Immerso nel cuore pulsante dell’Asia Centrale, plasmato dai secoli e cinto da
deserti sconfinati che ne hanno custodito il mito e gli hanno donato un'identità leggendaria, l’Uzbekistan si rivela come
la porta d'oriente per coloro che ricercano le radici della Via della
Seta. Universalmente celebre per le sue oasi carovaniere e la
rivoluzionaria maestria dei suoi antichi artigiani, questo Paese può
vantare molteplici gioielli architettonici che lasciano senza fiato il visitatore,
offrendo un viaggio che è, anzitutto, una sublime immersione nella
storia dell'umanità.
PASSEGGIANDO PER LA CAPITALE UZBEKA
La
soglia di questa terra incantata si apre a Tashkent, la capitale, dove i
larghi viali di impianto sovietico si fondono armoniosamente con i
primi accenni di cupole maiolicate, introducendo il viaggiatore alla
complessità storica della nazione.
TASHKENT: IL CONTRASTO TRA MODERNITÀ E TRADIZIONE
Da
qui, l'itinerario si spinge verso il culmine leggendario del viaggio:
Samarcanda. Il Registan, la piazza monumentale incorniciata da tre
imponenti madrase, rappresenta uno dei complessi architettonici più
straordinari del pianeta. Quando le prime luci della sera accendono le
facciate ornate d'oro e azzurro, lo scenario diviene mistico.
LO SPETTACOLO NOTTURNO DEL REGISTAN
Poco
distante dal cuore della piazza, la monumentale necropoli di
Shah-i-Zinda rapisce lo sguardo e l'anima di chiunque vi si accosti,
offrendo un labirinto di mausolei dalle sfumature blu cobalto e turchese
così intense da apparire quasi irreali.
I DETTAGLI UNICI DI SHAH-I-ZINDA
Superando
i passi montani si raggiunge la storica Shakhrisabz, la città natale
del leggendario condottiero Tamerlano. Qui, l'orgoglio monumentale
dell'impero si manifesta nei colossali resti dell'Ak-Saray, il palazzo
imperiale. Sebbene il tempo abbia scalfito la struttura originale,
l'immenso portale d'ingresso, ancora parzialmente rivestito di mosaici
filigranati, testimonia la volontà del sovrano di sfidare l'eternità
attraverso la pietra.
LE ROVINE DELL'IMPERIALE PALAZZO AK-SARAY
Il
cammino conduce poi a Bukhara, per secoli uno dei centri spirituali e
intellettuali più luminosi del mondo islamico. La vita cittadina si
sviluppa armoniosamente attorno alle vasche storiche di Lyabi-Khauz,
dove la comunità locale perpetua antichi riti di convivialità.
LA VITA LENTA E LE TRADIZIONI DI BUKHARA
Tra
le caratteristiche cupole dei bazar commerciali, dove maestri artigiani
tramandano l’arte di tessere tappeti e forgiare lame, si respira
un'atmosfera d'altri tempi, culminante nella visione del complesso
Po-i-Kalyan, il cui maestoso minareto risparmiato da Gengis Khan
continua a svettare con solenne regalità.
ALL'INTERNO DEL MAUSOLEO DI TAMERLANO, MAGIA E TRADIZIONI
Infine,
attraversando le dune del deserto del Kyzylkum, si giunge alla
millenaria fortezza di Khiva, una vera e propria città-museo racchiusa
entro intatte mura di fango e mattoni che sfidano lo scorrere del tempo.
Camminare a tarda sera tra le vie di Ichan Kala, la cittadella interna,
regala la sensazione di varcare i confini di una favola da "Mille e una notte".
LA SERA NELLA CITTADELLA DI ICHAN KALA A KHIVA
Qui,
il celebre minareto incompiuto Kalta Minor, interamente rivestito di
piastrelle turchesi, conclude l'itinerario lasciando nel viaggiatore
l'impronta indelebile di un viaggio straordinario e il ricordo di un
popolo custode di una profonda e antica ospitalità.
INDIMENTICABILE REGISTAN, DALLA MADRASA DI ULUG BEK ALLA CUPOLA D'ORO DELLA MOSCHEA DI TILYA-KORI
Terminillo, tramonto dal rifugio Rinaldi con vista "Valle dell'Inferno" (Foto Marco Bombagi)
Colline boscose e frastagliate vallate verdeggianti guidano
lo sguardo verso il maestoso ed elegante profilo del Monte Terminillo, le cui
vette calcaree e severe guardano verso l'orizzonte circostante. Verso quel
cuore pulsante dell'Italia centrale che unisce natura selvaggia e una profonda identità storica e culturale. Questa
splendida montagna laziale non sfigura affatto dinanzi ai massicci più celebri
della penisola. Dalle sue creste affilate e dai suoi storici presidi emanano il
fascino dell'esplorazione e la quiete d'alta quota, l'elevazione spirituale e
la magnificenza paesaggistica.
