mercoledì 12 dicembre 2012

L'ARTE SULLE RIVE DEL LAGO




Il borgo silenzioso dominato dal castello, sulla collina che scende verso l'antico Lacus Sabatinus. La cittadina di Bracciano, piccolo centro a nord di Roma affacciato sull'omonimo lago, offre al visitatore molteplici occasioni di scoperte e avventure, per conoscere uno splendido angolo del Lazio. Un'area ricchissima di storia e cultura, unite ed esaltate dalle bellezze paesaggistiche e naturali.
Autentico fiore all'occhiello della cittadina d'origine medievale, come riporta il sito ufficiale del Comune, è "lo splendido castello Orsini Odescalchi, costruito tra il 1470 ed il 1490 dagli Orsini, che erano in quel periodo una delle più importanti e potenti famiglie nobiliari romane". Prima di questi, però, il territorio di Bracciano era stato di proprietà dei Prefetti di Vico, che lo ottennero verso la fine dell'XI secolo e che trasformarono una semplice torre in una rocca fortificata. Gli Orsini arrivarono nel 1419, quando Papa Martino V cedette loro il feudo. E così, la trasformazione di quella che era stata la rocca dei Vico nel maestoso castello attuale, avvenne per volontà di Napoleone Orsini a partire dal 1470. Ma la storia del celebre maniero si lega anche ad un altro nobile cognome, quello degli Odescalchi, attuali proprietari, che subentrarono agli Orsini nella signorìa di Bracciano nel 1696.
Il castello è oggi uno splendido museo che dà la possibilità di passeggiare attraverso i secoli, ammirando opere d'arte d'immenso valore e respirando il profumo della storia.
Terminata la visita al maniero, discendendo lungo i vicoli silenziosi del grazioso centro storico, ci si può addentrare nelle sale del Museo Civico che, inaugurato nel 2006, espone collezioni relative alla storia di Bracciano dai suoi primi insediamenti etruschi fino al XIX secolo. Allestito al piano terra dell'antico convento di Santa Maria Novella, fondato nel 1438 e consacrato nel 1580, il museo si divide in cinque diverse sale, corrispondenti a epoche e temi specifici: dalla Comunità, intesa come Istituzione da cui ebbe origine il comune, fino all'età romana e paleocristiana. Senza dimenticare le sale denominate "Committenza e artisti", dedicata a opere realizzate per le maggiori committenze locali, e "Testinomianze d'arte sacra", in cui sono esposti oggetti, arredi e paramenti provenienti dalla vicina chiesa di Santa Maria Novella.
Pregevole luogo di cultura e natura a poca distanza dal caos della metropoli, Bracciano e il suo lago costituiscono esempio di quanto il Lazio e l'Italia abbiano da offrire, di meraviglioso, al di fuori dei classici e legittimamente celebrati itinerari turistici.


Museo Civico di Bracciano, Adone e Venere di Cristoforo Stati (1556-1619)

martedì 20 novembre 2012

LA DONAZIONE, ORLANDO E SATURNO




Attraversata dalla via Francigena, cammino percorso per secoli dai pellegrini diretti ai luoghi santi della cristianità, e circondata da un paesaggio senza tempo nel cuore della Tuscia viterbese, l'antichissima città di Sutri si mostra ai visitatori sul suo costone tufaceo e nei suoi millenni di storia, combattuta tra leggenda e realtà.
Ritrovamenti archeologici recenti sottolineano come le origini del borgo affondino le radici nell'età del bronzo, X secolo avanti Cristo. Poi gli Etruschi e la conquista Romana, fino alla caduta dell'Impero e alla penetrazione del Cristianesimo. Contesa per lungo tempo tra il V e il VII secolo tra Bizantini e Longobardi, nel 728 fu donata dal re di questi, Liutprando, a Papa Gregorio II. Questo episodio, passato alla storia come "la donazione di Sutri", viene considerato d'altissimo valore simbolico, e pur rimanendo acceso il dibattito sulle questioni storiografiche relative alla nascita di uno Stato della Chiesa e del potere temporale del papato, in molti hanno sostenuto essere stato proprio questo il primo vero atto formale per l'istituzione delle Terre di San Pietro, considerata la controversa diatriba relativa all'autenticità della più celebre e antecedente "donazione di Costantino", messa in discussione già nel XV secolo da Lorenzo Valla.
Non meno ricco di fascino, rispetto a quello storico e archeologico, è l'approccio epico alle origini dell'antica Sutrium. La leggenda vuole, infatti, che questa sia stata fondata da Saturno, Dio romano dell'agricoltura e simbolo di abbondanza, dal cui nome etrusco, Sutrinas, si pensa derivi il nome della città. Nello stemma cittadino, poi, appare la divinità a cavallo che, deposta la spada, innalza un fascio di spighe di grano. Senza dimenticare la figura di Orlando, nato secondo il mito in una piccola grotta a un chilomentro dalla cittadina laziale.
Dall'imponente anfiteatro romano al Mitreo, uniti nel verde del parco naturale ai piedi della collina su cui sorge la città, fino alla Cattedrale, con la sua meravigliosa cripta longobarda, e al Museo del Patrimonium, che ospita temporaneamente il celebre Efebo, statua bronzea risalente al I secolo dopo Cristo, ritrovata a pochi passi dal centro di Sutri nel novembre 1912. 
Uno scrigno pieno di gioielli d'ogni epoca. Inestimabili e irrinunciabili. Sutri, una delle perle della Tuscia, esige d'essere ammirata. E lo merita, anche perchè ricambia l'attenzione di chi la visita con arricchimento culturale e spirituale.


