martedì 30 giugno 2026

LA MONTAGNA DEL LAZIO: SENTIERI DI STORIA, NATURA E SPIRITUALITÀ

 

Terminillo, tramonto dal rifugio Rinaldi con vista "Valle dell'Inferno"
(Foto Marco Bombagi)

Colline boscose e frastagliate vallate verdeggianti guidano lo sguardo verso il maestoso ed elegante profilo del Monte Terminillo, le cui vette calcaree e severe guardano verso l'orizzonte circostante. Verso quel cuore pulsante dell'Italia centrale che unisce natura selvaggia e una profonda identità storica e culturale. Questa splendida montagna laziale non sfigura affatto dinanzi ai massicci più celebri della penisola. Dalle sue creste affilate e dai suoi storici presidi emanano il fascino dell'esplorazione e la quiete d'alta quota, l'elevazione spirituale e la magnificenza paesaggistica.

 

L'identità ricca di sfaccettature e bellezza di uno dei lembi più romantici e mozzafiato dell'Appennino si condensa ed emerge nella maestosità di una natura che è uno dei simboli di ciò che di incredibile e unico il nostro territorio ha da offrire. Un'eleganza che si svela, anzitutto, lungo l'itinerario che conduce verso il Rifugio Massimo Rinaldi, situato sul Monte Terminilletto a 2108 metri di altitudine. Questo storico baluardo sembra quasi sospeso nel vuoto, sentinella silenziosa della conca reatina. Il cammino per raggiungerlo si sviluppa tra aspre balze rocciose e pascoli d'alta quota, dove il vento racconta storie di antichi pionieri dell'alpinismo. Arrivare alla meta significa conquistare un balcone privilegiato, da cui la vista spazia immensa fino a perdersi nei dettagli di un panorama senza tempo. Un'escursione straordinaria che può realizzarsi anche grazie all'apporto di guide capaci e appassionate come quelle di Terminillo Trekking 360 in un'indimenticabile salita al calar della notte.

 


Da non perdere però l'ascesa alla vetta principale, a quota 2217 metri. Il viaggio può iniziare dal Rifugio Angelo Sebastiani, per poi snodarsi lungo la solennità della Via Normale. La traccia risale i valloni glaciali tra ghiaioni e spettacolari pareti verticali che richiamano atmosfere dolomitiche, esigendo passo sicuro e offrendo forti emozioni. Superati gli ultimi passaggi su roccia, si guadagna la cresta sommitale e la celebre vetta. Da questo tetto del Lazio la bellezza d'alta quota si mostra in tutta la sua vertiginosa purezza, coronando un'esperienza straordinaria che rinfranca lo spirito e dona forza interiore nel dialogo silenzioso con la natura e il cielo. 

La notte sta calando sul Terminillo e viene colta dal rifugio Rinaldi e dalla "Valle dell'Inferno"
(Foto Marco Bombagi)

 

 


 

 

venerdì 8 maggio 2026

VETTE E BORGHI DELLA SABINA, I TESORI DEL LAZIO OLTRE ROMA

La vetta del monte Terminillo (RI) avvolta dalla neve

La bellezza selvaggia e incontaminata che si contempla girovagando tra i pendii del Monte Terminillo invita alla scoperta di un territorio straordinariamente ricco di storia, arte, natura e identità. La Sabina reatina, custode di innumerevoli tesori, è simbolo di quanto il Lazio abbia di prezioso da offrire al visitatore curioso e desideroso di allontanarsi dai consueti itinerari turistici della Capitale. Qui si incontra una quiete particolare, fatta di boschi, praterie e paesaggi che invitano alla scoperta.

 Il Museo Civico di Leonessa (RI), ospitato nell’ex convento duecentesco di San Francesco

 

Con i suoi 2217 metri, il Terminillo offre scenari vari e accessibili in ogni stagione. Le sue foreste di faggio, i sentieri ben segnalati e le viste ampie sulle valli circostanti lo rendono una meta apprezzata da escursionisti e da chi cerca natura incontaminata. D'inverno le piste di Pian de' Valli permettono di sciare a poca distanza da Roma; d’estate e in autunno diventano percorsi ideali per trekking in un ambiente ancora ben preservato, tra altopiani e rifugi. Come quello dedicato ad Angelo Sebastiani, un luogo accogliente dove sostare, riposare e rifocillarsi con una cucina semplice e genuina.

 Scorci suggestivi della piana reatina, tra il Capoluogo sabino
e le pendici del Terminillo

A pochi chilometri dal Terminillo poi si trova Leonessa, un borgo medievale raccolto tra i monti. Qui vale la pena visitare il Museo Civico, ospitato nell’ex convento di San Francesco. Oltre alle testimonianze di arte sacra e storia locale, colpisce soprattutto il chiostro medievale: uno spazio raccolto e silenzioso, dalla bellezza profonda e austera, con le sue arcate sobrie che invitano alla riflessione, lontano dal flusso turistico abituale.

