantici. Rocce chiare che si stagliano su paesaggi ameni, borghi arroccati e antiche vestigia care a pittori e scrittori, da Van Gogh a Daudet. Da Salon e St. Remy, le città di Nostradamus, a Les Baux, incastonata nella roccia a picco sulla valle che porta ad Arles. Fino a Fontvielle, dove i mulini e i resti di acquedotti romani si guardano da secoli.


St. Remy De Provence - Les Antiques

 

sabato 20 settembre 2014

LA VILLA CHE NACQUE DA UN PRODIGIO




Costruita su un collina boscosa affacciata sul Tevere, tra le vie Flaminia e Tiberina, oasi culturale assediata dal cemento di Colle Salario e del Labaro, sopravvivono stoicamente per trasmettere la bellezza di ciò che fu all'uomo d'oggi sempre più perduto nell'oblio del disinteresse, le antiche vestigia della Villa di Livia. Sito archeologico tanto affascinante quanto ignoto ai più, esso è infatti quasi introvabile per la mancanza della minima segnaletica stradale.
Il luogo fu denominato Ad Gallinas Albas dagli autori antichi per un prodigio occorso a Livia Drusilla, moglie dell'imperatore Augusto, narrato da Plinio: "Un'aquila lasciò cadere dall'alto in grembo una gallina di straordinario candore che teneva nel becco un ramo d'alloro. Gli aruspici ingiunsero di allevare la gallina e la sua prole, di piantare il ramo e custodirlo religiosamente". Questo avvenne nella Villa dei Cesari che dominava il fiume Tevere al IX miglio della via Flaminia "dove nacque prodigiosamente un boschetto". Dopo il matrimonio con Livia Drusilla, Augusto ristrutturò la residenza e ne fece una villa.
Dopo l'abbandono avvenuto nel V secolo d.c. e i secoli di degrado che ne seguirono, il sito fu rinvenuto nel 1863, ma solo nel 1982 venne acquisito dalla Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma e sottoposto a tutela.
Un luogo istruttivo, non solo per l'eredità culturale che esso trasmette all'oggi, ma anche per l'utile confronto visivo, immediato data la vicinanza con i quartieri cresciuti nelle vicinanze, tra i differenti usi che antichità e modernità hanno fatto del territorio. Per constatare quanto poco insegnamento il presente abbia tratto dal passato. 
 

Villa di Livia, particolare del Ninfeo sotterraneo

lunedì 18 agosto 2014

SCORCI E SAPORI NELLA TOSCANA DEL SUD



Il posto giusto in cui lasciarsi trasportare dalla curiosità del viaggio itinerante, percorrendo strade morbidamente serpeggianti che avvolgono colline assolate e punteggiate di vigne e ulivi. Oppure perdendosi nei vicoli tortuosi di borghi arroccati su costoni tufacei protetti da fitti boschi, magari alle pendici di imponenti montagne alla cui ombra prosperano paesi tanto piccoli quanto ricchi di storia e storie.
E dopo tutto questo peregrinare affascinante abbandonarsi alla frescura delle pinete, oltrepassate le quali, infine, ci si immerge nelle invitanti acque che bagnano la costa sabbiosa, riposandosi per il tempo sufficiente a riprendere le forze, per poi ricominciare.
La Toscana meridionale offre un tale spettacolo di bellezza e ricchezza culturale, paesaggistica ed enogastronomica da rapire il visitatore al primo incontro. Quella di Grosseto, il cui territorio coincide con la parte più a sud della nobile Regione, non ha alcunché da invidiare alle province forse più note come Siena o Firenze.
Da Pitigliano a Sovana e Sorano, i borghi del tufo incuneati tra Toscana, Umbria e Lazio, al parco della Maremma e le sue pinete selvagge e perfettamente conservate, passando per le dolci colline sopra Sasso D'Ombrone, dove diverse aziende agricole perpetuano la grande tradizione vitivinicola e olivicola del territorio.
La Toscana meridionale è davvero un luogo in cui si torna volentieri.


