lunedì 23 dicembre 2013

L'ARTE DONATA A SE STESSA



Un museo che non è tale, senza attese o biglietti, senza rumori o caos. Solo l'arte e il silenzio per poterla apprezzare. Le sale della galleria al terzo piano di Palazzo Carpegna, sede dell'Accademia di S. Luca, perla nascosta del centro storico di Roma a due passi da quella Fontana di Trevi tanto celebre quanto vilipesa tra ambulanti e disordine, sono la rappresentazione plastica di come la cultura e la storia possano essere vissute senza l'ansia del tempo che trascorre, delle resse davanti alla biglietteria e con la rasserenante sensazione che dà il sapere che ancora oggi esistano luoghi in cui la bellezza sopravvive attraverso splendide opere donate nel corso dei secoli per puro sentimento di liberalità. Per donare all'oggi la possibilità di apprezzare quanto di nobile ci abbia lasciato il passato affinché sopravviva nel domani, dandogli un senso.
"Nata nel 1593", si legge in una nota dell'associazione Amici dell'Accademia Nazionale di S. Luca, "fu una delle prime accademie di belle arti fondata in Italia, modello di riferimento per l'Europa. La sede di Palazzo Carpegna, progettata da Francesco Borromini, custodisce opere e volumi di valore inestimabile e insieme alla chiesa dei Santi Luca e Martina, opera di Pietro da Cortona situata nel cuore del Foro Romano, fa parte del patrimonio dell'accademia. Dell'ambizioso progetto borrominiano è stato realizzato l'elegante portico, il portale dal ricco fregio e la rampa elicoidale che simboleggia l'ospitalità dell'istruzione".
Uno scrigno che raccoglie "una collezione permanente di costituita da più di 1.000 dipinti, 300 sculture, circa 5.500 disegni e una raccolta di stampe e medaglie". Le opere, non tutte esposte e molte sparse nel palazzo, dagli uffici alle sale fino alla biblioteca, si sono accumulate nel corso degli anni anche perché lo statuto dell'accademia, nata come associazione di artisti, prevedeva che i soci e i direttori lasciassero un'opera in dono per perpetuare la loro memoria ai posteri. Un dono per se stessi e per la sopravvivenza della cultura.
Da Guercino a Van Dyck, da Canova a Guido Reni, le sale dell'Accademia di S. Luca sono una coraggiosa testimonianza di quanto sia tenace la storia e quanta voglia abbia la cultura di resistere all'oblio di questi tempi.              


Palazzo Carpegna, Accademia di S. Luca - Mathieu Kessels, Discobolo in riposo

martedì 19 novembre 2013

LA CHIESA OLTRE LA SERRATURA



Tre nazioni visibili con un solo sguardo o, sarebbe più corretto dire, dallo sguardo d'un solo occhio. Il celebre buco di Roma all'Aventino, una delle tappe più curiose e affascinanti per ogni viaggiatore di passaggio nella Capitale, dà l'opportunità infatti di cogliere, semplicemente chinadosi in linea con la serratura della grande porta che chiude il giardino del Priorato dell'Ordine di Malta, in sequenza: lo "Stato" dei Cavalieri, ovvero il Sovrano Militare Ordine di Malta che gode del diritto di extraterritorialità, una sorta di nazione senza suolo, quello italiano e infine la Sante Sede, con la svettante e all'apparenza vicinissima cupola di S.Pietro incorniciata da una galleria d'allori come un quadro vivente. Un gioco di prospettive che attira migliaia di turisti ogni giorno lì, in quell'angolo antico della Città Eterna.
Al di là della celebre serratura, però, si nascondono altri splendidi tesori, raramente accessibili al pubblico data la particolare natura del luogo in cui sorgono. Come la chiesa di Santa Maria del Priorato, unica opera architettonica nata dal genio di Giovanni Battista Piranesi, autore anche del gioco prospettico che caratterizza il giardino della Villa nonché della piazza posta di fronte al palazzo dedicata anch'essa ai Cavalieri e ricca di simboli esoterici, massonici e persino di richiami alla presenza dei Cavalieri Templari, proprietari del complesso nel XII secolo. Ebbene, Santa Maria del Priorato unisce memorie classiche, dalle forme architettoniche esterne che ricordano i templi romani fino alle opere poste all'interno, con la fantasia barocca dell'altare raffigurante San Basilio. Senza dimenticare la facciata della chiesa, arricchita da elaborati stucchi che uniscono elementi cristiani e pagani, mitologia classica e simbolismo esoterico.
E poi lo splendido giardino all'italiana del palazzo antistante la Villa Magistrale, al centro del quale troneggia un colossale cedro del libano che sembra regnare sulle innumerevoli piante attorno ricche di fiori lussureggianti, per concludere il viaggio sulla terrazza che si schiude con una vista unica su Roma.
Piazza dei Cavalieri di Malta, la Villa del Priorato e la chiesa di S. Maria del Piranesi sono degli autentici tesori culturali di inesauribile fascino da ammirare nella quiete di una delle zone di Roma al contempo più ricche di storia e meno battute dagli itinerari fast food del turismo di massa. Perle da contemplare con lentezza, al di là di un'occhiata rubata da una serratura.


