venerdì 22 maggio 2009

CREARE UN FUTURO SOSTENIBILE



I cambiamenti climatici in atto, figli di problematiche ambientali sempre più pressanti, stanno imponendo alle nazioni di tutto il mondo una riflessione profonda sul futuro stesso delle nostre società, prima ancora che su quello della fredda economia. Molti Paesi hanno perciò scelto di cambiare strategie di sviluppo abbandonando la via del mero sfruttamento delle risorse, per affrontare la sfida delle energie rinnovabili.
In Europa, un autentico modello di intraprendenza in materia di rispetto per l'ambiente è l'Austria, che nel 2006 ha ricavato il 63% della sua elettricità da fonti rinnovabili a fronte di una media europea che si attesta al 14,65%, ma non dobbiamo dimenticare i Paesi scandinavi storicamente virtuosi. Molti non sapranno tuttavia, che nella lista dei Paesi più impegnati nello sviluppo sostenibile c'è il Portogallo, una delle aree più economicamente arretrate del continente, fino a oggi.
"Nel 2006 il Portogallo ha ricavato da fonti rinnovabili il 30% dell'energia elettrica consumata" scrive Peter Wise sul Financial Times, articolo ripreso dalla rivista Internazionale del 22 maggio "L'obiettivo per il 2010 è arrivare al 39%". Un obiettivo non proibitivo considerati gli sforzi che sono stati fatti dai lusitani per sviluppare eolico, fotovoltaico, idroelettrico e biogas. 120 turbine eoliche nella regione settentrionale dell'Alto Minho in pochi anni hanno trasformato quell'area depressa in una realtà all'avanguardia della green revolution. "Oggi l'Alto Minho" prosegue Wise "è sede della più grande centrale eolica sulla terraferma d'Europa, e partecipa a un piano per trasformare uno dei paesi più poveri del continente in un leader mondiale dell'energia rinnovabile".
Il Portogallo è privo di risorse energetiche primarie ma dispone di tre grandi ricchezze: il vento, il sole e l'oceano. Un potenziale immenso per anni rimasto inespresso. Negli ultimi tempi, però, tutto è cambiato, anche le ambizioni. "Entro il 2020" aggiunge Internazionale "più del 60% dell'elettricità e circa il 31% dell'energia prodotta nel paese, arriverà da fonti rinnovabili. L'obiettivo dell'Ue nello stesso arco di tempo è del 20. [...] gli Usa arriveranno a ricavare il 12% della loro energia da fonti pulite quando il Portogallo sarà già oltre il 50". Non solo eolico, però. Andando a sud-est di Lisbona, infatti, troviamo la cittadina di Amareleja dove si registrano le temperature più alte del Paese, un luogo in cui il sole e onnipresente e dove 2.520 pannelli solari della grandezza di un appartamento si nutrono di luce. Senza trascurare, infine, la forza dell'oceano che dona ai lusitani l'ulteriore opportunità di produrre energia pulita dalle onde.
Green economy, tuttavia, non vuol dire solo rispetto per l'ambiente e per il futuro dei nostri figli, ma, nell'immediato, soprattutto posti di lavoro in tempi di crisi mondiale. "Negli ultimi 4 anni il Portogallo" si legge su Internazionale "ha creato 10mila posti di lavoro nel settore dell'energia pulita e altri 22 mila dovrebbero aggiungersi nei prossimi 12 anni, grazie a un investimento programmato di 14 miliardi di euro". Puntare sulle rinnovabili paga, quindi, e ad incassare sono i cittadini delle aree interessate dagli investimenti, come quelli dell'Alto Minho riconvertito all'eolico, le cui amministrazioni locali hanno visto raddoppiare i proventi degli affitti che le aziende energetiche corrispondono per i terreni utilizzati, ricavi che gli stessi enti pubblici investono nel territorio sotto forma di restauri, nuove infrastrutture e opere per la collettività. "In una regione sperduta" conclude Wise "ancora imbevuta dello spirito di un passato antico, le turbine che si stagliano nella nebbia sulle cime delle montagne dell'Alto Minho sono simboli di futuro".