Cigni si scaldano al sole in un corso d'acqua che scorre nella piana reatina,
tra il Capoluogo sabino e le pendici del Terminillo

 

Poco distante, il piccolo paese di Rivodutri custodisce un elemento singolare: la Porta Alchemica. Questo portale del Seicento, decorato con simboli esoterici, si apre oggi su un piccolo parco panoramico. Non ha la fama della gemella romana di Piazza Vittorio, ma conserva un fascino discreto e invita a interrogarsi sulle antiche tradizioni alchemiche presenti nella zona.

Il piccolo borgo di Rivodutri svela la sua Porta Alchemica,
misteriosa opera seicentesca con riferimenti esoterici e iniziatici incisi 

 

La Sabina propone itinerari tranquilli e poco celebrati: sentieri sul Terminillo, borghi medievali, riserve naturali e tracce della antica Via Salaria. È un equilibrio piacevole tra escursioni nella natura, visite culturali e soste tra i prodotti del territorio come olio, formaggi e legumi, espressione di una tradizione contadina ancora viva.

    La vetta del Terminillo e il rifugio Sebastiani

 

Non è necessario che tutto ruoti intorno a Roma. Il Lazio è uno scrigno ampio e diversificato, di cui la Sabina, con l’area del Terminillo, costituisce un esempio significativo. Lembi di meraviglia in cui il paesaggio, la storia e la cultura si intrecciano indissolubilmente, offrendo a chi arriva la possibilità di rallentare e osservare con attenzione. Un territorio autentico, dove la bellezza si manifesta con semplicità e lascia nell'anima ricordi che alimentano la voglia di tornare, per ritrovare la serenità che troppo spesso nel caos della quotidianità e nell'affollamento delle metropoli si perde.

martedì 16 dicembre 2025

IL CUORE DEL SORATTE, CUSTODE DI RICORDI DI GUERRA E MONITO PER L'OGGI


In un’epoca di tensioni geopolitiche crescenti, con i fantasmi di un passato non troppo remoto che tornano ad affacciarsi, le profondità del monte Soratte, una quarantina di chilometri a nord di Roma in un territorio di grande bellezza, custodiscono uno scrigno di conoscenza che si offre come monito silenzioso per il presente. Le gallerie che si inoltrano nelle viscere del gigante calcareo che si erge tra la valle del Tevere e le colline tufacee della Tuscia viterbese, testimoni di avvenimenti drammatici e cruciali, si offrono infatti oggi allo sguardo del visitatore in un percorso di memoria che unisce storia, ingegneria militare e riflessione profonda sul Novecento.

 

L'imponente altura nel territorio del delizioso e antico borgo di Sant'Oreste, cela uno dei complessi ipogei più vasti d'Europa: oltre quattro chilometri e mezzo di tunnel scavati nella roccia a partire dal 1937 per volere di Benito Mussolini. Inizialmente concepiti come rifugio antiaereo per le alte cariche del regime fascista, questi spazi sotterranei divennero, durante la Seconda Guerra Mondiale, il quartier generale del feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante delle forze tedesche in Italia. Qui, tra il 1943 e il 1944, si decisero le sorti della Penisola mentre gli Alleati, dopo averlo scoperto, provavano a distruggere il sito senza tuttavia mai riuscirci. Nel dopoguerra, durante la Guerra Fredda, il bunker fu potenziato come struttura antiatomica per ospitare i più importanti esponenti politici e istituzionali italiani in caso di conflitto nucleare, con porte blindate, sistemi di ventilazione e centrali autonome.

 

Un luogo che narra di fatti ma anche di miti, come spesso accade ai luoghi protagonisti di grandi accadimenti. La leggenda per eccellenza che caratterizza il monte Soratte è quella dell'oro della Banca d'Italia, trafugato durante il conflitto e poi parzialmente rinvenuto. Si narra infatti che la parte mancante di quell'immenso tesoro sia ancora celata in qualche angolo nei meandri profondi del bunker. Ma di questa e di tante altre appassionanti storie, nonché interessanti episodi storici avvolti per decenni nell'oblio o nel segreto militare, oggi è possibile avere contezza grazie all'impegno instancabile dell'Associazione Bunker Soratte, realtà volontaria fondata nel 2010. Oggi, guide appassionate ed esperte tra cui Lucrezia e Gino accompagnano il visitatore attraverso il "Percorso della Memoria", con due modalità distinte e complementari.