Chiesa di S. Maria del Priorato di Giovanni Battista Piranesi

martedì 8 ottobre 2013

CARAVAGGIO, SANSOVINO E LE VERGINI DEL POPOLO




La Madonna dello scandalo e quella della fertilità si guardano da cinquecento anni nella splendida basilica rinascimentale di S. Agostino, nel rione capitolino di S. Eustachio. Curiosamente a pochi passi l'una dall'altra, la scultura di Jacopo Sansovino e il dipinto di Michelangelo Merisi da Caravaggio, costituiscono i simboli al contempo artistici e religiosi di quel luogo di culto ricco di storia e fascino sorto nel 1483 per dare una casa adeguata alle esigenze dei frati agostiniani.
La Madonna del Parto di Jacopo Tatti, detto il Sansovino, si rivela al visitatore appena varcata la soglia d'ingresso della chiesa, sulla destra. Un capolavoro marmoreo da sempre venerato dalle partorienti d'ogni epoca, i cui ex voto campeggiano tutt'intorno all'opera, circondandola totalmente.
A pochi metri in direzione della navata sinistra si trova la Cappella Cavalletti, al centro della quale campeggia la Madonna di Loreto, meglio conosciuta come la Madonna dei Pellegrini, dipinta dal Caravaggio tra il 1604 e il 1606. Una bella donna che tiene in braccio Gesù Bambino e due pellegrini inginocchiati dinanzi a lei. Un dipinto che fece scandalo per la scelta dell'autore, che volle così tener fede alle proprie idee legate a un cattolicesimo fortemente pauperistico, di vestire la Vergine e i due pellegrini con abiti umili e lisi, evidenziando poi nei due uomini in preghiera i piedi gonfi e sporchi. Come modella per il dipinto infine, Caravaggio, scelse una prostituta, Lena, che fu anche sua amante, e che morì a ventotto anni, "appena qualche mese prima del suo pittore che", come scrisse Francesca Bonazzoli sul Corriere della Sera "l'ha posta su un altare e le ha regalato, a lei, una puttana, la dignità di una Madonna". 
La chiesa di S.Agostino è uno scrigno di emozioni e arte che non si esaurisce con le meravigliose Vergini di Sansovino e Caravaggio, ma incanta il visitatore ad ogni passo. Dalla facciata progettata da Giovan Battista Alberti, in travertino proveniente dal Colosseo, che ricorda S. Maria Novella a Firenze, all'affresco di Raffaello Sanzio raffigurante il profeta Isaia. Un gioiello quasi nascosto sul terzo pilastro sinistro della navata centrale terminato nel 1512 in concomitanza con il completamento degli affreschi nella Cappella Sistina. E in effetti i tratti di Isaia, la muscolatura e l'energia, senza dimenticare i colori, sembrano richiamare le figure michelangiolesche.
E poi S.Agostino tra S.Giovanni Battista e S. Paolo di Guercino sul primo altare della navata destra, e l'altar maggiore del Bernini, con le sue colonne lisce di marmo nero e la sua Vergine con Bambino bizantineggiante, fino alla suggestiva cappella che custodisce le spoglie di S. Monica madre di S. Agostino.
La basilica degli agostiniani rappresenta una delle tappe irrinunciabili per conoscere la Città Eterna al di fuori dei consueti itinerari turistici.