E l'Italia? Purtroppo lo stivale resta indietro in questo settore, avendo prodotto nel 2006 solo il 14,82% dell'elettricità consumata da fonti rinnovabili. nel 2010 tale percentuale dovrebbe salire al 25, ma non sarà così, e poco consola che tali numeri rientrino nella media europea. In più il Belpaese ha fatto una scelta ben precisa, quella nucleare, siglando, come sappiamo, l'accordo con la Francia per la costruzione di 4 centrali nei prossimi anni. Siamo agli antipodi rispetto al Portogallo e all'idea di green revolution. Una decisione controversa, che molti giudicano "di retroguardia" come, l'economista americano e premio Nobel Jeremy Rifkin. Risolvere la crisi ambientale ed energetica con il nucleare, infatti, è "Come curare malattie nuovissime con la penicillina" dice Rifkin in un'intervista rilasciata a La Repubblica nel giugno 2008, ben prima, quindi, del patto Berlusconi-Sarkozy.
"Oggi sono in funzione nel mondo 439 centrali nucleari" prosegue Rifkin "e producono circa il 5% dell'energia totale. Nei prossimi 20 anni molte di queste centrali andranno rimpiazzate. E nessuno dei top manager del settore energetico crede che lo saranno in una misura maggiore della metà. Ma anche se lo fossero tutte si tratterebbe di un risparmio del 5%. Ora, per avere un qualche impatto nel ridurre il riscaldamento del pianeta, si dovrebbe ridurre del 20% il Co2, un risultato che certo non può venire da qui". Il nucleare quindi non riduce le emissioni e non risolve il problema dello sfruttamento delle risorse, dato che l'uranio, come il petrolio, prima o poi comincerà a scarseggiare. Poi c'è il problema scorie, difficilissime da smaltire: "Gli Stati Uniti hanno straordinari scienziati" dice ancora il Nobel "e hanno investito 8 miliardi di dollari in 18 anni per stoccare i residui all'interno delle montagne Yucca dove avrebbero dovuto restare al sicuro per quasi 10 mila anni. Bene, hanno già cominciato a contaminare l'area nonostante i calcoli, i fondi e i super-ingegneri. Davvero l'Italia crede di poter far meglio di noi? L'esperienza di Napoli non autorizza troppo ottimismo. E questa volta i rifiuti sarebbero nucleari, con conseguenze inimmaginabili".
Ricapitolando: niente riduzione delle emissioni, niente risparmio energetico, incubo ecoballe radioattive. Ma non è finita, rimane la questione acqua: "Non c'è abbastanza acqua nel mondo per gestire impianti nucleari. Temo che non sia noto a tutti che circa il 40% dell'acqua potabile francese serve a raffreddare i reattori. L'estate di alcuni anni fa, quando molti anziani morirono per il caldo, uno dei danni collaterali che passarono sotto silenzio fu che scarseggiò l'acqua per raffreddare gli impianti. Come conseguenza fu ridotta l'erogazione di energia elettrica. E morirono ancora più anziani per mancanza di aria condizionata".
La soluzione, quindi, non può che essere ciò che Rifkin chiama "La terza rivoluzione industriale", un sistema in cui ognuno autoproduca energia per scambiarla con gli altri attraverso reti intelligenti. "Bisogna cominciare a costruire abitazioni che abbiano al loro interno le tecnologie per produrre energie rinnovabili, come il fotovoltaico. Non è un'opzione, ma un obbligo comunitario. Poi serviranno batterie a idrogeno per immagazzinare questa energia. E una rete intelligente per distribuirla". Un cammino difficile che, però, altri Paesi hanno deciso di percorrere. Una via che anche l'Italia, volendolo, potrebbe intraprendere. Conclude Rifkin: " Voi (l'Italia) siete messi meglio di tutti: avete il sole dappertutto, il vento in molte località, in Toscana c'è anche il geotermico, in Trentino si possono sfruttare le biomasse. Eppure, con tutto questo ben di Dio, siete indietro rispetto a Germania, Scandinavia e Spagna per quel che riguarda le rinnovabili".
Potremmo, quindi, dovremmo, ma non lo facciamo. Abbiamo deciso diversamente rispetto al Portogallo e ad altre Nazioni virtuose e coraggiose, rinunciando in modo miope e autolesionistico a porre le basi per un futuro sostenibile, davvero. I nostri figli ringrazieranno.