 

Scritte che rimandano all'epoca della seconda guerra mondiale
 

La visita standard, a piedi, permette di esplorare gli ambienti con allestimenti evocativi, ricostruzioni fedeli e testimonianze che narrano bombardamenti, resistenza e segreti sepolti. E quella se possibile ancor più suggestiva a bordo di un trenino elettrico d'epoca sull'antica ferrovia Decauville: un viaggio immersivo, arricchito da audioguida e visori di realtà virtuale in 3D, che trasporta il visitatore indietro nel tempo per rivivere eventi storici in ambienti originali ricostruiti digitalmente. Un'esperienza commovente e innovativa che rivela un patrimonio immenso, meritevole di essere conosciuto, preservato e trasmesso alle nuove generazioni, affinché la memoria non si dissolva nel tempo.

 

Scritte che rimandano all'epoca dell'occupazione nazista

 

lunedì 3 novembre 2025

LO SCORRERE DEL FABARIS RACCONTA DI BELLEZZA E STORIA


Castelnuovo di Farfa, nel cuore della provincia di Rieti, custodisce nei suoi confini un patrimonio di bellezze storiche, culturali e paesaggistiche che sussurrano storie millenarie, tra uliveti secolari e gole fluviali incise dal tempo. Il territorio, abbracciato dal fiume Farfa e dal torrente Riana, si dispiega come una tela verdeggiante, con i Monti Sabini a fare da sentinelle silenziose e la Riserva Naturale della Valle del Farfa a offrire sentieri immersi in una flora rigogliosa, dove il canto degli uccelli e il fruscio delle acque evocano un'armonia primordiale. Non meno preziosa è la porzione di campagna che si estende a sud del borgo, con i suoi pascoli punteggiati di querce e le curve sinuose dei colli, arricchite dalla presenza discreta di volpi e istrici, custodi naturali di questo eden sabino.
 
 
Tra questi tesori, spicca la Chiesa Altomedievale di San Donato, gemma archeologica e spirituale sorta nel tardo VI secolo d.C., menzionata nei regesti dell'Abbazia di Farfa fin dall'817. Immersa nella campagna lungo l'itinerario verso il fiume, questa chiesetta circolare, con la sua abside e le quattro cappelline radiali, testimonia l'origine stessa del borgo: intorno a essa nacque il Castellum Sancti Donati, primo insediamento fortificato contro le incursioni saracene. Abbandonata nel XVI secolo, crollò nel 1933 per il peso dei secoli, ma fu ricostruita fedelmente a spese di Angelo Salustri Galli, preservando le nicchie affrescate che custodiscono frammenti di devozione longobarda. Oggi è parte del Museo Diffuso dell'Olio della Sabina e invita a un cammino che, in quaranta minuti circa dal borgo attraverso ulivi nodosi e profumati, conduce alle antiche vestigia che pulsano di fede antica in un'aura di quiete che fonde liturgia e paesaggio.
 
 
Di eguale fascino è l'Antico Palazzo Salustri Galli, dimora rinascimentale incastonata sul lato nord del borgo, che occupa un quarto dell'antico abitato medievale racchiuso tra mura e torri. Appartenuto per secoli alla nobile famiglia che amministrava le terre farfensi, questo edificio simboleggia il potere e l'influenza culturale dei marchesi Simonetti, artefici della sua ristrutturazione nel Quattrocento. Le sue sale, ricche di decorazioni parietali e una collezione pittorica di rara eleganza, evocano epoche di splendore, mentre il giardino all'italiana annesso, con siepi geometriche e fontane mormoranti, si apre sul panorama della valle come un ponte tra architettura e natura. Ancora proprietà privata dei Salustri Galli, il palazzo rivela affreschi e arredi che narrano di un'Italia minore, colta e raffinata, intrecciata all'economia olivicola che permea l'intera Sabina. 
Castelnuovo di Farfa, dunque, non è solo un borgo di vicoli lastricati e porte fortificate, come la maestosa Porta Castello, ma un mosaico vivo dove la Chiesa di San Donato e il Palazzo Salustri Galli dialogano con le Gole del Farfa, un monumento naturale di canyon calcarei solcati dal fiume, habitat di falchi pellegrini e trote fario. Qui, tra l'oro delle foglie autunnali e il verde perpetuo degli ulivi, il tempo rallenta fino a divenire un pensiero lontano, invitando a perdersi in un abbraccio di storia e bellezza selvaggia.