Scorci dalla Toscana meridionale - Cinigiano (GR)

martedì 5 agosto 2014

BORGHI E CASTELLI NEL CUORE DELL'ISTRIA



Il diamante del Mediterraneo brilla sempre di una luce nuova. La penisola istriana dalla curiosa forma triangolare che ricorda un cuore o, appunto, un diamante, è fucina inesauribile di scorci affascinanti che sorprendono anche il visitatore più assiduo e affezionato.
Dalla costa all'entroterra, separate da poche decine di minuti in auto, è possibile respirare atmosfere sorprendentemente diverse data la vicinanza geografica. Mari e monti a un passo, con relativa ricchezza enogastronomica, paesaggistica e culturale.
Dai borghi brulicanti della costa, con i classici campanili in gotico veneziano alle rocche dell'interno, protette dal silenzio delle colline punteggiate di vigneti e boschi lasciati intatti dall'uomo. Arte e natura in un connubio armonioso, entrambe rispettate da comunità che hanno ben compreso che il paesaggio non è solo ricchezza economica, ma anche fonte inesauribile di vita, cultura e cittadinanza.
Bale, l'italiana Valle, con il suo centro recuperato senza forzature speculative e moderniste e trasformato in albergo diffuso, conserva nei vicoli l'aria dei secoli che l'hanno edificata. Le rovine romantiche di Dvigrad, nel cuore dell'Istria immerso nei boschi, e il gioiello di Svetvinčenat, Sanvincenti per il nostro idioma, perle quiete conservate nella natura e recuperate nel rispetto dei luoghi.
Bellezze da vivere per conoscere ma anche per imparare l'importanza della difesa dei territori e della loro cultura.


Dvigrad, Duecastelli - Istria, Croazia



martedì 8 luglio 2014

LA REGGIA CAPOLAVORO DELL'ARCHITETTURA CLASSICA




Un inno alla bellezza, un manifesto della grandezza e dell'arte degli antichi. Villa Adriana a Tivoli, alle porte di Roma, un tesoro di valore assoluto, tra i più importanti siti archeologici e culturali del nostro Paese, è stata dichiarata nel 1999 patrimonio dell'umanità. Un complesso grandioso realizzato su un'area di almeno 120 ettari dall'imperatore Adriano, che decise di spostare la propria residenza fuori da Roma in un territorio verde e ricco di acque, tra il 118 e 138 d.c., 
"Le fonti letterarie", si legge nel sito ufficiale, "ci tramandano che Adriano, personalità estremamente versatile, amò in particolar modo l’architettura, cui si dedicò personalmente; le caratteristiche dell’impianto della Villa, che si differenziano dalle consuetudini architettoniche dell’epoca, dimostrano fuori ogni dubbio questa sua partecipazione e competenza". Edifici residenziali, terme, ninfei, padiglioni, giardini, in un'alternanza armoniosa di forme e colori che riempiono l'animo ad ogni passo. 
Tappa irrinunciabile lungo il percorso di conoscenza dell'antica Roma, Villa Adriana è uno tra i più splendenti gioielli ancora sopravvissuti all'oblio culturale che caratterizza l'Italia dei nostri giorni. Basta posare lo sguardo su ciò che l'uomo è stato in grado di fare appena oltre le reti che delimitano quei 40 ettari visitabili su oltre 120 di estensione totale. Colate di cemento a perdita d'occhio da ogni lato, un assedio tutt'altro che simbolico della stoltezza sulla sapienza, dell'avidità sull'equilibrio.
Contemplare le bellezze di Villa Adriana significa dare forza a ciò che di importante ancora sopravvive attorno a noi. Perché il futuro, senza la luce del passato, semplicemente non esiste.  