L'identità ricca di sfaccettature e bellezza di
uno dei lembi più romantici e mozzafiato dell'Appennino si condensa ed emerge
nella maestosità di una natura che è uno dei simboli di ciò che di incredibile
e unico il nostro territorio ha da offrire. Un'eleganza che si svela, anzitutto, lungo l'itinerario che
conduce verso il Rifugio Massimo Rinaldi, situato sul Monte Terminilletto a 2108
metri di altitudine. Questo storico baluardo sembra quasi sospeso nel vuoto,
sentinella silenziosa della conca reatina. Il cammino per raggiungerlo si
sviluppa tra aspre balze rocciose e pascoli d'alta quota, dove il vento
racconta storie di antichi pionieri dell'alpinismo. Arrivare alla meta significa
conquistare un balcone privilegiato, da cui la vista spazia immensa fino a
perdersi nei dettagli di un panorama senza tempo. Un'escursione straordinaria che può realizzarsi anche grazie all'apporto di guide capaci e appassionate come quelle di Terminillo Trekking 360 in un'indimenticabile salita al calar della notte.
Da non perdere però l'ascesa alla vetta principale, a quota 2217 metri. Il viaggio può iniziare dal Rifugio Angelo Sebastiani, per poi
snodarsi lungo la solennità della Via Normale. La traccia risale i valloni
glaciali tra ghiaioni e spettacolari pareti verticali che richiamano atmosfere
dolomitiche, esigendo passo sicuro e offrendo forti emozioni. Superati gli
ultimi passaggi su roccia, si guadagna la cresta sommitale e la celebre vetta.
Da questo tetto del Lazio la bellezza d'alta quota si mostra in tutta la sua
vertiginosa purezza, coronando un'esperienza straordinaria che rinfranca lo spirito e dona forza interiore nel dialogo silenzioso con la natura e il cielo.
La notte sta calando sul Terminillo e viene colta dal rifugio Rinaldi e dalla "Valle dell'Inferno" (Foto Marco Bombagi)
La vetta del monte Terminillo (RI) avvolta dalla neve
La bellezza selvaggia e incontaminata che si contempla girovagando tra i
pendii del Monte Terminillo invita alla scoperta di un territorio
straordinariamente ricco di storia, arte, natura e identità. La Sabina
reatina, custode di innumerevoli tesori, è simbolo di quanto il Lazio
abbia di prezioso da offrire al visitatore curioso e desideroso di
allontanarsi dai consueti itinerari turistici della Capitale. Qui si
incontra una quiete particolare, fatta di boschi, praterie e paesaggi
che invitano alla scoperta.
Il Museo
Civico di Leonessa (RI), ospitato nell’ex convento duecentesco di San Francesco
Con
i suoi 2217 metri, il Terminillo offre scenari vari e accessibili in ogni stagione. Le sue foreste di faggio, i sentieri ben segnalati e le
viste ampie sulle valli circostanti lo rendono una meta apprezzata da
escursionisti e da chi cerca natura incontaminata. D'inverno le piste di
Pian de' Valli permettono di sciare a poca distanza da Roma; d’estate e
in autunno diventano percorsi ideali per trekking in un ambiente ancora
ben preservato, tra altopiani e rifugi. Come quello dedicato ad Angelo
Sebastiani, un luogo accogliente dove sostare, riposare e rifocillarsi
con una cucina semplice e genuina.
Scorci suggestivi della piana reatina, tra il Capoluogo sabino e le pendici del Terminillo
A
pochi chilometri dal Terminillo poi si trova Leonessa, un borgo
medievale raccolto tra i monti. Qui vale la pena visitare il Museo Civico, ospitato nell’ex convento di San Francesco. Oltre alle
testimonianze di arte sacra e storia locale, colpisce soprattutto il
chiostro medievale: uno spazio raccolto e silenzioso, dalla bellezza
profonda e austera, con le sue arcate sobrie che invitano alla
riflessione, lontano dal flusso turistico abituale.