 L'Efebo di Sutri, esposto al Museo del Patrimonium

venerdì 12 ottobre 2012

ERCOLE, IL LEONE E IL CONCLAVE





Il capoluogo della Tuscia tra storia e leggenda. Fondata da un eroe che dona alla nuova comunità un leone, simbolo di nobiltà e forza e tuttora stemma della città. Cuore medievale nella terra degli Etruschi, Viterbo affonda le radici nel mito di Ercole, famoso eroe greco che avrebbe eretto e dato il proprio nome a un castello, sul colle dove ora sorgono la Cattedrale di San Lorenzo e il Palazzo Papale.
La realtà storica, in effetti, dice che sul colle del Duomo ritrovamenti archeologici testimonierebbero la presenza di un insediamento etrusco, particolarmente attivo nel VI-V secolo a.C., dedicato proprio ad Ercole, venerato da quella cultura col nome di Hercle. "Per il periodo etrusco", si legge tuttavia nel sito ufficiale della città, "ad eccezione di un pezzo di muro costruito con grossi blocchi di pietra squadrata, identificato come fondamenta di un ponte che permetteva l'accesso al castrum, conosciuto col nome di Necrolite di Brocchi, e di qualche tomba isolata nel territorio circostante, non vi è esistenza di un vero e proprio vicus", ovvero un aggregato di case e terreni, sia rurale che urbano. Radici etrusche per Viterbo, sicuramente, ma non particolarmente significative.
Da classificare come folclore, quindi, la tesi relativa ai quattro leggendari abitati etruschi di Fanum, Arbanum, Vetulonia e Longula, di cui parla il frate domenicano Giovanni Nanni. Nuclei che sarebbero rimasti separati per molti secoli, finché Desiderio, ultimo re dei Longobardi, emanò un decreto con il quale si cingevano con unico giro di mura, facendo così nascere la città di Viterbo. "Dell'esistenza di una tetrapoli etrusca che ha dato origine alla città di Viterbo così come volevano credere i cronisti quattrocenteschi, non vi è traccia", si sottolinea ancora nel sito. "L'ipotesi che quattro quartieri, Fano, Arbano, Vetulonia, Longola, disposti a croce fossero stati il primo nucleo abitativo della città è stata confutata dagli storici locali".
Se delle radici etrusche viterbesi non rimane molto, e di quelle romane solo le testimonianze storiche relative al Castrum Herculis, legato all'esistenza del tempio dedicato all'eroe, si può dedurre come Viterbo abbia soprattutto un'anima medievale, racchiusa nel quartiere S.Pellegrino, a ridosso del colle del Duomo. Da Federico Barbarossa, che le diede il titolo di città nel 1167, a Papa Celestino V che la elevò a diocesi, fino a Federico II di Svevia che l'assediò invano nel 1243. "Dalla metà del XIII secolo", si legge ancora, "Viterbo raggiunge il massimo della grandezza poiché diversi papi la scelsero come propria residenza e sede di conclavi".
La parola stessa Conclave, inoltre, dal latino cum clavis, ovvero "(chiuso) con la chiave", nasce proprio a Viterbo, allora sede papale, nel 1270. Gli abitanti, dopo la morte di Clemente IV avvenuta due anni prima, stanchi delle indecisioni dei cardinali, li chiusero a chiave, appunto, nella sala grande del Palazzo Papale e ne scoperchiarono parte del tetto esponendo i membri del Collegio, ai quali erano anche stati razionati i viveri, alle intemperie. Il nuovo Pontefice, Gregorio X, venne eletto dopo 33 mesi, il conclave più lungo della Storia. Da Ercole al conclave, dagli etruschi allo Stato Pontificio, passando per il medioevo. Mito e realtà si fondono, arricchendo così la storia di interessanti sfaccettature e donandole le accese tonalità del mistero. Viterbo e la Tuscia, inestimabili tesori da scoprire.