 

lunedì 4 agosto 2025

GROTTA DEL CERVO, VIAGGIO PRIMORDIALE NEL CUORE DELLA MARSICA


A Pietrasecca, piccolo, delizioso borgo arroccato su un aspro costone nel verde d'Abruzzo, è possibile varcare la soglia di un regno sotterraneo, dove la terra si mostra nuda e il tempo si dissolve in un eterno sussurro di roccia e acqua. Qui, tra le pieghe di un paesaggio scolpito dalle mani dei millenni, si respira un silenzio vivo, un dialogo antico tra la natura e chi sa ascoltarla. Le grotte sono un invito a smarrirsi in una dimensione altra, dove ogni stalattite e ogni riflesso umido custodisce frammenti di un passato remoto.

Grotta del Cervo, Riserva Naturale delle Grotte di Pietrasecca, Carsoli (AQ)
"L'Arcangelo Michele"

Il viaggio inizia lungo sentieri che si snodano tra querce e castagni, dove l’aria si fa fresca e il profumo di terra bagnata si mescola a quello delle erbe selvatiche. Siamo nella Riserva Naturale Speciale delle Grotte di Pietrasecca che si svelano con discrezione, come a proteggere un segreto prezioso. Due sono le mete principali: la Grotta del Cervo, aperta ai visitatori, e la Grotta Ovito, regno degli speleologi più audaci. È nella Grotta del Cervo che ci si immerge in un’esperienza che è tanto fisica quanto interiore.

Grotte di Pietrasecca, un viaggio primordiale nella storia geologica della Marsica

L’ingresso è un arco di roccia grezza, una porta che separa due mondi. Nessuna luce fissa ad accoglierti, nessuna passerella a rassicurarti: solo un breve tratto battuto all’entrata, poi il buio ti avvolge come un mantello antico. Le guide, appassionate e preparate, sono i cantastorie di questo mondo sotterraneo. I loro racconti, ricchi di dettagli geologici e aneddoti storici, trasformano ogni passo in una scoperta. Il fascio delle torce elettriche sui caschi, unica luce in questo regno selvaggio, rivela un universo di meraviglie. Stalattiti e stalagmiti si ergono come sculture di un tempo senza nome. L’acqua, creatrice paziente di questi capolavori eterni continua a plasmare le proprie opere, goccia dopo goccia nella quiete dell'ombra.
 

Camminare nella Grotta del Cervo è un’immersione in una natura primordiale. A differenza di altre grotte, anch'esse meravigliose ma addomesticate da luci e sentieri artificiali, qui tutto è intatto, selvaggio. Il terreno è irregolare, a tratti scivoloso, e le guide, con la loro attenzione costante, insegnano a muoversi con rispetto, come ospiti in una cattedrale viva. Il suono delle gocce che cadono, amplificato dal silenzio, è un canto antico, un metronomo di millenni. Le pareti, levigate dall’acqua, raccontano di ere in cui queste cavità ospitavano cervi preistorici e, forse, uomini in cerca di riparo o in adorazione di potenti divinità. Le formazioni carsiche, con nomi come “l'Arcangelo Michele” o “Il Drago”, prendono vita grazie alla voce delle guide che evocano leggende di giganti e spiriti sotterranei.
 
Grotta del Cervo, conrezioni irregolari alla luce delle torce
 
Il buio è il vero protagonista di Pietrasecca. Quel buio denso, spezzato solo dal debole bagliore delle torce, ti costringe a vedere con occhi nuovi, a sentire con il corpo intero. È un buio che non opprime, ma libera. La voce delle guide racconta di come la grotta sia stata scoperta nel 1984 durante un’esplorazione fortuita, e di come oggi sia protetta per preservarne la purezza. La loro dedizione traspare in ogni parola, rendendo l’escursione un rito, un ritorno alle origini. Riemergere dalla grotta è come tornare ad un mondo in cui tutto è evidente, illuminato, senza segreti nella sua bellezza. Il paesaggio si dispiega in tutto il suo fascino rasserenante: colline boscose, muretti di pietra, un silenzio che sa di pastori e contadini, di vite dure di un passato autentico e lontano, intessute di fatica e poesia. Pietrasecca, con la sua identità distinta, sembra un custode di segreti, e le guide, con il loro amore per questo luogo, ne sono i narratori.
 

Le Grotte di Pietrasecca sono un invito a perdersi, a lasciare le luci del mondo moderno e a ritrovare un legame profondo con la terra, guidati da chi ne conosce l’anima. Sono un’esperienza che scuote e incanta, che lascia dentro un’eco di pietra e oscurità, ma anche di autenticità, verità. È l'anima del mondo di cui anche l'uomo fa parte, plasmata dagli elementi e dalle ere. Riabbracciarla ogni tanto fa bene.


lunedì 16 giugno 2025

CASCATE NEL CUORE DELLA MONTAGNA, LE GROTTE DI STIFFE


Nel cuore del Parco Naturale Regionale Sirente-Velino, a pochi chilometri dall’Aquila, le Grotte di Stiffe si svelano come una delle meraviglie sotterranee più affascinanti dell’Italia centrale. Situate nella frazione di Stiffe, nel comune di San Demetrio ne’ Vestini, queste grotte carsiche sono un capolavoro scolpito dall’acqua, un invito a esplorare le profondità della terra abruzzese. Esplorare questo sito lascia un’impronta indelebile, un’esperienza che intreccia la potenza della natura con il fascino di un passato remoto.
 