Basilica S.Agostino - Caravaggio - Madonna dei Pellegrini
   

 Basilica S.Agostino -Sansovino - Madonna del Parto

venerdì 13 settembre 2013

MONTAGNE E ONDE NELLA TERRA DEI POETI




Aspre scogliere tagliate dal mare e dal vento che precipitano nelle acque cantate dai poeti dall'alto di terrazze verdeggianti, sulle quali da secoli l'uomo contende i frutti della terra alla forza di gravità. Montagne e onde si scontrano senza preamboli, come se la placidità delle colline e delle pianure non appartenesse al retaggio e all'anima delle Cinque Terre, dove la durezza della Natura si fa incantesimo. Una magia diversa, quasi violenta, rispetto alla quieta progressività che si respira altrove, dove il lento incedere tra vette e coste rassicura l'anima.
Da Riomaggiore a Monterosso al Mare, amata da Eugenio Montale, passando per Vernazza, Corniglia e Manarola. E poi Levanto, che con le sue spiagge simboleggia anche visivamente il confine delle Cinque Terre, e Portovenere con la splendida chiesa di S. Pietro che domina il mare. Infine Lerici e S.Terenzo, nei cui vicoli risuonano ancora i versi di Shelley e Byron.
Ascoltando il fragore delle acque e assaporandone l'odore, sembra quasi di scorgere in lontananza, schiacciata sulla linea dell'orizzonte, una nave pisana o genovese che si avvicina per trovare approdo, o per battagliare contro fortezze costruite sulla roccia a picco sul mare. La parte orientale della Liguria offre emozioni intense come il proprio territorio, ricco di storia, cultura e sapori. Un angolo d'Italia che non ha eguali e va protetto dall'insipienza umana, per conservarne il fragile splendore sempre minacciato da quella speculazione che non solo distrugge la bellezza, ma anche, alterando ogni equilibrio del territorio e causando tragedie come l'alluvione del 2011, vite umane.


 Vernazza (SP) il mare dalla chiesa di S. Margherita d'Antiochia

martedì 20 agosto 2013

LEONI ALATI NELLA PENISOLA SLAVA E VENEZIANA




La costa orientale dell'Istria, come il resto di quel delizioso triangolo di terra incastonato tra Trieste e Fiume, l'attuale Rijeka croata, costituito da fertili colline e aspre scogliere a picco su un mare cristallino, rappresenta un ideale luogo di viaggio e scoperta.
La curiosa forma a diamante di questo lembo di Croazia, fortemente legato al proprio passato veneziano e romano, è la sintesi della ricchezza che nasce dall'unione di cultura e tradizioni, cura per l'ambiente e turismo rispettoso dell'arte e della natura.
Borghi i cui campanili, dall'inconfondibile impronta veneziana, svettano visibili già da lunghe distanze come ad indicare la strada, e in cima ai quali il visitatore, una volta percorse strette e ripide scale di legno, si trova ad accarezzare antiche campane sorrette da pesanti travi, appena prima di ammirare il mare in lontananza, avvolto dal verde. Vicoli silenziosi che si inerpicano tra palazzi multicolori, odori e sapori di un terra vicina e diversa.
Labin, la medievale e rinascimentale Albona, con la sua chiesa gotica di Maria Nascente sulla cui facciata campeggia il simbolo della Serenissima, e i numerosi reperti romani custoditi nello scrigno barocco di palazzo Lazzarini, che racchiude anche la storia mineraria del territorio. Pican, la romana Petena, isolato centro nel verde della campagna a 350 metri di altezza su uno spuntone di roccia e Gračišće, o Gallignana, su un colle a poca distanza da Pican, con la chiesa romanica di S. Eufemia e quella rinascimentale di Santa Maria, con accanto l'immancabile campanile. Senza dimenticare Rabac, adagiata nel verde della costa di fronte alle incantevoli isole di Cherso e Lussino.
Se la costa occidentale presenta tesori come Porec e Rovigno, oltre che Pola, il secondo lato del triangolo istriano non è da meno, rinnovando negli occhi di chi arriva in quella parte d'Europa la consapevolezza che la vera ricchezza del vecchio continente sta nella storia e nelle identità comuni. L'unico modo per costruire un futuro possibile.