 Lo stemma dei leoni con l'acronimo FAVL, le sigle dei quattro castelli che secondo la leggenda diedero origine alla città

giovedì 13 settembre 2012

MINERVA DORME SOTTO LA CROCE


La Basilica di Santa Maria sopra Minerva


L'unico esempio di architettura gotica a Roma. La chiesa di Santa Maria sopra Minerva, che sembra nascondersi all'ombra dell'imponente Pantheon, tra piazza della Rotonda e via Santa Caterina da Siena, le cui spoglie riposano proprio sotto l'altar maggiore della Basilica esistente già nell'VIII secolo, viene spesso racchiusa in questa definizione, per sintetizzarne l'essenza e la bellezza. Il lungo cammino attraverso i secoli tuttavia, percorso dall'antico oratorio che Papa Zaccaria aveva concesso nel 750 alle monache basiliane fuggite dall'Oriente e che, sin dalle origini, conservò il toponimo di Minervum, legato al ricordo del tempio di Minerva Chalcidica che sorgeva proprio in quel luogo, rappresenta una storia complessa e meravigliosa, che merita tempo e parole per essere raccontata compiutamente.
Una narrazione che va dalla Dea Minerva al gotico, quando nel 1280, sotto il pontificato di Niccolò III, l'oratorio fu costruito ex novo ed ebbe inizio l'edificazione della chiesa a tre navate, probabilmente su disegno dei domenicani Frà Sisto Fiorentino e Frà Ristoro da Campi. La chiesa fu aperta al culto verso la metà del XIV secolo, ma il viaggio attraverso l'arte e la storia non era terminato.
Nel 1600, infatti, "in seguito al rifacimento delle cappelle del transetto, alla costruzione o ricostruzione delle laterali, alla riduzione a tutto sesto degli archi delle navate mediante soprastrutture in legno e stucchi, la chiesa assunse un aspetto prevalentemente barocco", si legge nel sito dedicato alla Basilica. Un'evoluzione che proseguì nel secolo XVIII, quando "la decorazione della facciata rimasta in nudi mattoni fino al 1725 fu resa più decorosa dall’impegno di Benedetto XIII e dai progetti degli architetti Raguzzini e Marchionni che accentuarono il carattere barocco di tutto l'edificio". Cambiamenti e restauri che modificarono, quindi, l'aspetto in origine austero della chiesa medievale, con l'impiego di marmi e decorazioni policrome. "Sebbene l’aspetto dell’edificio porti i segni visibili di tortuose vicende storiche", conclude il testo quasi a voler dirimere una controversia, "la basilica è l’unico esempio di chiesa gotico medievale nella città di Roma". 
Templi pagani e cristianesimo, gotico e barocco, uniti in un abbraccio artistico e culturale che crea una sintesi meravigliosa, dall'immenso fascino. Un tesoro timido all'ombra del Pantheon.


 
Gli affreschi delle volte sono decorati con figure di Apostoli, di Profeti e Dottori della Chiesa assisi in trono 

giovedì 16 agosto 2012

VIAGGIO IN MASURIA E POMERANIA




Laghi e boschi, campi di grano e distese incontaminate, centri storici e chiese deliziose che vegliano piccoli paesi solitari, memoria e storia che vivono nel presente. Terre di grande fascino, cultura e natura, racchiuse tra il Mar Baltico e i confini orientali della Polonia. Pomerania e Masuria conosciute attraverso un viaggio d'immagini, per scoprirne i segreti e le bellezze.
Dalla regione dei grandi laghi, che come occhi guardano la vicina enclave russa di Kaliningrad, fino al Golfo di Danzica e alla Penisola di Hel, una sottile lingua di terra protesa verso est, quasi a proteggere la "Triplice Città" dalle inquiete acque del Baltico. E poi Malbork con lo splendido castello che fu quartier generale dei Cavalieri Teutonici e Grunwald, dove questi subirono la loro sconfitta più dura nel 1410, per opera di Ladislao II di Polonia. Fino a Danzica, città dallo spledido centro storico e dal passato drammatico; che udì i primi colpi della seconda guerra mondiale a Westerplatte, quando i tedeschi attaccarono la "Città Libera", uscendo devastata dal conflitto, e che diede poi i natali a Solidarnosc in quei cantieri navali che conobbero repressione e morti e nei quali, oggi, vive ancora la memoria di quegli eventi.
Un cammino tra passato e presente in una terra dove questi vivono l'uno nell'altro, nella costruzione comune di un futuro che non sia cancellazione di esperienze e tradizioni.