Edificio con pilastri dorici

mercoledì 4 giugno 2014

L'ANTICA COPPA BRINDA ALLA GRANDE NECROPOLI



Il trofeo torna ai detentori, ma non c'entrano niente i  mondiali di calcio. Si tratta di un riconoscimento molto più importante, legittimato non dagli uomini ma dalla storia. La Kylix di Euphronios, capolavoro dell'arte greca del 500-490 a.C. firmata dal celebre vasaio e dal suo allievo Onesimos come ceramografo è in mostra nella natia Cerveteri, dove fu trafugata e rivenduta negli anni '80 per finire poi nel prestigioso Getty Museum di Los Angeles fino al 1999, anno in cui venne restituita all'Italia.
Un ritorno, solo temporaneo dato che la casa d'adozione dell'opera è il museo di Valle Giulia a Roma, con cui l'antica Caere, Vetus appunto, per distinguerla dalla vicina Ceri che invece era Novum, festeggia il decennale dell'ingresso della sua Necropoli della Banditaccia nella World Heritage List dell'Unesco.
Un calice idealmente alzato per celebrare una parte prestigiosa della millenaria vita di un tesoro inestimabile e unico. La Kylix infatti era una coppa utilizzata per il vino e i suoi frammenti, i cui disegni raffigurano momenti drammatici della guerra di Troia, furono ritrovati proprio a Cerveteri, nella necropoli di S. Antonio e venduti singolarmente per un maggiore profitto. Una storia comune a molte, troppe opere nel Belpaese.
A poca distanza dal Museo Nazionale Cerite, che ospita temporaneamente il capolavoro ritrovato del genio greco, si trova la più grande necropoli dell'area mediterranea con i suoi circa 100 ettari di estensione, di cui 10 aperti al pubblico, che rapisce il visitatore in un viaggio onirico attraverso i secoli e immerso nella natura in uno degli angoli più suggestivi del Lazio. Sentieri che si snodano tra antiche vestigia e percorsi multimediali che illustrano i contesti dei ritrovamenti. 
Caere Vetus con i suoi tesori rappresenta, al pari delle altre gemme culturali che abbelliscono il nostro Paese, qualcosa di molto più rilevante di un "semplice" patrimonio dell'umanità. Tali meraviglie infatti sono le radici spirituali di ogni cittadino, fonti di conoscenza e consapevolezza, i fondamenti della nostra sovranità. 



La Kylix di Euphronios


mercoledì 7 maggio 2014

TARKNA, LA MADRE DELL'ETRURIA





Le radici di una delle civiltà più misteriose della storia, in una terra ricca di quella bellezza che i millenni regalano e del fascino che nasce dalle leggende.
L'antica città etrusca di Tarquinia, Tarkna in origine, Tarquinii per i latini, nel cuore della Tuscia viterbese tra colline e mare, fu fondata secondo il mito da Tarconte, fratello o figlio di Tirreno, mentre arava il proprio campo non lontano dal fiume Marta. "Da un solco appena aperto dall'aratro", si legge nella guida ufficiale della città, "balzò un essere divino, fanciullo nell'aspetto e vecchio nella saggezza, Tagete, che rivelò agli etruschi la disciplina della propria religione. Tarchon raccolse la disciplina nei libri che chiamò tagetici e tracciò con l'aratro, intorno al luogo del prodigio, il perimetro della città che fu sacra al popolo etrusco".
La storia del territorio su cui nasce Tarkna inizia però molto prima di Tarconte. Le prime testimonianze archeologiche infatti risalgono "all'età del bronzo finale, XII secolo a.c., anche se solo a partire dall' VIII Tarquinia sarà ritenuta 'grande e fiorente' (Dionigi di Alicarnasso) e 'la più ricca d'Etruria' (Cicerone)". Nel VI e V secolo a.c. Tarkna vive il momento di massima prosperità, arrivando a dominare fino al lago di Bolsena e sviluppandosi economicamente e culturalmente.
Poi inizia l'ascesa di Roma, che nel III secolo a.c. la conquista definitivamente. "Nel tardo periodo imperiale la decadenza divenne inarrestabile e nell'alto medioevo il pianoro della Civita", luogo originario su cui sorse Tarquinia, "si spopolò, finché nell' VIII d.c. la sede episcopale fu spostata nella vicina Corneto", il nome che la città madre dell'Etruria mantenne fino al XIX secolo, prima di tornare ad essere Tarquinia nel 1922.
Un luogo di immenso valore culturale, di sconfinata bellezza, dal 2004 patrimonio Unesco, a pochi chilometri da Roma. 3000 anni di storia, dal Museo Nazionale Etrusco di palazzo Vitelleschi che ospita, tra gli altri capolavori, l'altorilievo dei "Cavalli Alati", simbolo della città, fino ai 19 ipogei accessibili nella necropoli di Monterozzi, poco fuori dalle mura medievali. All'interno di queste le splendide torri che ricordano S. Gimignano e molte antiche chiese.
L'antica Tarkna, tesoro inestimabile da cogliere con la curiosità degli occhi e la sensibilità dell'anima, da ammirare, proteggere e tramandare. Un lembo dell'anima vera del nostro Paese.



