venerdì 4 agosto 2017

LA VOCE DEL DIO MANTH RISUONA NELLA CALDARA DI MANZIANA


Una delle fonti della Caldara di Manziana, le ultime vestigia dell'antico vulcano Sabatino


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Gorgoglii sommessi provenienti da isolate fonti d'un grigio pallido e lucido, nel mezzo d'un pianoro di desertica bellezza circondato in lontananza dal verde rigoglioso del bosco fitto e impenetrabile che fu consacrato, come l'intero territorio circostante, al Dio etrusco degli inferi Manth. Oggi il nome di Manziana, piccolo borgo nei pressi del lago di Bracciano a nord di Roma, deriva proprio dal legame che gli antichi pensavano vi fosse tra il mondo dei morti e le numerose fonti vulcaniche presenti nell'area.
Ai margini dell'abitato, nella depressione denominata Caldara, si possono così udire gli ultimi bisbigli dell'antico vulcano Sabatino, in attività da 600 mila fino a 40 mila anni fa, che occupava tutta l'area compresa tra i monti della Tolfa e il monte Soratte.


Bassi cespugli attorniano le fonti vulcaniche dell'arida caldara. In lontananza, si intravede il bosco

Oggi monumento naturale con i suoi 90 ettari di estensione ed il suo splendido sentiero turistico attrezzato di 1.450 metri, la suggestiva Caldara di Manziana incanta il visitatore con la poesia del paesaggio e i contrasti cromatici: l'asprezza e l'apparente aridità della parte centrale infatti, caratterizzata dalle sorgenti d'acqua mineralizzata a 20° di temperatura con emissioni di idrogeno solforato ed anidride carbonica, si sposa con la fitta vegetazione ai margini della depressione vulcanica, ricca di specificità naturalistiche e botaniche come le betulle, alberi piuttosto inconsueti a così basse altitudini, o l'Agrostis canina Monteluccii, rarissima graminacea italica. 
Tonalità lucenti e profumi intensi che esprimono appieno tutta l'energia che per millenni quel luogo sprigionò e che oggi possono essere percepite e colte dal turista attento e sensibile al fascino dei tesori che la Natura custodisce, anche a due passi dalla città.


La vegetazione diviene fitta e rigogliosa ai margini della caldara aspra. Le betulle, rare ad altitudini così basse, svettano al di sopra dei cespugli di felce

venerdì 7 luglio 2017

L'EREMO DALLE MILLE ANIME SVELA I PROPRI SEGRETI


In vetta al Soratte l'eremo di S.Silvestro accoglie il visitatore

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Giunto sulla vetta del monte Soratte, maestoso e solitario massiccio calcareo al confine tra la valle alluvionale del Tevere e la Tuscia tufacea, il visitatore affannato dalla salita lungo i sentieri verdeggianti e panoramici, viene accolto da un silente e glorioso guardiano, testimone dei secoli in quello splendido angolo di campagna laziale, a nord di Roma.
Il delizioso eremo di S.Silvestro è adagiato sul pianoro della cima quasi a godere, privilegiato, dell'impareggiabile vista tutt'attorno. Un piccolo tempio dalla storia millenaria, trasformatosi nel corso del tempo seguendo le vicissitudini culturali e religiose di uomini e civiltà.


Particolare degli affreschi conservati all'interno dell'eremo

Dal Dio Sorano, il cui tempio fu edificato nel II secolo a.c., ai Falisci e Capenati, popolazioni preromane anch'esse legate all'area sacra, fino a San Silvestro che lì si rifugiò fuggendo dalle persecuzioni precedenti alla conversione di Costantino. Numerose furono le trasformazioni e le distruzioni fino alla ricostruzione di Carlomanno, che nel VIII sec. d.C. edificò la cripta ed il prespiterio rialzato. Non mancarono i monaci il cui insediamento è collocato tra il secolo XII e il primo Rinascimento.
Un magnete che trattiene in sè le Ere e la loro bellezza, l'Eremo di S.Silvestro arricchisce di leggenda e maestosità, assieme agli altri edifici sacri bellissimi e solinghi che punteggiano il Soratte in diversi luoghi, l'antica montagna che fu isola, quando il mare arrivava a lambirne le pendici.
Un tesoro che ne fa brillare molti altri, in un territorio che merita d'essere conosciuto e apprezzato maggiormente da un turismo che sappia amare la delicatezza e il valore della cultura.    


L'eremo visto dall'altare