 Paesaggio della Masuria

   

lunedì 2 luglio 2012

DE CHIRICO A VILLA BORGHESE




Un luogo senza tempo, un'oasi di silenzio e cultura circondata dalla frenesia del centro storico di Roma. L'Aranciera di Villa Borghese, con il suo delizioso museo frutto delle donazioni dell'imprenditore e collezionista Carlo Bilotti, rappresenta un tesoro da scoprire, in uno degli angoli più suggestivi della Capitale.
All'interno dell'edificio, già noto nel Settecento come Casino dei Giuochi d'Acqua e successivamente ricostruito dopo i gravissimi bombardamenti del 1849, durante la difesa del papato contro la Repubblica Romana, riadattandolo a ricovero per gli agrumi, il visitatore può ammirare una collezione di 23 opere, tra sculture, disegni e dipinti. Il nucleo più consistente comprende 18 creazioni del genio di Giorgio de Chirico, opere tra la fine degli anni '20 e gli anni '70. 
Dagli "Archeologi misteriosi" ai "Cavalli in Riva al Mare", dai "Mobili nella Stanza", ai "Cavalieri Antichi", fino alla "Donna nuda di schiena". E poi "La Fanciulla con il Cerchio" e "L'autoritratto con la testa di Minerva", fino alle "Regate storiche a Venezia".
Il museo, all'interno dell'Aranciera, incastonata dentro Villa Borghese: tre perle che si fondono insieme in un unico splendido tesoro, custodito nel cuore della Città Eterna, che si nutre della storia di Roma e della sua inestimabile ricchezza culturale da tramandare alle future generazioni. 


 G. de Chirico. L'archeologo, scultura 1972

sabato 2 giugno 2012

LA CHIESA E L'ACCADEMIA

La chiesa dei Santi Luca e Martina al Foro


Un capolavoro barocco nel cuore del Foro Romano. Tra il Carcere Mamertino e l'Arco di Settimio Severo sorge infatti la Chiesa dei Santi Luca e Martina, uniti attraverso i secoli dal genio di Pietro da Cortona e di altri mirabili artisti, che hanno contribuito a decorarla di splendori, nonché dalla volontà di Papa Sisto V, che nel 1588 donò la chiesa di S. Martina, risalente al VII secolo, all'Accademia di S. Luca, fondendo così i due titoli.
Un racconto di storia e arte, di epoche diverse legate dal genio e dalla creatività. Dal 625, quando Papa Onorio I diede inizio all'edificazione del primo nucleo di S. Martina, al XIII secolo, quando il luogo di culto venne riconsacrato da Alessandro VI dopo un lungo periodo di oblio. Fino alla donazione all'Accademia e, successivamente, all'arrivo di Pietro Da Cortona, che iniziò i lavori a proprie spese nel 1634, in una chiesa allora fatiscente.
Il ritrovamento, dopo poche settimane, delle reliquie di S.Martina nella cripta della chiesa inferiore attira l'attenzione del Pontefice e così arrivano anche i fondi necessari a proseguire. È l'inizio di un'avventura artistica che durerà 35 anni, fino alla morte del maestro, avvenuta nel maggio 1669. Una missione fortunatamente compiuta. Per quella data, infatti, la costruzione risulta terminata nelle parti essenziali. A completare l'interno con opere e decorazioni mirabili saranno altri interpreti del genio creativo.
Pittori, scultori e architetti tra i più famosi dell'epoca, da Camillo Rusconi, autore dei pennacchi in stucco raffiguranti i quattro simboli degli Evangelisti, ad Antiveduto Gramatica con il suo dipinto, copia di un'opera di Raffaello oggi presso la Galleria dell'Accademia di S. Luca, raffigurante proprio San Luca che dipinge la Madonna. Fino a Sebastiano Conca di cui è visibile nel transetto “L’Assunta e San Sebastiano”. Splendida, infine, la cripta, nucleo originario della prima chiesa di S.Martina che nella veste cortoniana riprende le linee della chiesa superiore e nella quale si trovano rilievi di Alessandro Algardi.
Autori celebri, tutti egualmente meritevoli di poter legare il proprio nome a un gioiello incastonato tra le antiche vestigia del Foro, scrigno di tesori della storia di Roma e dell'Europa.