Cigni si scaldano al sole in un corso d'acqua che scorre nella piana reatina, tra il Capoluogo sabino e le pendici del Terminillo
Poco
distante, il piccolo paese di Rivodutri custodisce un elemento
singolare: la Porta Alchemica. Questo portale del Seicento, decorato con
simboli esoterici, si apre oggi su un piccolo parco panoramico. Non ha
la fama della gemella romana di Piazza Vittorio, ma conserva un fascino
discreto e invita a interrogarsi sulle antiche tradizioni alchemiche
presenti nella zona.
Il piccolo borgo di Rivodutri svela la sua Porta Alchemica, misteriosa opera seicentesca con riferimenti esoterici e iniziatici incisi
La
Sabina propone itinerari tranquilli e poco celebrati: sentieri sul
Terminillo, borghi medievali, riserve naturali e tracce della antica Via
Salaria. È un equilibrio piacevole tra escursioni nella natura, visite
culturali e soste tra i prodotti del territorio come olio, formaggi e
legumi, espressione di una tradizione contadina ancora viva.
La vetta del Terminillo e il rifugio Sebastiani
Non
è necessario che tutto ruoti intorno a Roma. Il Lazio è uno scrigno ampio e diversificato, di cui la Sabina, con l’area del Terminillo,
costituisce un esempio significativo. Lembi di meraviglia in cui il
paesaggio, la storia e la cultura si intrecciano indissolubilmente,
offrendo a chi arriva la possibilità di rallentare e osservare con
attenzione. Un territorio autentico, dove la bellezza si manifesta con
semplicità e lascia nell'anima ricordi che alimentano la voglia di
tornare, per ritrovare la serenità che troppo spesso nel caos della
quotidianità e nell'affollamento delle metropoli si perde.
In un’epoca di tensioni geopolitiche crescenti, con i fantasmi di un passato non troppo remoto che tornano ad affacciarsi, le profondità del monte
Soratte, una quarantina di chilometri a nord di Roma in un territorio di grande bellezza, custodiscono uno scrigno di conoscenza che si offre come monito silenzioso per il presente. Le
gallerie che si inoltrano nelle viscere del gigante calcareo che si erge tra la valle del Tevere e le colline tufacee della Tuscia viterbese, testimoni di avvenimenti drammatici e cruciali, si offrono infatti oggi allo
sguardo del visitatore in un percorso di memoria che unisce storia,
ingegneria militare e riflessione profonda sul Novecento.
L'imponente altura nel territorio del delizioso e antico borgo di Sant'Oreste,
cela uno dei complessi ipogei più vasti d'Europa: oltre quattro
chilometri e mezzo di tunnel scavati nella roccia a partire
dal 1937 per volere di Benito Mussolini. Inizialmente concepiti come
rifugio antiaereo per le alte cariche del regime fascista, questi
spazi sotterranei divennero, durante la Seconda Guerra Mondiale, il
quartier generale del feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante
delle forze tedesche in Italia. Qui, tra il 1943 e il 1944, si decisero le sorti della Penisola mentre gli Alleati, dopo averlo scoperto, provavano a distruggere il sito senza tuttavia mai riuscirci. Nel dopoguerra, durante la
Guerra Fredda, il bunker fu potenziato come struttura antiatomica per
ospitare i più importanti esponenti politici e istituzionali italiani in caso di conflitto nucleare, con porte
blindate, sistemi di ventilazione e centrali autonome.
Un luogo che narra di fatti ma anche di miti, come spesso
accade ai luoghi protagonisti di grandi accadimenti. La leggenda per eccellenza che caratterizza il monte Soratte è quella dell'oro della Banca d'Italia, trafugato durante il conflitto e poi parzialmente rinvenuto. Si narra infatti che la parte mancante di quell'immenso tesoro sia ancora celata in qualche angolo nei meandri profondi del bunker. Ma di questa e di tante altre appassionanti storie, nonché interessanti episodi storici avvolti per decenni nell'oblio o nel segreto
militare, oggi è possibile avere contezza grazie all'impegno instancabile dell'Associazione Bunker
Soratte, realtà volontaria fondata nel 2010. Oggi, guide appassionate ed esperte tra cui Lucrezia e Gino accompagnano il visitatore attraverso il "Percorso della Memoria", con due
modalità distinte e complementari.