Labin, chiesa di Maria Nascente e palazzo Lazzarini


venerdì 12 luglio 2013

IL CIRCO, L'IMPERATORE E IL SEGNO DELLA VITTORIA




I resti imponenti di un antico circo nel cuore verde e millenario della Via Appia, tra il mausoleo di Cecilia Metella e le Catacombe di S.Sebastiano; la vita di un imperatore sconfitto in una battaglia che segnò una svolta nella storia d'Europa: Ponte Milvio, anno domini 312 d.c. Lo scontro tra Massenzio, proclamato augusto d'Italia e Africa nel 306 e Costantino, governatore di Gallia e Britannia, che secondo la leggenda prevalse In hoc signo. Quella vittoria pose fine alle persecuzioni contro i cristiani, decisione ufficializzata l'anno successivo con l'editto di Milano. Iniziava una nuova Era per l'Europa.
La Villa di Massenzio, complesso museale che racchiude anche le vestigia del circo voluto dall' imperatore sconfitto da Costantino, "si estende tra il secondo e terzo miglio della via Appia Antica", si legge nella guida ufficiale del sito archeologico, ed "è costituito da tre edifici principali: il palazzo, il circo ed il mausoleo dinastico, progettati in una inscindibile unità architettonica per celebrare l’Imperatore Massenzio.
I resti delle costruzioni massenziane", prosegue la guida "si configurano come l’ultimo atto della trasformazione di una originaria villa rustica repubblicana (II sec. a.C.) costruita in posizione scenografica sul declivio di una collina rivolta verso i Colli Albani. Dopo una fase risalente al primo impero, nel II sec d.C. la villa subì una radicale trasformazione ad opera di Erode Attico che la inglobò nel suo Pago Triopio. Il monumento più noto di tutto il complesso è il circo, l’unico dei circhi romani ancora ben conservato in tutte le sue componenti architettoniche. All’interno di un quadriportico allineato sulla via Appia Antica, si erge il mausoleo dinastico, noto anche come “Tomba di Romolo” dal giovane figlio dell’Imperatore che qui fu presumibilmente sepolto".
"Il complesso archeologico", si legge ancora nella nota, "venne acquisito per esproprio dal Comune di Roma nel 1943; nel 1960, in occasione delle Olimpiadi di Roma, si provvide allo sterro di tutto il circo nonché al consolidamento delle murature perimetrali, cui seguirono lo scavo parziale degli edifici del palazzo, il restauro della spina, del quadriportico e del mausoleo".
Un piacevole cammino nella Natura e nei secoli gustando le meraviglie della Regina Viarum, che ad ogni scorcio regala il fascino della scoperta e, nel contempo, la curiosità di proseguire ancora un po' più in là, per vedere cos'altro riservi uno dei luoghi più magici di Roma.   


La Villa di Massenzio sulla Via Appia Antica


venerdì 7 giugno 2013

NINFA, LE DELIZIE DELLA POMPEI DEL MEDIOEVO




Antichi ruderi, vestigia di storia e cultura, avvolti e protetti dall'abbraccio della natura; fiori variopinti, i cui profumi si spandono ammalianti nell'aria, crescono liberi assieme a piante esotiche in un vasto e ordinato giardino, di uno splendore fuori dal tempo.
L'area naturale di Ninfa, ai piedi dei monti Lepini in provincia di Latina, è Monumento Naturale dal 2000 "al fine di tutelare il giardino storico di fama internazionale", si legge nel sito ufficiale della Fondazione Roffredo Caetani, che dal 1972 preserva il luogo, "l’habitat costituito dal fiume Ninfa, lo specchio lacustre da esso formato e le aree circostanti che costituiscono la naturale cornice protettiva dell’intero complesso".
La fondazione nacque per volontà della principessa Lelia Caetani, ultima discendente della nobile casata che nel 1298 acquistò la città di Ninfa, allora florido crocevia commerciale, grazie a Benedetto Caetani, salito al soglio pontificio nel 1294 come Papa Bonifacio VIII. Benedetto aiutò suo nipote Pietro II Caetani ad acquistare Ninfa ed altre città limitrofe, "segnando l’inizio della presenza dei Caetani nel territorio pontino e lepino, presenza che sarebbe durante per sette secoli".
Dopo il saccheggio del 1382 da parte di Onorato Caetani, sostenitore dell’antipapa Clemente VII nel Grande Scisma e avverso al ramo dei Caetani che possedevano Ninfa, i Palatini sostenitori di Urbano VI, la città fu distrutta e mai più ricostruita, anche a causa della malaria che infestava la pianura pontina. Nonostante l'abbandono le chiese continuarono a vivere per altri due secoli, prima dell'oblio. Oggi è possibile vedere i resti degli antichi luoghi sacri che, grazie anche alla mano della natura, non hanno perso il proprio fascino e continuano a vivere nell'interesse dei visitatori.
Il giardino vero e proprio venne alla luce nel XVI secolo grazie al cardinale Nicolò III Caetani, amante della botanica, che volle creare a Ninfa un "giardino delle sue delizie".
Nell'Ottocento, poi, "Il fascino delle sue rovine attirò molti viaggiatori che percorrevano l’Italia riscoprendo l’antico: la Pompei del Medioevo, come la definì Gregorovius, era un luogo spettrale, magico e incancellabile dalla memoria di chi la vide.
"L’ultima erede e giardiniera fu Lelia, figlia di Roffredo Caetani", si legge ancora nel sito. "Donna sensibile e delicata, curò il giardino come un grande quadro, accostando colori e assecondando il naturale sviluppo delle piante, senza forzature, ed evitando l’uso di sostanze inquinanti. Donna Lelia morì nel 1977, ma prima della sua morte decise di istituire la Fondazione Roffredo Caetani al fine di tutelare la memoria del Casato Caetani, di preservare il giardino di Ninfa e il castello di Sermoneta, e di valorizzare il territorio pontino e lepino".
Ninfa, un luogo incantato dove si percepisce la forza che sprigiona dalla bellezza della natura e il fascino ancestrale che essa esercita sull'animo umano, come un sentiero che riporta a casa.