venerdì 11 maggio 2012

BRAMANTE E IL SANTO

Il tempietto di San Pietro in Montorio, detto anche
Tempietto del Bramante


Un capolavoro rinascimentale nel cuore del Gianicolo. Affacciato su Roma e racchiuso nel cortile della vicina chiesa di S.Pietro in Montorio, sorge l'omonimo tempio opera del genio di Donato di Angelo di Pascuccio, più noto come il Bramante, celebre pittore e architetto.
Commissionato dal Re di Spagna attorno al 1502 come scioglimento di un voto, Il piccolo edificio doveva celebrare il martirio di S. Pietro che, secondo una tradizione piuttosto tarda, era avvenuto proprio sul Gianicolo.
Passeggiare attorno alle 16 colonne, numero simbolico che richiama la perfezione per i pitagorici e Vitruvio, soffermarsi ad ammirare i fregi e le decorazioni, le proporzioni e la disposizione della costruzione nello spazio dà un senso di armonia ed equilibrio.
All'interno della struttura un piccolo spazio dedicato a S.Pietro, la cui statua si erge al di sopra dell'altare ed è attorniata da quelle dei quattro evangelisti, opere che vanno ad adornare quello che si configura come un naos più che come luogo liturgico. Su tutto domina la splendida cupola stellata, che rappresenta la Chiesa trionfante nella gloria del cielo, in unione simbolica con la il naos stesso, che indica la Chiesa contemporanea militante con S.Pietro, figura eroica, posta al centro. Terzo e ultimo elemento simbolico, la cripta circolare sottostante il tempio, a cui si accede attraverso due scale realizzate nel XVII secolo, che richiama l'antica Chiesa clandestina dei martiri e il cui centro indica il luogo dove sarebbe stata piantata la croce del martirio del Santo, divenuto perno ideale di tutta la costruzione.
Molteplici i significati e gli elementi richiamati dall'artista, non solo religiosi. L'architettura a pianta centrale si lega alla ricerca che coinvolse tutti gli architetti rinascimentali relativa alla rappresentazione della realtà divina e del cosmo, con il cerchio a richiamare la figura del mondo.
Un tesoro culturale con più volti, quindi. Varie le sfumature e le chiavi di lettura per indagare la profondità dei significati racchiusi nel tempio del Bramante. Dall'architettura alla filosofia, dalla leggenda alla realtà, dall'arte alla religione. Tasselli di un mosaico millenario, il cui fascino rapisce il visitatore e lo attrae a sé, su questa terrazza pudicamente nascosta ai classici itinerari del turismo di massa, dove Roma si specchia nella propria bellezza talvolta dimenticata e la ricchezza della storia vive nella curiosità di chi ha ancora sete di conoscenza.


mercoledì 2 maggio 2012

PASSEGGIANDO TRA I SECOLI



Meraviglie nel parco dell'Appia Antica


Il volto dei millenni e della storia di Roma incastonato nel verde e nel silenzio. I tesori racchiusi nello scrigno dell'Appia Antica vanno contemplati con adeguata lentezza, con l'attenzione necessaria ad apprezzare appieno scorci, colori, vestigia. Un gioiello inestimabile da mostrare con orgoglio al mondo, da valorizzare e proteggere per il futuro.
Il cemento è lì infatti, incombente e minaccioso. Ben visibili i palazzoni dell'Appio Latino e dell'Eur dalla collina che si affaccia sulla chiesa del Domine Quo Vadis, e che ospita nel suo cuore le millenarie gallerie delle Catacombe di San Callisto. Come una fortezza assediata, il parco della Regina Viarum resiste al tempo e alle mire speculative, un problema annoso che Roma si trascina da sempre. "Questi uomini lavoravano per l'eternità ed avevano calcolato tutto", scriveva amaramente Wolfgang Goethe nella lettera dell'11 novembre 1786 del suo Viaggio in Italia, "meno la ferocia devastatrice di coloro che son venuti dopo ed innanzi ai quali tutto doveva cedere". L'eterna lotta tra ricchezza culturale, fatta di storia e natura da tramandare alle nuove generazione come base per un futuro da costruire con coscienza, e materiale, immediato tornaconto economico e personale di pochi spesso a danno dei molti.
E così, difendere luoghi di grande interesse storico e archeologico come la tomba di Cecilia Metella e l'attiguo, splendido, Castrum Caetani, o il sito di Capo di Bove con gli importanti resti riportati alla luce dai recenti scavi, senza dimenticare la Villa di Massenzio né la basilica di S. Sebastiano solo per citare alcune delle perle che il parco può vantare, non significa solo proteggere l'eredità del passato, ma proiettare questo nell'avvenire, per farlo rivivere.
"È una dura e contristante fatica quella di scovare pezzetto per pezzetto, nella nuova Roma, l'antica", scriveva ancora lo scrittore romantico in visita in Italia, "eppure bisogna farlo, fidando in una soddisfazione finale impareggiabile. Si trovano vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo che superano la nostra immaginazione".
Rinnovare l'impegno dell'artista per evitare che si avveri definitivamente un'altra sua triste considerazione: "Ciò che hanno rispettato i barbari, l'han devastato i costruttori della nuova Roma".