Scritte che rimandano all'epoca della seconda guerra mondiale
La visita standard, a piedi, permette di esplorare gli ambienti con allestimenti
evocativi, ricostruzioni fedeli e testimonianze che narrano
bombardamenti, resistenza e segreti sepolti. E quella se possibile ancor più suggestiva a bordo di un trenino elettrico d'epoca sull'antica
ferrovia Decauville: un viaggio immersivo, arricchito da audioguida e
visori di realtà virtuale in 3D, che trasporta il visitatore indietro nel tempo per rivivere eventi storici in ambienti
originali ricostruiti digitalmente. Un'esperienza commovente e
innovativa che rivela un patrimonio immenso, meritevole di essere
conosciuto, preservato e trasmesso alle nuove generazioni, affinché la
memoria non si dissolva nel tempo.
Scritte che rimandano all'epoca dell'occupazione nazista
Castelnuovo di Farfa, nel cuore della provincia di Rieti, custodisce nei suoi confini un
patrimonio di bellezze storiche, culturali e paesaggistiche che
sussurrano storie millenarie, tra uliveti secolari e gole fluviali
incise dal tempo. Il territorio, abbracciato dal fiume Farfa e dal
torrente Riana, si dispiega come una tela verdeggiante, con i Monti
Sabini a fare da sentinelle silenziose e la Riserva Naturale della Valle del Farfa a offrire sentieri immersi in una flora rigogliosa, dove il
canto degli uccelli e il fruscio delle acque evocano un'armonia
primordiale. Non meno preziosa è la porzione di campagna che si estende a
sud del borgo, con i suoi pascoli punteggiati di querce e le curve
sinuose dei colli, arricchite dalla presenza discreta di volpi e
istrici, custodi naturali di questo eden sabino.
Tra
questi tesori, spicca la Chiesa Altomedievale di San Donato, gemma
archeologica e spirituale sorta nel tardo VI secolo d.C., menzionata nei
regesti dell'Abbazia di Farfa fin dall'817. Immersa nella campagna
lungo l'itinerario verso il fiume, questa chiesetta circolare, con la
sua abside e le quattro cappelline radiali, testimonia l'origine stessa
del borgo: intorno a essa nacque il Castellum Sancti Donati, primo
insediamento fortificato contro le incursioni saracene. Abbandonata nel
XVI secolo, crollò nel 1933 per il peso dei secoli, ma fu ricostruita
fedelmente a spese di Angelo Salustri Galli, preservando le nicchie
affrescate che custodiscono frammenti di devozione longobarda. Oggi è parte del Museo Diffuso dell'Olio della Sabina e invita a un cammino che, in quaranta minuti circa dal borgo attraverso ulivi nodosi e profumati, conduce alle antiche vestigia che pulsano di fede antica in un'aura di quiete che fonde
liturgia e paesaggio.
Di eguale
fascino è l'Antico Palazzo Salustri Galli, dimora rinascimentale
incastonata sul lato nord del borgo, che occupa un quarto dell'antico
abitato medievale racchiuso tra mura e torri. Appartenuto per secoli
alla nobile famiglia che amministrava le terre farfensi, questo edificio simboleggia il potere e l'influenza
culturale dei marchesi Simonetti, artefici della sua ristrutturazione
nel Quattrocento. Le sue sale, ricche di decorazioni parietali e una
collezione pittorica di rara eleganza, evocano epoche di splendore,
mentre il giardino all'italiana annesso, con siepi geometriche e fontane
mormoranti, si apre sul panorama della valle come un ponte tra
architettura e natura. Ancora proprietà privata dei Salustri Galli, il
palazzo rivela affreschi e arredi che narrano di
un'Italia minore, colta e raffinata, intrecciata all'economia olivicola
che permea l'intera Sabina.
Castelnuovo
di Farfa, dunque, non è solo un borgo di vicoli lastricati e porte
fortificate, come la maestosa Porta Castello, ma un mosaico vivo dove
la Chiesa di San Donato e il Palazzo Salustri Galli dialogano con le Gole del Farfa, un monumento naturale di canyon calcarei solcati dal
fiume, habitat di falchi pellegrini e trote fario. Qui, tra l'oro delle
foglie autunnali e il verde perpetuo degli ulivi, il tempo rallenta fino a divenire un pensiero lontano,
invitando a perdersi in un abbraccio di storia e bellezza selvaggia.
A Pietrasecca, piccolo, delizioso borgo arroccato su un aspro costone nel verde d'Abruzzo, è possibile varcare la soglia di un regno sotterraneo, dove la terra si mostra nuda e il tempo si dissolve in un eterno
sussurro di roccia e acqua. Qui, tra le pieghe di un paesaggio scolpito
dalle mani dei millenni, si respira un silenzio vivo, un dialogo antico tra
la natura e chi sa ascoltarla. Le grotte
sono un invito a smarrirsi in una dimensione altra, dove ogni
stalattite e ogni riflesso umido custodisce frammenti di un passato
remoto.