martedì 7 maggio 2013

ROMA ANTICA NEL SUO SCRIGNO RINASCIMENTALE





L'arte e la cultura come testimonianza e monito. Una bellezza senza eguali nel mondo sopravvive ancora nelle vie delle nostre città, ma la sua esistenza è messa a rischio dalla costante minaccia del degrado e dell'ignoranza, insieme causa ed effetto del declino che caratterizza i nostri tempi.
Fino a quando, tuttavia, resteranno aperte le splendide sale di luoghi magici come Palazzo Altemps, ultima tappa del viaggio attraverso i secoli nel Museo Nazionale Romano, dopo aver conosciuto le meraviglie di Palazzo Massimo, Crypta Balbi e Terme di Diocleziano, la luce della speranza in un futuro di civiltà non sarà spenta.
"Palazzo Altemps", si legge nella guida ufficiale del museo, "si trova nel centro della città rinascimentale, tra Piazza Navona e il fiume Tevere, nella zona nord del Campo Marzio, dove scavi archeologici hanno individuato strutture e reperti databili tra il I secolo d.c. e l'età moderna". Uno scrigno rinascimentale che custodisce l'anima antica della Città Eterna. "Nel 1568 il palazzo fu acquisito dal cardinale Marco Sittico Altemps che affidò ad architetti e artisti del tempo importanti lavori di ampliamento e decorazione. La preziosa raccolta di statue antiche e la notevole biblioteca, ospitate nelle splendide sale affrescate, rappresentavano il fasto e il gusto aristocratico della famiglia".
Moltissime e importanti le opere ospitate all'interno del sito, riconducibili alla sensibilità artistica delle famiglie più in vista dell'epoca. Dalla collezione Altemps e quella Boncompagni Ludovisi: "La celebre raccolta seicentesca di scultura antica della principesca villa Ludovisi sul Quirinale", si legge ancora nella guida del museo, "è stata fino a tutto il secolo XIX  meta obbligata per viaggiatori, artisti, e studiosi di tutto il mondo. Il nucleo principale della collezione fu acquistato dallo Stato nel 1901 ed è dal 1997 allestito a Palazzo Altemps". E poi le collezioni Brancaccio, Drago Albani e Mattei, fino alla raccolta Egizia, che illustra la fortuna di cui godette la religiosità orientale in età romana: "L'interesse per tale ambito artistico e culturale determinò il gusto egittizzante del collezionismo di antichità delle famiglie nobili romane", aggiunge la guida. "Si possono ammirare sculture provenienti dall'Egitto insieme ad altre realizzate a Roma, rinvenute nell'Iseo e Serapeo del Campo Marzio e nel cosiddetto santuario del Gianicolo".
Il Museo Nazionale Romano e Palazzo Altemps, gioielli di storia e arte, simboli della forza che risiede nella bellezza, unico antidoto al dilagare del nulla.