La Sala della Cascata
 
Raggiungere le grotte è già un viaggio nel viaggio. La strada statale 261 Subequana si snoda tra le colline della conca aquilana, dove il paesaggio si alterna tra la maestosità del Gran Sasso e la rigogliosa vegetazione che incornicia il piccolo borgo di Stiffe. Non lontano, il borgo di Fossa, aggrappato a uno sperone roccioso e segnato dai lavori di ricostruzione post-sisma, custodisce tesori che arricchiscono l’esperienza: la duecentesca chiesa di Santa Maria ad Cryptas e l’attigua necropoli, testimonianze di un Abruzzo antico e spirituale da conoscere con l'ausilio di guide appassionate e preparate come quelle dell'associazione "Semi sotto la pietra".
 
Salendo nella Sala della Cascata

L’ingresso alle grotte, incastonato in una parete rocciosa a circa 700 metri di altitudine, è una spaccatura spettacolare, quasi una porta verso un mondo altro. Qui, il Rio Gamberale, il fiume sotterraneo che ha plasmato le grotte per millenni, accoglie i visitatori con il suo fragore, un canto incessante che accompagna l’intera esplorazione.
 
La splendida Sala delle Cocrezioni
 
La visita guidata, della durata di circa un’ora, si sviluppa lungo un percorso di 700 metri, attrezzato con passerelle e scalinate che rendono l’esperienza accessibile, pur richiedendo scarpe antiscivolo per l’umidità del terreno e un abbigliamento adeguato per ripararsi dal rigido abbraccio dei circa 10°C di temperatura interna costante. Ci si può così abbandonare ad un viaggio al centro delle montagne d'Abruzzo, tra stalattiti e stalagmiti.
 
Altezze vertiginose tra ombre e luce

Le Grotte di Stiffe sono una risorgenza attiva, un fenomeno geologico raro in cui il fiume, dopo un percorso sotterraneo, riemerge in superficie. Le acque, originate dal sovrastante Altopiano delle Rocche, creano rapide, laghetti e cascate, con una portata che varia stagionalmente: in primavera il flusso è impetuoso, mentre in autunno assume un carattere più raccolto.
 
Concrezioni nelle grotte
 
Il percorso si articola in diverse sale dalla bellezza ipnotica, ciascuna con un’identità unica. La Sala del Silenzio, dove il fiume si placa per gran parte dell’anno, offre un’atmosfera quasi sacra, con il gocciolio delle stalattiti che rompe la quiete. La Sala della Cascata, con un salto d’acqua di circa 20 metri, è uno spettacolo di potenza e bellezza, dove il fragore si mescola alla vista di pareti levigate dall’erosione. La Sala delle Concrezioni è un trionfo di forme: stalattiti trasparenti come cristalli e stalagmiti che si ergono come sculture naturali. Per culminare nella Sala dell’Ultima Cascata, aperta al pubblico nel 2007, dove un salto di oltre 25 metri si getta in un laghetto profondo, in un ambiente vasto che amplifica l’eco dell’acqua. Appena fuori dall'ingresso infine sono ancora visibili i resti di una centrale idroelettrica del 1907, distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale.
 
Acque trasparenti custodite nelle profondità della montagna
 
A completare l’esperienza, a pochi minuti d'auto dalle grotte c'è come detto il paesino di Fossa che offre la possibilità di visitare la duecentesca Santa Maria ad Cryptas con il suo esterno gotico e il fascino mistico degli affreschi medievali benedettini e toscani, che sussurrano storie di fede. Senza dimenticare la vicina necropoli, con le sue tombe testimonianza del ricco e variegato patrimonio culturale, artistico e spirituale abruzzese.
 