giovedì 5 aprile 2012

IL MUSEO NELLA FORTEZZA



Idealizzare la bellezza riuscendo contestualmente a raccontarne la verità delle emozioni. Il museo intitolato a Pietro Canonica, celebre scultore e musicista vissuto a cavallo di due secoli e morto nel 1959, sembra racchiudere in sé il segreto dell'arte, gelosamente difeso dalle mura della settecentesca Fortezzuola di Villa Borghese, perla verde di Roma.
"Scopo dell'artista" sosteneva Pietro Canonica "è quello di studiare il vero nella forma più pura, concentrando in essa il massimo del sentimento". Equilibrio tra sogno e realtà, tra anima e corpo. Seguire l'istinto e l'ispirazione rimanendo fedeli al proprio ideale di bello, attraversando stili diversi arricchendosi ma senza snaturarsi, per esprimersi ed esprimere l'arte.
Dalla bellezza magnetica e sensuale della scultura dedicata a "Donna Franca Florio", la cui eleganza stregò D'Annunzio, fino all'inquietudine che si sprigiona dall'opera "Abisso" e alla tenerezza suscitata dalle sinuose forme di "Pudore". E poi le imponenti sculture, come quella dedicata a Simon Bolivar, e i romantici busti di bambini.
Canonica porta dentro di sè lo spirito di molteplici epoche e stili, dal Neoclassico al quattrocento fiorentino, dal romanticismo alle avnaguardie storiche. Fonti di arricchimento culturale e spirituale, compagni di viaggio che non hanno mai tuttavia spinto l'artista a interrompere il cammino o a deviarlo dal sentiero maestro, l'emozione dell'arte.
Il Museo dedicato a Pietro Canonica rappresenta così uno dei tesori, fin troppo nascosti, che la Capitale propone al turista curioso e amante della cultura. Una tappa interessante e formativa per chiunque si avventuri tra la serenità e lo splendore di Villa Boghese.


L'ingresso del museo Pietro Canonica in Piazza di Siena
all'interno di Villa Borghese

lunedì 19 marzo 2012

SAN PATRIZIO AZZURRO

Lo stadio Olimpico esaurito in occasione di Italia-Scozia
del 17 marzo 2012 ultimo turno del Sei Nazioni


Il cucchiaio di legno prende la via di Edimburgo. L'italrugby batte 13-6 la Scozia nell'ultima giornata di Sei Nazioni 2012 e in un colpo solo la supera nel ranking internazionale, rubandole l'undicesima posizione, e la condanna alla doppia onta dell'ultimo posto, con relativo wooden spoon, e del whitewash, l'imbiancata nella quale incorre tristemente la squadra battuta da tutte le altre nel torneo. Nel giorno verde per eccellenza dedicato a San Patrizio, patrono d'Irlanda, il cielo, come cantavano a fine gara i tifosi di Roma sulle note di Rino Gaetano, "è sempre più blu".
Parisse e compagni non potevano disertare una festa già pronta, in uno stadio Olimpico gremito come non si vedeva da tempo neppure per l'amato calcio, anche perché bisognava celebrare degnamente Fabio Ongaro, all'ultima gara in Nazionale dopo 12 anni e 81 caps. Un gigante.
Le 73 mila persone con berretto tricolore d'ardinanza affluite nel corso della mattinata al Foro Italico da tutto il Paese erano lì per assistere a qualcosa di diverso dal solito. Non solo l'evento sportivo in sé, con tutto il suo corollario di birre, terzi tempi e atmosfere leggere e serene. Quel contesto puramente sportivo di cui molte volte si era parlato, sottolineando le differenze con gli stadi di calcio pieni di poliziotti e tensione. E pazienza se alla fine a esultare erano puntualmente gli altri, per noi era bello anche così. Ma stavolta no, c'era bisogno di vincere. Per i tifosi e per il futuro di un movimento comunque in crescita costante.
Una partita non certo spettacolare, dominata dagli errori. Quelli della Scozia in giornata no, incapace di reagire allo straordinario possesso dell'Italia, ancorché sterile. I soliti problemi in fase offensiva per gli uomini di Brunel, che sono riusciti solo in apertura di ripresa, in superiorità numerica per il cartellino giallo allo scozzese De Luca, ad andare in meta con il gioiellino Venditti, già a segno contro gli inglesi in quel gelido e amaro pomeriggio di febbraio in cui la Capitale si tinse di bianco. Sul 10-3 per l'Italia però, dopo una prima frazione chiusa sul 3-3 grazie al piazzato di BergaMirko, la partita inizia a girare per il verso auspicato da Parisse e compagni. La Scozia si getta in avanti e riesce a portarsi sul 10-6 al 20'. Si susseguono i gialli, uno per parte: il secondo agli Highlanders con Hamilton e il primo agli Azzurri con Zanni. Dopo la girandola di cambi e gli sterili assalti scozzesi arriva il drop di Burton per il definitivo 13-6. l'Olimpico può così esplodere. Missione compiuta.