 Ares Ludovisi II sec. a.c.

giovedì 11 aprile 2013

LA CULTURA CLASSICA VIVE A PALAZZO MASSIMO




Questa era Roma. O forse è ancora. L'eredità di arte e civiltà lasciata nei millenni dalla Città Eterna al mondo costituisce un patrimonio di bellezza e genialità, ma anche identità e consapevolezza di ciò che fu, da condividere con il mondo, che arricchisce i visitatori e regala emozioni e storie da ricordare anche oltre le mura silenziose di Palazzo Massimo, ottocentesco edificio neorinascimentale a pochi passi dalla stazione Termini e parte integrante del Museo Nazionale Romano, assieme alle vicine Terme di Diocleziano, alla Crypta Balbi e a Palazzo Altemps.
Once Were Romans, questo il nome dato a "una delle più importanti collezioni di arte classica del mondo", si legge nella guida ufficiale del museo. "Quattro piani di esposizione capaci di offrire una ricca panoramica dell'arte romana, dall'età tardo repubblicana a quella tardo antica, dal II secolo avanti Cristo al V dopo Cristo". 
Dal piano terra, le cui sale ospitano "i capolavori della scultura antica, come il discobolo Lancellotti e l'ermafrodito dormiente". E poi i ritratti degli imperatori, come "la statua di Augusto Pontefice Massimo", fino ai "ritratti di principi e principesse delle dinastie Giulio-Claudia e Flavia, il busto di Adriano accanto al rilievo di Antinoo, il ritratto di Marco Aurelio e il busto di Settimio Severo".
Successivamente il percorso prosegue al primo piano, dove spicca, tra le altre meravigliose opere, il sarcofago di Portonaccio, rinvenuto nel 1931 durante uno scavo in via Delle Cave di Pietralata e raffigurante una battaglia durante le campagne germano-sarmatiche di Marco Aurelio, degli anni 172-175.
Salendo al secondo piano, poi, le sale riservano lo spettacolo di "cicli di affreschi della produzione più elevata della pittura romana, presentati in un allestimento che ricompone gli ambienti originali, metre un'ampia raccolta di mosaici policromi e pregiati intarsi documenta l'evoluzione della decorazione musiva dal I secolo d.c. al V d.c.".
Il piano interrato, infine, ospita una grande collezione numismatica e insegne imperiali, oltre alla celebre mummia di Grottarossa, risalente al II secolo d.c., ritrovata nel 1964 all'11° chilometro della Via Cassia in un sarcofago, assieme al corredo funerario.
Once Were Romans a Palazzo Massimo, un'avventura dello spirito per ascoltare il suono dei secoli e riscoprire nell'anima della cultura classica le radici più vere e profonde dell'Europa.


Il discobolo Lancellotti, scoperto nel 1871 sull’Esquilino

lunedì 18 marzo 2013

LE ORIGINI DI ROMA NEL SUO SOTTOSUOLO




I secoli scorrono dinanzi ai nostri occhi, con la stessa velocità dei nostri passi lungo i gradini di una scala, guardando i differenti colori di materiali e strutture susseguirsi e mutare a seconda delle epoche a cui corrispondono, in un viaggio nel quale il passato vive sotto di noi.
La Crypta Balbi, uno dei quattro petali, assieme alle Terme di Diocleziano, Palazzo Altemps e Palazzo Massimo, del Museo Nazionale Romano, vero fiore culturale della Capitale, svela i propri segreti e quelli del sottosuolo della Città Eterna in un percorso museale su tre piani, più la splendida visita sotto l'odierna Via Delle Botteghe Oscure, così chiamata per i negozi artigianali installatisi nel XI e XII secolo "negli avanzi degli archi oscuri del Circo Flaminio", come si legge su una targa marmorea custodita nella sezione "Archeologia e storia di un paesaggio urbano".
"La Crypta Balbi", si legge nella guida al sito museale "è un isolato del centro storico di Roma dove sorgeva anticamente un vasto portico annesso al teatro che Lucio Cornelio Balbo aveva eretto nel 13 a.c.". Quello eretto da Balbo, generale e politico d'epoca augustea, era uno dei tre teatri di Roma antica, assieme a quello di Pompeo e al teatro Marcello, e poteva ospitare fino a 7700 persone in una struttura lussuosamente decorata.
"L'eccezionalità del museo", prosegue la guida, "è data dal fatto che sorge sulla stessa area archeologica. Il percorso museale si articola all'interno dei diversi edifici succedutisi nell'area nelle varie fasi storiche e offre una testimonianza straordinaria del modo in cui Roma crebbe sulle sue stesse antichità nel corso dei secoli". Dall'antichità al XX secolo, da Balbo al V secolo con la ruralizzazione del paesaggio urbano, fino alla costruzione delle chiese, delle case medievali e del Conservatorio di Santa Caterina della Rosa che, tra la metà del XVI secolo e i primi decenni del XVII occupa gran parte dell'area. Senza dimenticare la monumentale esedra e il quartiere antico a est di essa. Vicende narrate nella sezione Archeologia e storia di un paesaggio urbano.
"Un'altra sezione, intitolata Roma dall'antichità al medioevo, illustra la trasformazione della città dal IV al IX secolo. Il nucleo più consistente dell'esposizione è costituito da materiali rinvenuti nel corso degli scavi nella Crypta". Migliaia di oggetti: ceramiche, vetro, monete, sigilli; ma anche metalli, ossa, avorio, pietre preziose e strumenti da lavoro. E poi i reperti provenienti dalle collezioni Gorga e Betti, dai depositi del Foro Romano e dal medagliere del Museo Nazionale Romano, nonché gli affreschi di Santa Maria in via Lata dall'Istituto Centrale di Restauro.
Crypta Balbi e Museo Nazionale Romano, luoghi unici per contemplare i tesori dell'antica Roma.  