Esplorando le grotte ci si avventura in un mondo altro
 
Con oltre 40.000 visitatori l’anno, le Grotte di Stiffe sono una meta straordinaria per ogni amante della natura e del bello. Un'occasione unica per immergersi nel dialogo tra l’uomo e l'eternità, un viaggio nel tempo dove l’acqua, scultrice paziente, racconta una storia millenaria. Un luogo da scoprire, che incanta e sorprende, rivelando l’anima più profonda dell’Abruzzo.


sabato 19 aprile 2025

A GROTTAFERRATA L'ULTIMO BALUARDO BIZANTINO IN OCCIDENTE

 

Stele attica nel museo dell'abbazia: sec. V a.c. Un giovane intento a leggere con una pantera sotto di sé

A pochi passi da Roma, dove i Colli Albani si ergono verdeggianti, Grottaferrata custodisce un tesoro di spiritualità e cultura: l’Abbazia di San Nilo e il suo museo, un luogo dove l’Oriente bizantino incontra l’Occidente in un dialogo che sfida i secoli. Tra vigneti e uliveti, respirando aria profumata di terra e di storia, la strada sinuosa porta in vista di questo luogo unico. Quando il monastero appare, con le sue mura merlate e il campanile romanico svettante, il tempo sembra rallentare, invitandoti al raccoglimento ed alla riflessione.
 
L'iconostasi barocca dell'Abbazia di San Nilo a Grottaferrata
 
L’Abbazia di San Nilo, fondata nel 1004 da San Nilo di Rossano, un monaco calabrese di origine greca, è un unicum nel panorama monastico: l’ultimo baluardo dei monasteri bizantini che un tempo punteggiavano l’Italia meridionale, rimasto fedele a Roma pur conservando il rito bizantino-greco. Entrare nella Chiesa di Santa Maria è come varcare una soglia tra due mondi.
 
Decorazioni a grottesche all'interno del museo dell'abbazia di S.Nilo
 
La facciata, con il suo rosone che cattura la luce del mattino, parla un linguaggio romanico, ma l’interno ti avvolge in un’atmosfera mistica: l’iconostasi barocca, progettata da Gian Lorenzo Bernini e realizzata da Antonio Giorgetti, troneggia con l’icona della Theotokos, la Madre di Dio, che ti guarda con occhi vivi di energia spirituale.
 
Pavimento cosmatesco (XIII sec.) all'interno della chiesa abbaziale
 
I mosaici della Pentecoste sull’arco trionfale, risalenti al XII secolo, brillano di un oro che sa di cielo, mentre gli affreschi della Cappella Farnesiana, opera del Domenichino, narrano le storie di San Nilo con una grazia che commuove. Il pavimento in marmo policromo, un intreccio cosmatesco del XIII secolo, riflette la luce che filtra dalle vetrate, e il profumo d’incenso aleggia nell’aria, accompagnando il canto dei monaci che, ancora oggi, celebrano in greco antico.
 
Chiostro dell'abbazia di S. Nilo, sede del museo archeologico

 
Ma l’Abbazia non è solo un luogo di culto: è un scrigno di memorie. Accanto alla chiesa, il Museo di San Nilo, ospitato nel Palazzo del Commendatario, ti accoglie con la promessa di un viaggio nel tempo. Qui, ogni oggetto racconta una storia. La stele attica del V secolo a.C., con un giovane seduto e una pantera, ti guarda con la serenità di chi ha attraversato millenni. I sarcofagi dell’ipogeo delle Ghirlande, rinvenuti nei pressi delle catacombe Ad Decimum il cui ingresso scorre accanto quasi nascosto lungo la via che porta a Grottaferrata, parlano di un amore materno che sfida la morte: quello di Ebuzia Quarta per il figlio Tito Carvilio Gemello, sepolti insieme in un commovente, eterno abbraccio.
 
Sarcofagi di Ebuzia Quarta e del figlio Tito Carvilio Gemello, rinvenuti nei pressi della catacomba Ad Decimum
 
Camminando tra le sale, ti colpisce il silenzio, rotto solo dal suono tenue dei propri passi e dal canto lontano di un uccello che si leva dal cortile. È un silenzio che invita alla riflessione, che ti fa sentire parte di qualcosa di più grande: un ponte tra epoche, tra culture, tra il visibile e l’invisibile. Dalla finestra, lo sguardo si perde sui colli, dove il verde si mescola ai colori degli edifici della placida cittadina, e il cuore si riempie di una pace profonda, come se il tempo, qui, avesse deciso di fermarsi per lasciarti ascoltare la voce del mondo.
 
Ciborio cosmatesco del XIII secolo. Colonne tortili e arco ogivale
 
Lasciare l’Abbazia di San Nilo lascia un velo di malinconia nell'animo, quella che si prova quando ci si allontana da qualcosa di piacevole. Porti con te il profumo dell’incenso, l’eco di un canto antico, il rifulgere di un mosaico. È un luogo che regala sensazioni che non ci si stancherebbe di provare. E mentre ti allontani, con il sole che accende i colli di sfumature dorate, sai che tornerai, proprio perché sai che vorrai ritrovare ancora quelle atmosfere, ne sentirai la mancanza come accade per i bei sogni che non vogliono svanire.
 