giovedì 1 marzo 2012

L'EREDITÀ DELLA NEVE






Più che gli effetti di una nevicata sembrano quelli di un tornado. Il parco di Villa Ada si lecca ancora le ferite a un mese di distanza dall'eccezionale ondata di gelo che ha fatto vivere alla Capitale due week end assolutamente indimenticabili, sotto ogni punto di vista. Sono decine, infatti, gli alberi caduti e alcune zone dello storico parco di Roma nord sono ancora oggi formalmente interdette al passaggio, anche se i molti visitatori sembrano non curarsi delle strisce bianche e rosse e dei cartelli di pericolo che giacciono in terra, imperituro ricordo dell'emergenza che fu. E che in parte ancora è.
Il rumore delle motoseghe, infatti, imbracciate peraltro da operatori di quella che pare essere un'azienda privata, e non il Servizio Giardini del Comune di Roma come sarebbe lecito aspettarsi, si può ancora sentire forte in diversi punti della villa, laddove vi sono passaggi ancora da liberare e da mettere in sicurezza tagliando rami e tronchi pericolosamente pendenti.
Lo spettacolo che si offre a chi si addentra nel parco lascia l'amaro in bocca. Le piante tagliate e accatastate ai lati dei sentieri formano alti cumuli, e nelle parti più interne dell'ex villa Savoia, dove è meno urgente l'intervento di camion e operatori per l'assenza di vie percorse dai fruitori del parco, si possono vedere alberi altissimi, sradicati alla radice dal peso della neve, tristemente appoggiati l'uno all'altro, quasi a consolarsi.
Quando tutto sarà finito e Villa Ada sarà finalmente tornata alla normalità, ci sarà bisogno di pianificare una vera ripiantumazione. Dal Campidoglio hanno fatto sapere che tali operazioni partiranno entro le prossime settimane in tutta la città. Le migliaia di romani che amano Villa Ada e tutti gli altri parchi della Capitale attendono fiduciosi. E partecipativi.

domenica 12 febbraio 2012

ANDATI IN BIANCO

Gli azzurri del rugby sconfitti dall'Inghilterra 19-15
in occasione del secondo incontro di Sei Nazioni 2012



Tutto straordinario, tranne il risultato. La neve che imbiancava Roma come non accadeva da decenni, il rugby allo stadio Olimpico dopo quasi vent'anni e per la prima volta in occasione di una gara del Sei Nazioni e oltre 50 mila appassionati sugli spalti che sarebbero stati 70 mila se l'ondata di gelo e le tormente di neve non avessero paralizzato i trasporti in tutta la penisola, impedendo a migliaia di persone di raggiungere la Capitale per il match. Il campo, però, non si è fatto contagiare dal contesto generale di eccezionalità e ha voltato le spalle alle speranze azzurre di sconfiggere gli inventori dello sport ovale. E' andato tutto come sempre: pur soffrendo come mai in passato e sfiorando la disfatta, alla fine hanno vinto gli inglesi 19-15.
Il bianco è stato il tema dominante della serata ovale italiana: quello del candido manto che ricopriva l'erba del campo, pur in minima parte grazie al lavoro di squadre di spalatori, e quello frutto dell'ipotermia sui visi degli spettatori ibernati in tribuna. Poi il bianco più importante, quello che attorniava la rosa dei Tudor sulle maglie degli inglesi, usciti vincitori dopo essere stati a un passo da una figuraccia storica. Al decimo minuto del secondo tempo, infatti, il punteggio dice 15-6 per l'Italia. I campioni in carica del Sei Nazioni in balìa di un avversario in controllo totale della gara. Due mete a zero per noi segnate da ragazzini esordienti, i ventenni Tommaso Benvenuti e Giovanbattista Venditti. Un sogno vicino alla realizzazione.
Ma il destino ha altri programmi e non assiste lo sventurato Masi nel rinvio di piede su passaggio forse avventato di Bortolami. La palla sbatte sulle mani dell'ala Hodgson che non deve far altro che raccogliere l'ovale e andare in meta. L'Inghilterra alle corde resuscita e inizia a macinare gioco, mentre gli azzurri accusano il colpo e arretrano. I cambi italiani, specialmente all'apertura, non producono gli effetti sperati e gli errori dalla pizzola di Botes, subentrato a Burton, condannano Parisse, migliore in campo, e compagni a una sconfitta onorevole ma amarissima.
La nuova Italia ovale di Jacques Brunel cresce in fretta, nel gioco e nello spirito, ma le disattenzioni e le leggerezze dei singoli confermano che c'è ancora molto da fare per colmare il divario con le grandi squadre. La strada è quella giusta. Non può nevicare per sempre.