 Particolare dell'Esedra semicircolare, utilizzata a lungo come luogo di incontro dei ricchi romani in attesa di assistere agli spettacoli nel teatro di Balbo

lunedì 11 febbraio 2013

LE GRANDI TERME DELL'IMPERATORE PERSECUTORE




In epoca di cosiddette grandi opere, per lo più favoleggiate o, quand'anche realizzate, drammaticamente inutili oltreché orride, è giusto esaltare quanto edificato nel passato, di grande e bello. Strutture le cui imponenti vestigia, sopravvivendo ai secoli, sono giunte fino a noi per ricordarci di cosa i nostri antenati siano stati capaci. E magari trarne insegnamento per l'oggi.
Le meravigliose Terme di Diocleziano, uno dei gioielli del Museo Nazionale Romano assieme a Palazzo Massimo, Palazzo Altemps e Crypta Balbi, rappresentano un capolavoro unico al mondo per dimensioni e stato di conservazione, un complesso monumentale tra i più significativi della storia millenaria di Roma. Il più grande stabilimento termale realizzato in epoca romana. Un'opera costruita davvero per l'eternità, che nonostante le spoliazioni e i saccheggi, dai Goti ai Vandali fino a Papa Sisto V, che per costruire la propria villa all'Esquilino non esitò a utilizzare l'esplosivo per demolire i resti del Calidarium e ricavarne materiale edile, ancora oggi si staglia in tutto il suo splendore di storia e silenzio di fronte al caos della stazione Termini di Roma.
"Erette tra il 298 e il 306 d.c." si legge nella guida ufficiale, "le Terme di Diocleziano avevano originariamente un'estensione di 13 ettari e potevano accogliere fino a 3 mila persone. Un vasto recinto rettangolare racchiudeva un'ampia area a giardino al centro della quale si trovava l'edificio principale con una serie di ambienti, calidarium, tepidarium, frigidarium, e natatio, quest'ultima una piscina di 2500 metri quadrati, distribuiti lungo l'asse centrale e oggi riconoscibili nella Basilica di S. Maria degli Angeli e dei Martiri". La chiesa fu fatta edificare a partire dal 1561 da Papa Pio IV all'interno del frigidarium, assieme a una Certosa, e dedicata anche ai martiri in quanto Diocleziano era stato l'imperatore dell'ultima grande persecuzione, nel 303. La progettazione dell'intero complesso fu affidata a Michelangelo, che dà il proprio nome al grande Chiostro sito tra la Basilica e l'Aula X delle Terme, quest'ultima "recentemente restaurata e riallestita" aggiunge la guida, "per ospitare alcuni importanti monumenti funerari: la Tomba dei Platorini, la Tomba Dipinta e la Tomba degli Stucchi dalla Necropoli di Via Portuense". Senza dimenticare i tre musei facenti parte del complesso museale delle Terme e allestiti al primo e al secondo piano del Chiostro: il museo Epigrafico, quello Protostorico e il museo virtuale della Via Flaminia, in un viaggio tra i secoli che parte dall'XI secolo a.c.
Dal Latium Vetus a Michelangelo e ai Papi, passando per Diocleziano, in un intreccio affascinante e suggestivo di Imperatori e Pontefici, Paganesimo e Cristianesimo, stili architettonici e artistici. Identità e cultura ancora una volta insieme, in uno dei luoghi più magici della Città Eterna. Eredità eterna.