Grotta del Cervo, Riserva Naturale delle Grotte di Pietrasecca, Carsoli (AQ) "L'Arcangelo Michele"
Il viaggio inizia lungo sentieri che si snodano tra querce e
castagni, dove l’aria si fa fresca e il profumo di terra bagnata si
mescola a quello delle erbe selvatiche. Siamo nella Riserva Naturale Speciale delle Grotte di Pietrasecca che si svelano con discrezione, come a proteggere un segreto
prezioso. Due sono le mete principali: la Grotta del Cervo, aperta ai
visitatori, e la Grotta Ovito, regno degli speleologi più audaci. È
nella Grotta del Cervo che ci si immerge in
un’esperienza che è tanto fisica quanto interiore.
Grotte di Pietrasecca, un viaggio primordiale nella storia geologica della Marsica
L’ingresso è un arco
di roccia grezza, una porta che separa due mondi. Nessuna luce fissa ad accoglierti, nessuna passerella a
rassicurarti: solo un breve tratto battuto all’entrata, poi il buio ti
avvolge come un mantello antico. Le guide, appassionate e preparate,
sono i cantastorie di questo mondo sotterraneo. I loro racconti, ricchi di dettagli geologici e
aneddoti storici, trasformano ogni passo in una scoperta. Il fascio delle torce elettriche sui caschi, unica luce in questo
regno selvaggio, rivela un universo di
meraviglie. Stalattiti e stalagmiti si ergono come sculture di un tempo senza nome. L’acqua, creatrice paziente di questi capolavori eterni continua a plasmare le proprie opere, goccia dopo goccia nella quiete dell'ombra.
Camminare nella Grotta del Cervo è
un’immersione in una natura primordiale. A differenza di altre grotte, anch'esse meravigliose ma addomesticate da luci e sentieri artificiali, qui tutto è intatto,
selvaggio. Il terreno è irregolare, a tratti scivoloso, e le guide, con
la loro attenzione costante, insegnano a muoversi con rispetto, come
ospiti in una cattedrale viva. Il suono delle gocce che cadono,
amplificato dal silenzio, è un canto antico, un metronomo di millenni.
Le pareti, levigate dall’acqua, raccontano di ere in cui queste cavità
ospitavano cervi preistorici e, forse, uomini in cerca di riparo o in adorazione di potenti divinità. Le
formazioni carsiche, con nomi come “l'Arcangelo Michele” o “Il Drago”,
prendono vita grazie alla voce delle guide che evocano leggende di
giganti e spiriti sotterranei.
Grotta del Cervo, conrezioni irregolari alla luce delle torce
Il buio è il vero protagonista di
Pietrasecca. Quel buio denso, spezzato solo dal debole bagliore delle
torce, ti costringe a vedere con occhi nuovi, a sentire con il corpo
intero. È un buio che non opprime, ma libera. La voce delle guide racconta di come la
grotta sia stata scoperta nel 1984 durante
un’esplorazione fortuita, e di come oggi sia protetta per preservarne la
purezza. La loro dedizione traspare in ogni parola, rendendo
l’escursione un rito, un ritorno alle origini. Riemergere dalla grotta è come tornare ad un mondo in cui tutto è evidente, illuminato, senza segreti nella sua bellezza. Il paesaggio si dispiega in tutto il suo fascino rasserenante: colline boscose, muretti di pietra, un
silenzio che sa di pastori e contadini, di vite dure di un passato autentico e lontano, intessute di fatica e poesia. Pietrasecca, con
la sua identità distinta, sembra un custode di segreti, e le guide, con
il loro amore per questo luogo, ne sono i narratori.
Le Grotte di
Pietrasecca sono un invito a perdersi, a lasciare le luci del mondo
moderno e a ritrovare un legame profondo con la terra, guidati da chi ne
conosce l’anima. Sono un’esperienza che scuote e incanta, che lascia
dentro un’eco di pietra e oscurità, ma anche di autenticità, verità. È l'anima del mondo di cui anche l'uomo fa parte, plasmata dagli elementi e dalle ere. Riabbracciarla ogni tanto fa bene.