Annunciazione, sportelli lignei XIII secolo

 

martedì 1 aprile 2025

LA DIMORA DA FIABA DI CESARE MATTEI BRILLA SULL'APPENNINO BOLOGNESE

 
Il Cortile dei Leoni della Rocchetta Mattei, ispirato a quello ben più ampio dell'Alhambra di Granada

I monti a sud della città felsinea si svelano come un antico scrigno, dove ogni scorcio sembra custodire un segreto. Dai fitti boschi, ricchi di ogni sfumatura che la natura sa creare, che scorrono lungo la strada punteggiata da antichi borghi spunta su una collina la Rocchetta Mattei, un castello fiabesco che narra storie di un tempo lontano, sospeso.
 
La Cappella, realizzata con materiali locali quali gesso, cemento, mattoni e legno. Con i caratteristici archi, che ricordano delle palme, ispirati a quelli della Mezquita di Cordova.
 
L’aria è fresca e profumata e il cielo si apre come una tela dove le nuvole disegnano arabeschi che ricordano gli intricati decori del castello che già attende. Le sue torri svettano presentando al visitatore l'incredibile misto di stili che caratterizza il maniero: moresco, gotico, orientale. Unico, come se il conte Cesare Mattei, il suo eccentrico ideatore, avesse voluto fondere in un’unica visione tutti i sogni che aveva raccolto nei suoi viaggi e nei suoi studi.
 
Dalla Cappella si sale al Giardino pensile dal quale si ha una visuale unica sugli edifici della Rocchetta
 
Varcare l’ingresso in stile moresco è come attraversare un portale verso un’altra dimensione. L’imponente scalone in pietra arenaria accoglie con grande solennità, mentre la luce filtra dalle vetrate colorate dipingendo riflessi che danzano sulle pareti. Le stanze si susseguono come capitoli di un libro, ognuna con un carattere proprio: archi ogivali si alternano a decorazioni orientali, mosaici scintillanti si specchiano in pavimenti che raccontano storie di maestria artigianale. È un luogo che non si lascia afferrare facilmente: ogni angolo nasconde un dettaglio, un simbolo, un enigma che invita a fermarsi, a osservare, a riflettere. 
 
Ingresso moresco al castello. La scalinata in pietra arenaria che sale fino al cortile principale è decorata con numerose statue.
 
Ma la Rocchetta non è solo un’opera d’arte. È anche un luogo che parla al cuore. Da ogni finestra lo sguardo si perde sull’Appennino, un mare di colline che si stende all’infinito, interrotto solo dal profilo di qualche antico campanile. Il silenzio qui è profondo, rotto solo dal canto di un uccello o dal frusciare delle foglie mosse dal vento. È un silenzio che non opprime, ma consola, come un abbraccio della natura che ti ricorda quanto sia prezioso fermarsi a respirare, a sentire, a essere. In questo scenario la Rocchetta sembra quasi un miraggio, un’oasi di bellezza e mistero che testimonia di un’epoca in cui gli uomini osavano sognare.
 
La torre dell'ingresso moresco. La finestra ha come balaustra la copia in marmo del pulpito "pomposiano" conservato al Louvre di Parigi.
 
La storia di Cesare Mattei è quella di un personaggio da romanzo. Nato nel 1809, dedicò la sua vita alla costruzione del castello e alla diffusione dell'Elettromeopatia, medicina alternativa da lui ideata che attirò l’attenzione di intellettuali come Fëdor Dostoevskij, che citò il conte nei “Fratelli Karamazov”. Ma oltre la fama, ciò che colpisce è la visione: la Rocchetta non è solo un edificio, è un manifesto, un luogo dove arte, scienza e spiritualità si fondono in un’armonia che sfida il tempo e mira a trasmettere desiderio di dare corpo all'eternità.
 
Sala dei Novanta, la vetrata con l'immagine di Cesare Mattei e la sua data di nascita
 
Tornando verso la pianura al termine del viaggio nel sogno di Mattei, mentre il sole tramonta sull’Appennino disegnando profili onirici, un senso di meraviglia e di pace accompagna il visitatore. Ed  egli sa che un pezzo di quella visione resterà nell'animo come un’eco di bellezza e poesia.
 