   
Particolare dell'Aula Decima, all'interno delle Terme di Diocleziano 


giovedì 17 gennaio 2013

IL ROCOCÒ E LA CHIESA DI ZUCCHERO




Un gioiello incastonato nel centro della Città Eterna, adagiato tra gli edifici circostanti senza paura, tuttavia, di confondersi tra essi o esserne iglobato, considerata la prorompente bellezza della sua facciata, preambolo della magnificenza che si apre alla vista del visitatore una volta varcata la soglia.
La chiesa di Santa Maria Maddalena, edificata sulle ceneri di una cappella trecentesca preesistente, sorge nell'omonima piazza ampliata su autorizzazione di Papa Urbano VIII proprio per ospitare l'edificio sacro in uno spazio più adeguato. "La preesistente chiesa dell'Arciconfraternita del Gonfalone" si legge nella guida Chiesa Santuario di S. Maria Maddalena sec. XVIII, "fu ceduta al p. Camillo", De Lellis, fondatore dell'Ordine dei Chierici Regolari Ministri degli infermi, "nel 1586. Nel 1694 iniziò l'ampliamento e la trasformazione della chiesa; nel 1699 la struttura muraria era terminata; la decorazione completata verso la metà del sec. XVIII; la nuova chiesa fu consacrata il 20 ottobre 1727 dal Card. Giovanni Ottoboni. Per unità di stile e di ricchezza d'ornamento, per il movimento mistilineo della pianta e il giuoco elegante delle masse in elevazione, è ritenuta esempio classico dello stile barocco-rococò romano". La scelta di tale stile, però, giudicato scarsamente mistico a causa dello sfarzo che lo contraddistingue e quindi inadatto a una chiesa, fu per questo oggetto di pesanti critiche, che sfociarono nell'epiteto ironico "chiesa di zucchero", assegnato all'edificio sacro che, per i detrattori, ricordava la decorazione di una torta.
La sfolgorante grazia dell'opera, tuttavia, riesce senza fatica a dipanare ogni dubbio. Dalla facciata, "bellissimo esempio di stile rococò, aggiunta nel 1735 da Giuseppe Sardi", come si legge in RomaSegreta, con i suoi stucchi e le sculture "raffiguranti S.Camillo de Lellis e S.Filippo Neri, nonché S.Maria Maddalena e S.Marta", al meraviglioso interno, che "costituisce una splendida integrazione dell'impianto architettonico tardobarocco del De Rossi con le più tarde, ricchissime decorazioni rococò". E poi dipinti, stucchi, sculture, oro; La slendida sagrestia "pienamente rococò, una delle più belle di Roma e la meglio conservata, con una profusione di dipinti, volute, dorature, policromie", o "la cantoria e l'organo in legno dorato e figure di stucco bianco, del 1736", precisa Wikipedia. Ma lo splendore non cancella la spiritualità. Arte, storia e religione convivono nella bellezza e nel mito. Sono molteplici, infatti, le leggende che avvolgono di ulteriore fascino l'edificio sacro a due passi dall'imponente Pantheon.
"Durante una delle piene più terribili del Tevere, avvenuta nel 1598", aggiunge RomaSegreta, "fu vista la statua della Maddalena, in piedi sulle acque che irrompevano tumultuose nella chiesa, spostarsi da una cappella laterale fino all'altare maggiore, al sicuro dal furore del fiume". Misticismo ma anche romanticismo, come "la grande storia d'amore di due giovani, Teresa Bennicelli e Pio Pratesi. La ragazza, costretta dai parenti a lasciare il fidanzato, si suicidò; lui, affranto dal dolore, prese i voti e celebrò la sua prima Messa sulla tomba dell'amata, naturalmente nella chiesa di S.Maria Maddalena".
Frammenti di un passato che vive nell'arte e nell'anima di Roma, eredità da preservare nel presente come fondamento per un futuro che rispetti la cultura.


L'interno della chiesa di S. Maria Maddalena, raro esempio di barocco-rococò a Roma