Necropoli di Monterozzi, Tarquinia - Tomba dei Leopardi

mercoledì 23 aprile 2014

L'IMPERATORE E IL SUO TEMPIO




Il simbolo della gloria di Roma incarnata nelle conquiste del suo primo imperatore. L'Ara Pacis Augustae, altare edificato nel 9 a.c. e dedicato alla Dea della Pace oltreché ai successi militari e politici di Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, meglio noto come Augusto, emblema dell'età di passaggio dalla Repubblica al Principato.
"L'Ara Pacis rappresenta uno degli esempi più alti dell'arte classica", si legge nella guida ufficiale del museo che custodisce l'importante opera. "La sua costruzione fu decretata dal Senato Romano nel 13 a.c. per onorare il ritorno di Augusto dalle province di Gallia e Spagna, dove nel corso di tre anni l'imperatore aveva consolidato il potere di Roma e suo personale, aperto nuove strade, fondato colonie".
L'altare, in origine, si trovava in un luogo diverso da quel Lungotevere in Augusta dove oggi è possibile ammirarlo e furono vicissitudini complesse a portarlo dove è ora. "L'altare venne edificato lungo Via Flaminia", prosegue la guida, "al confine del Campo Marzio settentrionale, ma la natura alluvionale dell'area e le inondazioni del Tevere, depositando strati di limo sull'area, determinarono ben presto l'interramento dell'Ara, di cui si perse completamente memoria". Fu proprio lo storico fiume della Città Eterna a seppellire, letteralmente, la memoria del sito. Fino alla terza decade del secolo scorso.
"La ricostruzione del monumento fu decisa in vista della ricorrenza, nel 1937/38, del bimillenario della nascita di Augusto. Affidata all'archeologo Giuseppe Moretti, essa fu materialmente realizzata nell'estate del 1938 all'interno del padiglione di Via di Ripetta, edificato in tutta fretta a partire da un progetto dell'architetto Ballio Morpurgo". L'opera fu allora ubicata laddove è tuttora, sul Lungotevere, ma la storia non era ancora finita.
"L'Ara Pacis ha rischiato", conclude la guida "di essere compromessa dall'inadeguatezza del suo contenitore, che non poteva isolarla dal traffico, dai gas di scarico, dal surriscaldamento, dall'umidità in risalita e dalle polveri grasse e acide che si depositavano sui suoi marmi e sugli intonaci". Recentemente perciò è stato progettato un nuovo complesso per la conservazione del monumento, la controversa teca di Richard Meier.
Augusto, dal bimillenario della nascita a quello della morte, che cade proprio quest'anno, rimane uno dei simboli della millenaria storia di Roma e di un tempo lontano di cui, specialmente oggi, poter andare orgogliosi.
Se L'Ara Pacis ha trovato una cornice consona alla propria grandezza e a quella dell'uomo a cui è dedicata, altrettanto non si può dire del mausoleo, a pochi passi dall'Altare stesso, che ospitò le spoglie dell'imperatore e che porta il suo nome. La speranza è che anche quel luogo d'altissimo valore storico e culturale possa trovare destino più dignitoso dell'abisso di degrado in cui sprofonda ancora oggi, a duemila anni dalla morte di uno dei più grandi emblemi della grandezza di Roma.  


