mercoledì 8 ottobre 2008

L'ORCHESTRA DEL TITANIC HA FINITO DI SUONARE


Nulla sembra essere sufficiente per azionare il freno d'emergenza. L'ultramoderno e scintillante treno dell'economia finanziaria è più che mai lanciato verso il baratro. Dopo l'approvazione del piano anti-crisi da parte del Congresso, Wall Street è crollata e successivamente al vertice di Parigi tra i maggiori leader europei, che ha messo a nudo le divisioni croniche di un'Europa artificiale e burocratica, le Borse di tutto il continente si sono inabissate, trascinando giù quelle di mezzo mondo. "Persi 1.400 miliardi di dollari dall'inizio della crisi" decretava il Fondo Monetario Internazionale ieri, precisando prontamente che da quella cifra erano esclusi i disastri delle Borse, mentre oggi, anche l'ultima spiaggia del taglio del tasso di sconto da parte della Fed e della Bce si è rivelata ininfluente, con grosse perdite registrate ovunque, dal Giappone a Milano.
"Il panico globale e la massiccia distruzione di ricchezza sono amplificati dallo spettacolo di impotenza di tutte le autorità mondiali, governi e banche centrali. Questa crisi assume dimensioni che nessuno riesce più a padroneggiare" scriveva ieri Federico Rampini su Repubblica, mentre la stampa inglese diffondeva la notizia che persino il Vaticano aveva convertito con largo anticipo, nel 2007, i propri investimenti azionari in oro, contanti e obbligazioni.
Benchè molti cerchino di rassicurare sulla tenuta del sistema, pare che nessuno ci creda davvero e i dati non lasciano ben sperare. "La Banca d'Inghilterra immette liquidità nel sistema per 200 miliardi di sterline e il governo britannico nazionalizza parzialmente 8 istituti di credito. Il premier Brown chiede un vertice mondiale", si legge sul sito web di Repubblica, senza contare il precedente della Nothern Rock, la prima banca inglese a cadere e ad essere nazionalizzata. E' proprio questa infatti, la parola magica e al contempo innominabile del momento.
Dopo i 700 miliardi di dollari pubblici, pari al 5% del Pil Usa, stanziati per risanare i bilanci delle banche e le acquisizioni da parte del Tesoro americano e della Fed di Fannie Mae e Freddie Mac, colossi dei mutui, sembra che l'unica via di scampo dalla catastrofe sia un maggiore ruolo dello Stato nel settore creditizio e su questo terreno ciò che resta dell'Europa sta procedendo speditamente, benchè grottescamente. Dall'Irlanda alla Grecia, dall'Austria alla Svezia passando per Danimarca e persino Germania, lo Stato assicura i depositi per evitare una corsa argentina agli sportelli. Tutto rigorosamente in ordine sparso, tra accuse reciproche e risse verbali.
L'Europa è un nulla politico, ma questo lo sapevamo perfettamente. Il punto è un altro, ovvero cosa fare per salvare il salvabile. "Nazionalizzare il settore creditizio perchè sia lo Stato a sostituirsi ai banchieri?" scrive ancora Rampini "Qualcuno ci ha già pensato, e non a Cuba ma a Londra. Segno che tutti i leader, eletti o tecnocrati, stanno brancolando. Non ci sono precedenti storici che li aiutino. L'11 settembre al confronto fu una "mini-crisi" [...] e il 1929 è lontano, accadde in un contesto troppo diverso".
E allora cosa fare per contrastare la paura, un elemento che, nell'era dell'economia virtuale slegata da qualsiasi oggettività, condiziona scambi e profitti? "[...]Anche grandi investitori come George Soros" scrive Massimo Gaggi sul Corriere della Sera "sostengono che l'idea che i mercati sappiano autoregolamentarsi e tendano naturalmente all'equilibrio è sbagliata. Un'illusione che solo il fondamentalismo mercatista ha potuto continuare ad alimentare anche davanti all'evidenza delle bolle speculative[...]". Un ritorno alla realtà, più che a un'economia reale, con Stati forti che non siano avulsi dal contesto economico e non "lascino fare" ad un sistema ormai in corto circuito. "Quando la musica si fermerà" disse nel luglio 2007 l'allora capo di Citygroup Chuck Prince "la situazione sarà complicata. Ma finchè l'orchestra suona noi continuiamo a ballare".
Ebbene, ora nessuno ha più voglia di divertirsi.

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