Nel
cuore del Parco Naturale Regionale Sirente-Velino, a pochi chilometri
dall’Aquila, le Grotte di Stiffe si svelano come una delle meraviglie
sotterranee più affascinanti dell’Italia centrale. Situate nella
frazione di Stiffe, nel comune di San Demetrio ne’ Vestini, queste
grotte carsiche sono un capolavoro scolpito dall’acqua, un invito a
esplorare le profondità della terra abruzzese. Esplorare questo sito lascia un’impronta indelebile, un’esperienza che
intreccia la potenza della natura con il fascino di un passato remoto.
La Sala della Cascata
Raggiungere
le grotte è già un viaggio nel viaggio. La strada statale 261 Subequana
si snoda tra le colline della conca aquilana, dove il paesaggio si
alterna tra la maestosità del Gran Sasso e la rigogliosa vegetazione che
incornicia il piccolo borgo di Stiffe. Non lontano, il borgo di
Fossa, aggrappato a uno sperone roccioso e segnato dai lavori di
ricostruzione post-sisma, custodisce tesori che arricchiscono
l’esperienza: la duecentesca chiesa di Santa Maria ad Cryptas e
l’attigua necropoli, testimonianze di un Abruzzo antico e spirituale da conoscere con l'ausilio di guide appassionate e preparate come quelle dell'associazione "Semi sotto la pietra".
Salendo nella Sala della Cascata
L’ingresso
alle grotte, incastonato in una parete rocciosa a circa 700 metri di
altitudine, è una spaccatura spettacolare, quasi una porta verso un
mondo altro. Qui, il Rio Gamberale, il fiume sotterraneo che ha plasmato
le grotte per millenni, accoglie i visitatori con il suo fragore, un
canto incessante che accompagna l’intera esplorazione.
La splendida Sala delle Cocrezioni
La
visita guidata, della durata di circa un’ora, si sviluppa lungo un
percorso di 700 metri, attrezzato con passerelle e scalinate che rendono
l’esperienza accessibile, pur richiedendo scarpe antiscivolo per
l’umidità del terreno e un abbigliamento adeguato per ripararsi dal rigido abbraccio dei circa 10°C di temperatura interna costante. Ci si può così abbandonare ad un viaggio al centro delle montagne d'Abruzzo, tra stalattiti e stalagmiti.
Altezze vertiginose tra ombre e luce
Le
Grotte di Stiffe sono una risorgenza attiva, un fenomeno geologico raro
in cui il fiume, dopo un percorso sotterraneo, riemerge in superficie.
Le acque, originate dal sovrastante Altopiano delle Rocche, creano rapide, laghetti
e cascate, con una portata che varia stagionalmente: in primavera il
flusso è impetuoso, mentre in autunno assume un
carattere più raccolto.
Concrezioni nelle grotte
Il
percorso si articola in diverse sale dalla bellezza ipnotica, ciascuna con un’identità unica.
La Sala del Silenzio, dove il fiume si placa per gran parte dell’anno,
offre un’atmosfera quasi sacra, con il gocciolio delle stalattiti che
rompe la quiete. La
Sala della Cascata, con un salto d’acqua di circa 20 metri, è uno
spettacolo di potenza e bellezza, dove il fragore si mescola alla vista
di pareti levigate dall’erosione. La Sala delle Concrezioni è un trionfo
di forme: stalattiti trasparenti come cristalli e stalagmiti che si
ergono come sculture naturali. Per culminare nella Sala dell’Ultima Cascata, aperta al pubblico nel 2007, dove un salto
di oltre 25 metri si getta in un laghetto profondo, in un ambiente vasto
che amplifica l’eco dell’acqua. Appena fuori dall'ingresso infine sono ancora visibili i resti di una centrale idroelettrica del 1907, distrutta
durante la Seconda Guerra Mondiale.
Acque trasparenti custodite nelle profondità della montagna
A
completare l’esperienza, a pochi minuti d'auto dalle grotte c'è come detto il paesino di Fossa che offre la possibilità di visitare la duecentesca Santa Maria ad
Cryptas con il suo esterno gotico e il fascino mistico degli affreschi medievali benedettini e toscani, che sussurrano storie di fede. Senza dimenticare la vicina necropoli, con le sue
tombe testimonianza del ricco e variegato patrimonio culturale, artistico e spirituale abruzzese.
Esplorando le grotte ci si avventura in un mondo altro
Con oltre 40.000
visitatori l’anno, le Grotte di Stiffe sono una meta straordinaria per ogni amante della natura e del bello. Un'occasione unica per immergersi nel dialogo tra l’uomo e l'eternità, un viaggio nel tempo
dove l’acqua, scultrice paziente, racconta una storia millenaria. Un
luogo da scoprire, che incanta e sorprende, rivelando l’anima più
profonda dell’Abruzzo.