L'Ara Pacis Augustae
 

venerdì 21 marzo 2014

LE FIGLIE DEL SENATORE, MARTIRI ALL'ALBA DEL CRISTIANESIMO




Nascoste dall'imponente sagoma di S. Maria Maggiore che domina la scena e monopolizza l'attenzione dei turisti, protette dalla quiete dei vicoli limitrofi alla grande basilica maggiore, le mura di S. Prassede e S. Pudenziana si ergono a testimonianza del martirio subito dalle due sorelle, figlie del senatore Pudente. Una famiglia convertita, secondo la leggenda, dallo stesso apostolo Pietro, che avrebbe dimorato sette anni nella domus dell'amico senatore.
Questa storia, che si perde tra le pieghe del tempo, nei primi anni del Cristianesimo, ci racconta che l'attuale chiesa di S. Pudenziana, che prende il nome del senatore Pudente, appunto, considerata per secoli la chiesa più antica di Roma, sorgerebbe proprio sulle fondamenta della casa dove dimorò l'apostolo Pietro. Le ricerche compiute smentirebbero tale versione, sostenendo che i resti ritrovati 9 metri sotto l'attuale chiesa si riferirebbero alle antiche Terme di Novato del II secolo, cent'anni dopo l'arrivo a Roma dell'apostolo. Ma credere alla prima versione è indubbiamente più affascinante. Il corpo attuale di S. Pudenziana, sorta nel V secolo, è frutto di restauri risalenti al XVI secolo, tre secoli dopo la costruzione del campanile, del XIII secolo.
Qualche centinaio di metri più a sud, invece, accessibile da un ingresso laterale anonimo che dissimula le incredibili bellezze racchiuse all'interno, si schiude alla vista la chiesa di S. Prassede, sorella di Pudenziana e figlia di Pudente, anch'essa martirizzata nel I secolo assieme ai familiari, i cui corpi vennero dapprima deposti nelle Catacombe di S. Priscilla. La chiesa, il cui titolus Praexidis, una lapide del 491 sita nelle vicinanze di S. Maria Maggiore, testimonia le origini antichissime del luogo. Tale titulus sorse nella casa di proprietà di Prassede, che soleva nascondervi i cristiani perseguitati. L'edificio sacro attuale sorse nell'817 grazie a Papa Pasquale I, che rinnovò l'antica chiesa fatiscente e portò nel nuovo luogo di culto le spoglie dei martiri ancora deposte nelle Catacombe site lungo la via Salaria.
All'ombra dell'imponente basilica maggiore, quindi, brillano umili due inestimabili perle, testimoni dei primi anni del Cristianesimo. Due voci che parlano ancora oggi all'uomo di storia, cultura e spiritualità.


