sabato 7 marzo 2009

DIAMOCI UN TAGLIO

Un operatore di borsa ( foto da media.panorama.it)


La Banca Centrale Europea ha rivisto ulteriormente al ribasso il costo del denaro, portandolo dal 2% all' 1,50%, nel tentativo di contrastare il "grave rallentamento dell'attività economica, sia a livello globale sia nell'area euro, che ha trovato conferme nei dati delle indagini preliminari dei primi mesi del 2009", come si legge su Repubblica.it. Scorrendo le pagine dei quotidiani di questi giorni non c'è da stare allegri e i dati che giungono da Usa ed Europa non spingono certo a lanciarsi in rosei voli pindarici sul futuro.
L'economia Usa è sull'orlo del collasso e lo stesso presidente Obama ha parlato di "dati atroci". Come dargli torto, dopotutto? "Solo a febbraio c'è stata una perdita di 651.000 posti di lavoro. Il tasso di disoccupazione è salito all'8,1%, ai massimi da 25 anni" scrive il sito web si Repubblica "e la General Motors affonda in Borsa dove cede quasi il 20% sulla scia delle indiscrezioni che prefigurano una possibile bancarotta".
E da noi? Tra un Venerdì nero e l'altro le previsioni sul Pil di eurolandia sono drammatiche: "la Bce prevede ora che la flessione sarà quest’anno mediamente del 2,7% (-3,2/-2,2%)," aggiunge l'articolo "quando solo nel dicembre scorso stimava un -0,5%. Nell’ultimo trimestre del 2008 il Pil dei Sedici è calato dell’1,5%: il peggior risultato dal 1995. Per il 2010 si immagina, a questo punto, una crescita zero (tra meno 0,7 e più 0,7%)".
Consumi e produzione crollano, quindi, insieme alla fiducia delle Borse i cui valori vanno in picchiata ad ogni tentativo, da parte di governi e organismi internazionali, di riprendere per i capelli la crisi. Il mega piano infrastrutturale made in Berlusconi è stato accolto a braccia aperte da Piazza Affari, con una debacle che ha sfiorato il -5%, proprio mentre dall'Inghilterra arrivava la notizia dell'ennesima nazionalizzazione nel settore bancario. Dopo Northern Rock, Bradford & Bingley e Royal Bank Of Scotland, infatti, ora è la volta di Lloyds Tsb, passata dal 43 al 65% di controllo pubblico.
La crisi che sta scuotendo le nostre società, oltre che far riflettere sulle nefandezze di un capitalismo cannibale e privo di umanità, prima che di regole, deve dare una spinta verso il rinnovamento, puntando sull'ambiente e su un'economia sostenibile. "Dobbiamo puntare su soluzioni di lungo periodo" scrive Leo Hickman sul Guardian, ripreso dalla rivista Internazionale nell'articolo Solo l'ambientalismo potrà salvarci "e dobbiamo smettere di inseguire profitti e obiettivi di breve termine, che causano soprattutto danni". Sviluppando le tecnologie pulite infatti, si possono creare milioni di posti di lavoro e salvare contemporaneamente il futuro del pianeta e quello dei nostri figli. "Tanti piccoli cambiamenti sono già in atto" prosegue l'articolo "Sempre più persone decidono di usare la bicicletta o i mezzi di trasporto pubblici, e molti hanno iniziato a comprare meno cose".
Ma soprattutto, scrive Hickman, si sta diffondendo l'abitudine di coltivare un orto in casa. "La domanda di terreni coltivabili è cresciuta a tal punto in Gran Bretagna che la National Trust, l'ente che gestisce alcuni immobili e le proprietà fondiarie più importanti ha annunciato un'importante novità: permetterà ai cittadini di coltivare ortaggi e verdure su alcune delle sue proprietà". Di questi tempi, a quanto pare, è meglio avere in casa dei pomodori piuttosto che l'equivalente in denaro per acquistarli. D'altra parte il denaro non si mangia...