Stele attica nel museo dell'abbazia: sec. V a.c. Un giovane intento a leggere con una pantera sotto di sé
A pochi passi da Roma, dove i Colli Albani si ergono verdeggianti, Grottaferrata custodisce un tesoro di spiritualità e cultura: l’Abbazia di San Nilo e il suo museo, un luogo dove
l’Oriente bizantino incontra l’Occidente in un dialogo che sfida i
secoli. Tra vigneti e uliveti, respirando aria profumata di terra e
di storia, la strada sinuosa porta in vista di questo luogo unico. Quando il monastero appare, con le sue mura merlate e il
campanile romanico svettante, il tempo sembra
rallentare, invitandoti al raccoglimento ed alla riflessione.
L'iconostasi barocca dell'Abbazia di San Nilo a Grottaferrata
L’Abbazia di San Nilo, fondata nel 1004 da San Nilo di Rossano, un monaco
calabrese di origine greca, è un unicum nel panorama monastico: l’ultimo
baluardo dei monasteri bizantini che un tempo punteggiavano l’Italia
meridionale, rimasto fedele a Roma pur conservando il rito
bizantino-greco. Entrare nella Chiesa di Santa Maria è come varcare una
soglia tra due mondi.
Decorazioni a grottesche all'interno del museo dell'abbazia di S.Nilo
La facciata, con il suo rosone che cattura la luce
del mattino, parla un linguaggio romanico, ma l’interno ti avvolge in
un’atmosfera mistica: l’iconostasi barocca, progettata da Gian Lorenzo
Bernini e realizzata da Antonio Giorgetti, troneggia con l’icona della Theotokos, la Madre di Dio, che
ti guarda con occhi vivi di energia spirituale.
Pavimento cosmatesco (XIII sec.) all'interno della chiesa abbaziale
I mosaici della Pentecoste sull’arco
trionfale, risalenti al XII secolo, brillano di un oro che sa di cielo,
mentre gli affreschi della Cappella Farnesiana, opera del Domenichino,
narrano le storie di San Nilo con una grazia che commuove. Il pavimento
in marmo policromo, un intreccio cosmatesco del XIII secolo, riflette la
luce che filtra dalle vetrate, e il profumo d’incenso aleggia
nell’aria, accompagnando il canto dei monaci che, ancora oggi, celebrano
in greco antico.
Chiostro dell'abbazia di S. Nilo, sede del museo archeologico
Ma l’Abbazia non è solo un luogo
di culto: è un scrigno di memorie. Accanto alla chiesa, il Museo di San
Nilo, ospitato nel Palazzo del Commendatario, ti accoglie con la
promessa di un viaggio nel tempo. Qui, ogni oggetto racconta una storia.
La stele attica del V secolo a.C., con un giovane seduto e una pantera,
ti guarda con la serenità di chi ha attraversato millenni. I sarcofagi
dell’ipogeo delle Ghirlande, rinvenuti nei pressi delle catacombe Ad
Decimum il cui ingresso scorre accanto quasi nascosto lungo la via che porta a Grottaferrata, parlano di un amore materno che sfida la morte: quello di
Ebuzia Quarta per il figlio Tito Carvilio Gemello, sepolti insieme in un
commovente, eterno abbraccio.
Sarcofagi di Ebuzia Quarta e del figlio Tito Carvilio Gemello, rinvenuti nei pressi della catacomba Ad Decimum
Camminando tra le sale, ti
colpisce il silenzio, rotto solo dal suono tenue dei propri passi e dal canto
lontano di un uccello che si leva dal cortile. È un silenzio che invita
alla riflessione, che ti fa sentire parte di qualcosa di più grande: un
ponte tra epoche, tra culture, tra il visibile e l’invisibile. Dalla
finestra, lo sguardo si perde sui colli, dove il verde si mescola ai colori degli edifici della placida cittadina, e il cuore si riempie di una pace
profonda, come se il tempo, qui, avesse deciso di fermarsi per lasciarti
ascoltare la voce del mondo.