Santa Prassede - mosaici absidali

giovedì 13 febbraio 2014

LO SGUARDO DELLE SIBILLE TRA BAROCCO E RINASCIMENTO



Secoli d'arte si tengono per mano e arricchiscono di storia questo angolo di Roma racchiuso, come in un abbraccio, dalla piccola piazza creata appositamente per fare da adeguata cornice al genio.
Pietro DaCortona è l’autore della facciata barocca di S. Maria della Pace, che con le sue ali concave e il suo pronao semicircolare che ricorda un palcoscenico si spinge in avanti quasi a colmare l’intero spazio della piccola piazza antistante, anch’essa opera dell’artista nato come Pietro Berrettini, tra i simboli del barocco assieme a Bernini e Borromini. All’interno dell’edificio sacro Raffaello realizzò, nella cappella commissionata dai Chigi, il celebre affresco Sibille e Angeli, un’esplosione di emozioni e colore che ipnotizza il visitatore appena prima di scorgere, poco più in là, la cappella Cesi di Antonio Da Sangallo il giovane, adornata dalle splendide statue dei Santi Pietro e Paolo di Vincenzo De’ Rossi.
Immediatamente alle spalle della chiesa infine, si può ritrovare l’ombra di Bramante con il suo chiostro rinascimentale, una gemma seicentesca d’ispirazione classica costituita da due ordini sovrapposti.
Piazza, chiesa e chiostro, tasselli che si uniscono in un unico mosaico che vive nella storia della Capitale e in un luogo raccolto, intimo, quasi volutamente isolato dal grande flusso turistico che, nella vicina piazza Navona, velocemente passa e va senza fermarsi a capire e contemplare, silenziosamente rispettare la profondità della creazione umana che si fa afflato divino, immortale.


S. Maria della Pace, Sibille e Angeli di Raffaello

lunedì 6 gennaio 2014

L'ODRA RACCONTA LA CITTÀ DEGLI GNOMI




Fanno capolino dagli angoli delle strade, sparsi per il centro cittadino con lunghi cappelli e barbe. Immersi nelle proprie occupazioni sembrano quasi illustrare la storia della città, unione tra cultura ceca, polacca e germanica. 
Gli gnomi di Breslavia, città di ponti e acqua, che non pare attraversata da un solo fiume, l'Odra, considerati i mille rivoli e canali in cui questo fiume, l'Oder tedesco, si divide, formando isole dove non t'aspetti. Clima conseguente, umidissimo, che nelle giornate d'inverno spinge a frequenti pause, tanto necessarie quanto piacevoli, per ritrovare la corretta temperatura corporea in uno dei molti cafè incastonati in palazzi dai ricchi colori e fregi. 
Unione di culture differenti e vicine, crocevia di storie mitteleuropee, fondata secondo leggenda nel X secolo da un duca ceco da cui trasse il nome, Vratislaus I di Boemia, Wroclaw divenne prima sede di un vescovato polacco attorno all'anno mille, poi passò sotto dominio ceco nel 1335; successivamente assorbita all'interno dei confini asburgici nel 1526 e da quelli prussiani nel 1741, rimase tedesca fino al termine del secondo conflitto mondiale, dal quale uscì duramente segnata. Il resto e storia recente, fino agli anni ottanta, quando la contestazione al regime morente da parte di "Alternativa Arancione", movimento di opposizione, crea frutti curiosi e fiabeschi: gli gnomi, appunto
Gli slogan scritti sui muri venivano cancellati dalle autorità, così al loro posto iniziarono ad apparire graffiti di gnomi a mo' di scherno per il sistema. Oggi per la città è possibile trovare decine di statuine che rappresentano diverse categorie lavorative, dal macellaio al prigioniero fino al guardiano ed altri. Una sorta di guida al centro storico.
Dal Rynek, la piazza del Mercato con lo splendido Municipio gotico e gli edifici rinascimentali, barocchi e secessionisti, fino all'isola di Piasek e Ostròw Tumski, primo nucleo storico di Breslavia e crocevia di spiritualità grazie alle numerose, antiche, chiese. Senza dimenticare gli stucchi e gli affreschi barocchi della Sala Leopoldina, all'interno dell'università, e la vicina chiesa del Gesù. E poi il Panorama Raclawice, che commemora con un gigantesco diorama una delle battaglie più importanti della storia polacca e il Museo Nazionale.
Tesori da scovare in quell'angolo di Slesia, passeggiando sopra l'Odra con l'aiuto degli gnomi.



Aula Magna, detta Sala Leopoldina, dell'Università di Breslavia