lunedì 16 febbraio 2009

STATO DI INSOLVENZA

Sceriffo Usa in una casa pignorata,
la foto di Anthony Suau vincitrice del
World Press Photo Award 2009. Emblema dei nostri tempi. ( Foto Ap)


La crisi globale non accenna ad allentare la propria morsa sulle economie di tutto il mondo e le imponenti somme messe a disposizione dai governi per soccorrere le banche sono già andate in fumo. Ora, come se non fossero trascorsi diversi mesi dalla deflagrazione dell'emergenza, urgono nuovi interventi per i bailouts, i salvataggi degli istituti di credito. Questo vuol dire che lo Stato libera le banche facendosi carico con soldi pubblici dei rischi assunti in precedenza da queste. "Nessuno però sa" si legge su Internazionale del 13 febbraio "quanto sia alto il prezzo da pagare e se alla fine lo Stato sarà davvero in grado di pagarlo". Il problema, infatti, è che le somme che i contribuenti di tutto il mondo dovranno sborsare sono gigantesche, nell'ordine di migliaia di miliardi e comincia a serpeggiare la plumbea prospettiva di veri e propri fallimenti per le Nazioni.
In poche parole servono montagne di denaro per rimettere in piedi non solo le banche ma anche l'economia reale, soldi che dovranno essere trovati dai governi, molti dei quali, però, devono fare i conti già ora con debiti cospicui. "Anche gli Stati possono fallire" prosegue l'articolo tratto da Der Spiegel "per esempio quando hanno debiti così alti da non riuscire a pagare gli interessi. Ma se anche lo Stato andrà in crisi, chi lo salverà? Se nessuno sarà più disposto a fargli credito, sarà costretto a fallire".
E non sono solo gli Usa a patire questa situazione, anche la Gran Bretagna, con un settore immobiliare al collasso, famiglie pesantemente indebitate e mondo finanziario impossibilitato a riprendersi. Per non parlare dei Pigs, in inglese porci, come causticamente venivano definiti proprio oltremanica i Paesi latini dai bilanci dissestati: Portogallo, Italia, Grecia e Spagna. Poker a cui deve aggiungersi l'Irlanda, altra Nazione coinvolta drammaticamente nella crisi. Proprio il Belpaese, però, sembra in grande difficolta: "A dicembre" continua Internazionale "il ministro del lavoro Maurizio Sacconi ha messo in guardia dal pericolo di una completa bancarotta dello Stato se i Btp" i buoni del Tesoro "restassero invenduti. 'Ci potrebbero essere problemi nel pagamento di stipendi e pensioni, e finiremmo come l'Argentina" le inquietanti parole del ministro.
Debiti in ascesa ed economie in picchiata, quindi, con lo spettro di un'uscita dalla moneta unica da parte dei Paesi più indebitati, prospettiva per ora fortemente respinta da Bruxelles. Per ora: "Prendiamo per esempio la Grecia" si legge ancora nell'articolo tratto da Der Spiegel "che nei prossimi due anni ha bisogno di 48 miliardi per saldare i vecchi debiti e nel frattempo deve tappare nuovi buchi di bilancio. Se si dichiarasse insolvente, eviterebbe conseguenze peggiori grazie all'appartenenza alla zona euro. La moneta unica si svaluterebbe un pò, ma dal momento che l'economia greca non ha una grande valenza in Europa, le ripercussioni sarebbero contenute. Anche le conseguenze per la Grecia sarebbero limitate: grazie all'euro, che comunque è una valuta forte [...] non ci sarebbero ripercussioni sull'economia reale, nè aumenti della disoccupazione".
Il problema, a quel punto, sarebbe però l'effetto domino su tutti gli altri Paesi in difficoltà, che opterebbero in massa per la soluzione-greca. "La moneta unica può reggere la bancarotta di uno Stato" conclude Internazionale "ma non una serie di fallimenti". Sarebbe la fine dell'euro, e con esso dell'Europa come la conosciamo ora.