Lo stadio Olimpico di Roma gremito
per Italia-Inghilterra dell'11 febbraio 2012



La gara è finita. I giocatori si stringono le mani



Il tradizionale "terzo tempo" celebrato allo lo Stadio dei Marmi,
tra l'Olimpico e la Farnesina



giovedì 19 gennaio 2012

SOVRANITÀ LIMITATA

Un'immagine del sit-in organizzato il 18 gennaio
in piazza Montecitorio dai movimenti per l'acqua pubblica


Difendere il voto referendario, difendere la volontà espressa dalla maggioranza degli italiani, quasi 28 milioni di persone. Il sit-in promosso e organizzato dai movimenti per l'acqua pubblica e dalle tante realtà che ne hanno supportato gli sforzi nella lunga e difficile battaglia della scorsa primavera, si è svolto il 18 gennaio con questo spirito di fronte al Parlamento, in quella piazza Montecitorio che già aveva assistito ad altre mobilitazioni contro i progetti di liberalizzazione del servizio idrico e di ritorno al nucleare. Sembrava fatta, l'esito delle urne non lasciava spazio a interpretazioni o dibattiti. Di acqua in mano ai privati a fini di lucro, semplicemente, non se ne sarebbe più dovuto parlare. Punto.
Alcuni mesi più tardi, invece, un altro governo, altri rappresentanti delle sempre meno rappresentative istituzioni, ma le stesse idee di allora. Come se non fosse accaduto nulla. Come se la Democrazia esistesse solo per avallare decisioni già prese da pochi, all'insaputa, se possibile, o contro, comunque, la volontà dei molti. Uno stillicidio di dichiarazioni si sono susseguite nelle ultime settimane da parte di neoministri e sottosegretari del governo Monti. "Iniziando con le affermazioni di A. Catricalà, Sottosegretario alla Presidenza," scrive padre Alex Zanotelli in una recente lettera appello "che ha detto che l’acqua è uno dei settori da aprire al mercato. E C. Passera, Ministro allo Sviluppo Economico, ha affermato: 'Il referendum ha fatto saltare il meccanismo che rende obbligatoria la cessione ai privati del servizio di gestione dell’acqua, ma non ha mai impedito in sé la liberalizzazione del settore.' E ancora più spudoratamente il sottosegretario all’economia G. Polillo ha rincarato la dose: 'Il referendum sull’acqua è stato un mezzo imbroglio. Sia chiaro che l’acqua è e rimane un bene pubblico. E’ il servizio di distribuzione che va liberalizzato'. E non meno clamorosa è l’affermazione del Ministro dell’ambiente C. Clini: 'Il costo dell’acqua oggi in Italia non corrisponde al servizio reso…. La gestione dell’acqua come risorsa pubblica deve corrispondere alla valorizzazione del contenuto economico della gestione'.
E così di torna al punto di partenza, come in un triste gioco dell'oca in cui può vincere solo uno, il più forte, altrimenti si ricomincia daccapo. E infatti eccoci qui, alla vigilia di un nuovo giro di giostra, con il governo non votato da nessuno che dovrebbe presentare un decreto contenente un articolo, il 20, creato per aggirare il referendum e ignorarne l'esito, liberalizzando ugualmente il settore idrico. "Con l’art. 20 ('Aziende speciali e istituzioni')", si legge in un articolo pubblicato dal Forum Italiano dei movimenti per l'Acqua che riporta la bozza del decreto, "si attacca direttamente il risultato ottenuto dal referendum sull’acqua, che, grazie al rimando alla disciplina comunitaria (Sentenza Corte costituzionale 24/2011), aveva reso possibili le gestioni dirette degli enti locali attraverso enti di diritto pubblico, quali le aziende speciali: si dichiara infatti che le aziende speciali possono intervenire 'per la gestione di servizi diversi dai servizi di interesse economico generale' (presupponendo artatamente che il servizio idrico integrato sia tale) e le si assoggetta per la prima volta al patto di stabilità interno". Un attacco, inoltre, diretto alle esperienze come quella del Comune di Napoli, che ha trasformato la società per azioni a totale capitale pubblico (ARIN) in ABC (Acqua Bene Comune - Ente di diritto pubblico).
Insomma, chi vuole lucrare sull'acqua non si rassegna alla sovranità popolare, che a quanto pare è piena e riconosciuta solo quando non intralcia certi piani o strategie. "Per i potentati economico-finanziari italiani l’acqua è un boccone troppo ghiotto da farselo sfuggire" Conclude padre Zanotelli. "Per le grandi multinazionali europee dell’acqua (Veolia,Suez,Coca-Cola…) che da Bruxelles spingono il Governo Monti verso la privatizzazione, temono e tremano per la nostra vittoria referendaria, soprattutto il contagio in Europa".
Siamo tornati alla casella iniziale, quindi, e tutto inizia di nuovo. "Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono, poi vinci", diceva Gandhi. Abbiamo vinto una volta, può succedere ancora.



"Il mio voto va rispettato", lo slogan del sit-in




Immagini dal sit-in promosso dai movimenti per l'acqua pubblica,
contro il progetto di liberalizzazione dei servizi idrici