Usciti dalla Cappella si sale al Giardino pensile dal quale si ha una visuale unica sugli edifici del castello

mercoledì 2 ottobre 2024

L'ABBAZIA NEL VERDE GUARDA IL DELTA DEL PO

Abbazia di Pomposa, edificata tra il 751 e l'874 a pianta basilicale e a tre navate con abside


La foce del Grande Fiume non finisce mai di sorprendere, con i suoi innumerevoli spunti di visita e scoperta. Scorci e paesaggi straordinari e unici accanto a luoghi d'arte e cultura. Lembi di terra che spuntano dall'acqua come miraggi creati dalla luce, su cui sopravvivono basse e isolate case eredità di tempi lontani e difficili, in cui gli uomini dovevano strappare la propria sopravvivenza lottando contro lo sfruttamento economico più che contro il mare. E poi il quieto sciabordio della marea rotto solo dalle voci degli uccelli che si incontrano nelle lagune, donando vita e movimento all'orizzonte sconfinato e silenzioso. Accanto ai colori debordanti e alle poetiche atmosfere della natura, balsamo per l'anima, il visitatore può trovare anche perle culturali, artistiche e storiche, egualmente meritevoli di scoperta e ammirazione.

 

Interno della chiesa abbaziale, finemente decorata con affreschi trecenteschi raffiguranti scene dal Vecchio e Nuovo Testamento, Apocalisse e Giudizio Universale.

Non molto distante dal centro storico della deliziosa Comacchio, con il suo borgo sorto sulle acque delle omonime Valli, il Parco del Delta del Po riserva altri tesori che non possono non essere visti da chi decida di tuffarsi nelle meraviglie di questa terra: avvolta nel verde e nel silenzio della pianura, leggermente all'interno rispetto alle basse acque del delta, troviamo infatti la maestosa abbazia medievale di Pomposa. La si incontra arrivando attraverso strade che tagliano verdi campi e aggirano cinture di alti alberi in una zona pianeggiante e scarsamente urbanizzata, in cui proprio l'assenza di un numero eccessivo di edificazioni  contribuisce a preservare la bellezza serena di questo fantastico lembo di Emilia Romagna. Qui si percepisce la cura che l'uomo ancora riserva, quando vuole, alle cose preziose della storia e del mondo in cui tutti viviamo.

La controfacciata della chiesa abbaziale, decorata con un affresco raffigurante il Giudizio Universale


Giunti a destinazione, dopo aver lasciato la strada principale e aver svoltato in direzione di un grande parco alberato e ben tenuto, ci si ritrova ai piedi dell'imponente campanile di 48 metri d'altezza, edificato a partire dall'anno 1063 per opera del maestro Deusdedit. Oltre alla mole, ciò che colpisce subito il visitatore sono le numerose aperture nella struttura: eleganti e raffinate bifore, trifore e quadrifore inserite in numero progressivo e caratterizzate da grandezza sempre maggiore via via che si procede verso l'alto. Soluzione che dona non solo gradevolezza estetica ma soprattutto leggerezza, stabilità e slancio verso il cielo.

Il pavimento della chiesa abbaziale è di grande interesse e il disegno è diviso in quattro settori.
I primi tre a partire dall'altare appartengono al coro dei monaci, separato dal resto della chiesa


Separato dal campanile, a pochi metri, si entra nella chiesa abbaziale, un gioiello edificato tra il 751 e l'874 a pianta basilicale e a tre navate con abside. La matrice culturale è quella delle basiliche ravennati classiche, tanto per l'architettura quanto per la concezione dello spazio. Bellissimi i pezzi di spoglio provenienti dalla Ravenna bizantina che punteggiano la facciata. L'interno è di uno splendore abbacinante, con i suoi affreschi trecenteschi che ricoprono di meraviglia ogni angolo delle pareti e raffiguranti scene del Vecchio e Nuovo Testamento e dell'Apocalisse. La controfacciata è decorata con una lettura del Giudizio Universale mentre l'abside è impreziosito dalla mano di Vitale da Bologna. Nell'XI secolo la basilica aveva raggiunto la sua dimensione e ricchezza decorativa attuali. Con il biglietto d'entrata alla basilica è possibile anche visitare il museo, ricco di reperti d'ogni epoca provenienti da scavi nel territorio e dall'abbazia stessa.

L'abside è impreziosito dalla mano di Vitale da Bologna che iniziò l'opera attorno al 1351. Lavori che furono probabilmente terminati da pittori della bottega vitalesca, tra i quali Andrea da Bologna


L'abbazia di Pomposa costituisce uno dei diamanti culturali e storici di un territorio che possiede tutto per far innamorare il visitatore: natura incontaminata e paesaggi straordinari, acqua e terra abbracciate l'una all'altra in un connubio unico e dalla bellezza infinita, scorci e tonalità abbacinanti e millenni di arte e identità. Un lembo magnifico di Emilia-Romagna che dispiace lasciare una volta terminato il tempo, ma con la voglia di tornare appena possibile per ritrovare gli stessi luoghi e le medesime emozioni da rivivere ancora.

Scorcio del Museo Pomposiano visitabile assieme alla chiesa abbaziale