Ciborio cosmatesco del XIII secolo. Colonne tortili e arco ogivale
Lasciare l’Abbazia di San Nilo lascia un velo di malinconia nell'animo, quella che si prova quando ci si allontana da qualcosa di piacevole. Porti con te il profumo dell’incenso, l’eco di un canto
antico, il rifulgere di un mosaico. È un luogo che regala sensazioni che non ci si stancherebbe di provare. E mentre ti
allontani, con il sole che accende i colli di sfumature dorate, sai che
tornerai, proprio perché sai che vorrai ritrovare ancora quelle atmosfere, ne sentirai la mancanza come accade per i bei sogni che non vogliono svanire.
Il Cortile dei Leoni della Rocchetta Mattei, ispirato a quello ben più ampio dell'Alhambra di Granada
I monti a sud della città felsinea si svelano come un antico scrigno, dove ogni scorcio
sembra custodire un segreto. Dai fitti boschi, ricchi di ogni sfumatura che la natura sa creare, che scorrono lungo la strada punteggiata da antichi borghi spunta su una collina la Rocchetta Mattei, un castello fiabesco che narra storie di un tempo lontano, sospeso.
La Cappella, realizzata con materiali locali quali gesso, cemento, mattoni e legno. Con i caratteristici archi, che ricordano delle palme, ispirati a quelli della Mezquita di Cordova.
L’aria è fresca e profumata e il cielo si
apre come una tela dove le nuvole disegnano
arabeschi che ricordano gli intricati decori del castello che già
attende. Le sue torri svettano presentando al visitatore l'incredibile misto di
stili che caratterizza il maniero: moresco, gotico, orientale. Unico, come se il conte Cesare Mattei, il suo eccentrico ideatore,
avesse voluto fondere in un’unica visione tutti i sogni che aveva
raccolto nei suoi viaggi e nei suoi studi.
Dalla Cappella si sale al Giardino pensile dal quale si ha una visuale unica sugli edifici della Rocchetta
Varcare l’ingresso in stile moresco è come
attraversare un portale verso un’altra dimensione. L’imponente scalone
in pietra arenaria accoglie con grande solennità,
mentre la luce filtra dalle vetrate colorate dipingendo riflessi che
danzano sulle pareti. Le stanze si susseguono come capitoli di un libro, ognuna con
un carattere proprio: archi ogivali si alternano a decorazioni
orientali, mosaici scintillanti si specchiano in pavimenti che
raccontano storie di maestria artigianale. È un luogo che non si lascia
afferrare facilmente: ogni angolo nasconde un dettaglio, un simbolo, un
enigma che invita a fermarsi, a osservare, a riflettere.
Ingresso moresco al castello. La scalinata in pietra arenaria che sale fino al cortile principale è decorata con numerose statue.
Ma la Rocchetta non è solo un’opera d’arte. È
anche un luogo che parla al cuore. Da ogni finestra lo sguardo si perde
sull’Appennino, un mare di colline che si stende all’infinito,
interrotto solo dal profilo di qualche antico campanile. Il silenzio qui
è profondo, rotto solo dal canto di un uccello o dal frusciare delle
foglie mosse dal vento. È un silenzio che non opprime, ma consola, come
un abbraccio della natura che ti ricorda quanto sia prezioso fermarsi a
respirare, a sentire, a essere. In questo scenario la Rocchetta sembra
quasi un miraggio, un’oasi di bellezza e mistero che testimonia di un’epoca in cui gli uomini osavano sognare.
La torre dell'ingresso moresco. La finestra ha come balaustra la copia in marmo del pulpito "pomposiano" conservato al Louvre di Parigi.
La storia di Cesare Mattei è quella di un personaggio da romanzo.
Nato nel 1809, dedicò la sua vita alla
costruzione del castello e alla diffusione dell'Elettromeopatia, medicina
alternativa da lui ideata che attirò l’attenzione di intellettuali come Fëdor
Dostoevskij, che citò il conte nei “Fratelli Karamazov”. Ma oltre la fama, ciò che colpisce è la visione: la Rocchetta non è
solo un edificio, è un manifesto, un luogo dove arte, scienza e
spiritualità si fondono in un’armonia che sfida il tempo e mira a trasmettere desiderio di dare corpo all'eternità.
Sala dei Novanta, la vetrata con l'immagine di Cesare Mattei e la sua data di nascita
Tornando verso la pianura al termine del viaggio nel sogno di Mattei, mentre il sole tramonta sull’Appennino disegnando profili onirici, un senso di meraviglia e di pace accompagna il visitatore. Ed egli sa che un pezzo di quella visione resterà nell'animo come un’eco di bellezza e poesia.
Usciti dalla Cappella si sale al Giardino pensile dal quale si ha una visuale unica sugli edifici del castello