sabato 25 aprile 2009

TERZO MILLENNIO "INDIGENO"



La Cina riscopre se stessa, avanza guardandosi indietro. Dopo decadi di oblio ideologico ritorna infatti in auge Kong FuZi, il saggio Confucio, filosofo cinese il cui pensiero diede origine ad un'intera cultura che influenzò costumi e storia di varie Nazioni asiatiche, il confucianesimo appunto. Prima osteggiato poi combattuto e cancellato dalla rivoluzione culturale maoista con il placet delle elites dell'epoca, ora risorge proprio nel momento in cui sembra tramontare l'Era della supremazia culturale occidentale, in profonda crisi assieme al suo modello di sviluppo economico e sociale.
"La recessione dimostra che gli Stati Uniti non possono più offrire al mondo una leadership adeguata", scrive Federico Rampini su Repubblica del 15 aprile riferendosi alle parole di Wang Xiaodong, uno degli autori del saggio La Cina scontenta, best-seller e autentico fenomeno editoriale, specialmente tra gli sponenti del ceto medio cinese. "Oggi l'ideologia su cui poggia il neo-espansionismo cinese non è più rivoluzionaria, sovversiva e antagonista. Al posto di Mao c'è Confucio, il filosofo vissuto dal 551 al 479 avanti Cristo, che la classe dirigente cinese rivaluta come il guardiano dell'ordine sociale e della stabilità". Le ragioni di questo mutamento sono da attribuire alla morte delle grandi ideologie novecentesche, il cui vuoto è stato colmato dalla riscoperta, da parte dei popoli, delle proprie tradizioni, ciò che Samuel Huntington, nel celebre e controverso libro Lo scontro delle civiltà, definì indigenizzazione delle culture:
"Indigenizzazione è stata la parola d'ordine in tutto il mondo non occidentale negli anni ottanta e novanta", scrive Huntington in un passaggio del suo saggio "La rinascita dell'Islam e la re-islamizzazione sono temi centrali nelle società musulmane. In India la tendenza prevalente è il rifiuto degli usi e costumi occidentali e l'induizzazione della politica e della società. In Asia orientale i governi promuovono il confucianesimo e i leader politici e intellettuali parlano di asianizzare i propri Paesi. A metà anni ottanta il Giappone fu ossessionato dal Nihonjinron, o teoria del Giappone e del giapponese. [...] Con la fine della Guerra Fredda la Russia è tornata a essere un Paese in bilico, con il riemergere del classico scontro tra occidentalisti e slavofili". L'indigenizzazione, inoltre, non pare essersi fermata negli anni novanta, considerato che, oltre alla già citata Cina con Confucio e all'avanzata in America latina di leader che fanno esplicito riferimento alle peculiarità culturali e storiche dei propri Stati, come Chavez e Morales, in Russia, per fare un nuovo esempio, il putinismo ha contribuito al rilancio del nazionalismo, anche in economia, e della religione cristiano-ortodossa, ora ben più seguita che in passato.
Già, le religioni. Le grandi vittime della prima metà del XX secolo, quando, come scrive ancora Huntington "le elites intellettuali hanno di norma creduto che la modernizzazione economica e sociale dovesse portare alla scomparsa della religione come elemento significativo dell'esistenza umana", si sono prese la propria rivincita, la Revanche de Dieu che, aggiunge l'autore nel suo saggio "ha significato il ritorno e il rinvigorimento delle religioni tradizionali delle rispettive comunità, nonchè l'attribuzione ad esse di nuovi significati". Un processo di relativizzazione politico-culturale quindi, avviatosi parallelamente alla sconfitta di quei grandi capisaldi ideologici che avevano caratterizzato il mondo, che porta l'occidente ora a perdere terreno laddove, prima, aveva una forte influenza, come in oriente.
"Ora la Cina ha acquistato nuova coscienza di sè" fa notare Rampini "e rimette in discussione la validità delle pretese occidentali. È una società segnata dal confucianesimo, dove il gruppo conta più dell'individuo, dove le relazioni sociali sono organiche, strutturate sull'obbedienza gerarchica e sul perseguimento di obiettivi collettivi. Questo tipo di società" aggiunge Rampini "va governata come una famiglia, con il rispetto dell'autorità paterna, e d'altra parte carica sul paterfamilias la responsabilità di garantire il benessere dei propri familiari". Niente più complessi di inferiorità, quindi, una nuova rivoluzione culturale è in atto da tempo e non solo nella Repubblica Popolare. L'attuale crisi economica, poi, unitamente alle difficoltà che l'occidente sta incontrando nell'esportare la democrazia, stanno spingendo verso ulteriori cambiamenti.
"Voi occidentali definite la Democrazia secondo il principio che ogni cittadino debba avere il diritto al voto" disse Zhang Weiwei al Marshall forum di Monaco di Baviera, in un passaggio citato dall'articolo di Repubblica "e nel suffragio universale diversi partiti devono competere per l'alternanza al governo. Fino ad oggi è impossibile trovare un solo caso di un Paese emergente che sia riuscito a modernizzarsi con successo dopo aver adottato questo modello di democrazia. Che cosa succederebbe oggi in Cina se adottassimo una democrazia del vostro tipo? Ammesso che il Paese non sprofondi nella guerra civile potremmo eleggere un governo di contadini, visto che questi sono la stragrande maggioranza della popolazione? Non ho nulla contro di loro" conclude Zhang "ma è chiaro che non sarebbero capaci di guidarci nella modernizzazione". Un progresso che non passa più nè dall'imposizione di modelli importati da altrove, nè dall'assenza di punti di riferimento riconducibili alla propria storia o cultura.
Paradossalmente nell'epoca della globalizzazione economica, che riserva dispiaceri a loro volta globali, si assiste alla localizzazione politica e storico-culturale. Il mondo di domani sembrerebbe destinato ad essere un pò più piccolo e antico, in un'idea di futuro come prosecuzione del passato, senza cesure. "Sarebbe quasi fanciullesco" fa osservare Fernand Braudel "pensare che la modernizzazione metta fine alla pluralità di culture storiche incarnate per secoli nelle grandi civiltà del pianeta. Al contrario" conclude "la modernizzazione rafforza tali culture e riduce il potere relativo dell'occidente. Sotto molti importanti aspetti, il mondo sta diventando più moderno e meno occidentale".
Sta ai leader mondiali in generale e occidentali in particolare, decidere ora se tale processo debba o meno sfociare in quello scontro di civiltà che nessuno auspica.