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sabato 31 agosto 2019

IL MONTE ISOLATO, SPLENDORE E FURIA DELLA SICILIA



Ovunque ci si trovi in quella parte di Sicilia compresa tra Catania e Taormina, territorio straripante di arte, storia e bellezza come il resto dell'isola d'altra parte, si ha quell'indimenticabile profilo dinanzi agli occhi. L'imponente ombra del vulcano più alto d'Europa, con i suoi 3.350 metri, e tra i più attivi del mondo per le continue manifestazioni eruttive: l'Etna o Mongibello, dall'arabo gebel ovvero "monte isolato", può essere a ragione considerato, al contempo, compagno di vita e spada di Damocle per tutti gli abitanti dell'area a causa della sua immane potenza. Forza generatrice di madre amorevole che rende fertile il terreno e splendido il paesaggio. Ma anche matrigna implacabile che non esita a minacciare con la sua imprevedibile energia.

Etna, dal rifugio Sapienza si ammirano panorami incredibili

Il fascino di questa montagna che troneggia, visibile anche dalla Calabria nelle giornate più limpide, rapisce all'istante. Appena ci si inerpica lungo la tortuosa strada che da Zafferana Etnea, delizioso borgo alle pendici meridionali del gigante, porta al rifugio Sapienza, ultimo avamposto umano prima della grande, solitaria distesa dai colori intensi e cupi. Irrinunciabile un'escursione in questi scenari fantastici tra crateri e colate secolari annerite dal tempo.



Più in basso, lontano, l'acceso contrasto tra l'azzurro del mare e l'urbanizzazione troppo spesso eccessiva e violenta della costa. Ma dietro di noi, in alto, non c'è che il potere ammaliante di una delle manifestazioni più affascinanti e terribili della creazione. Il vento che sferza il viso non impedisce di contemplare la poesia di quelle rocce nere, di quelle superfici la cui aridità, solo apparente, trasmette un forte senso di assoluto, di eternità.

Il tramonto sull'Etna

Vivere il tramonto sul Mongibello, sul monte isolato che colpì gli antichi dominatori arabi, è il perfetto coronamento di un'esperienza che va oltre la mera gita turistica. L'Etna è un universo a sè: dominatore di un territorio ma quasi separato da esso. La spietata semplicità di quegli scorci, infatti, appare distante più di quanto dica la geografia dal clamore e dagli orpelli di cui si nutre la vita sul livello del mare. Luogo altro, di venti freddi e colori scuri. L'isolato colosso che regna sulla Sicilia.

lunedì 22 maggio 2017

L'AQUILA TUDERTE SORVEGLIA LA PROPRIA TERRA D'INCANTO

L'aquila tuderte in bronzo sulla facciata del Palazzo dei Priori di Todi, il simbolo della cittadina. Opera di Giovanni di Gigliaccio del 1339


Il simbolo d'un borgo antichissimo che domina le verdi colline umbre, disteso dolcemente su un paesaggio nobile di bellezza e fascino. L'aquila in bronzo che spicca sulla facciata rinascimentale del Palazzo dei Priori di Todi è testimone d'un passato glorioso che affonda le proprie radici nei secoli e, allo stesso tempo, di ricchezze storico culturali e paesaggistiche in un territorio che merita d'essere conosciuto, per comprendere quanto sia importante la conservazione degli antichi splendori come baluardo di meraviglia di fronte all'oblio dilagante dell'ignoranza.
La cittadina è una perla la cui identità millenaria risale agli etruschi. Il nome Todi infatti, deriva da tutere, parola che nella lingua dell'affasciante popolo antico significa confine.Conquistata dai romani raggiunse il suo massimo sviluppo durante il Medioevo, periodo che ne caratterizza l'aspetto tuttora. Divenne feudo della Chiesa e subì modifiche solo nel Rinascimento. 
Dalla centrale Piazza del Popolo, il cuore della città dove si fronteggiano i tre palazzi del potere temporale e l'imponente Duomo, a S. Fortunato edificata a partire dal 1292, fino a S. Maria della Consolazione, capolavoro del Rinascimento umbro. Senza dimenticare i pittoreschi Nicchioni, quattro architetture romane d'età probabilmente augustea, volte un tempo a sostenere una via sopraelevata oggi scomparsa.
Perdersi negli stretti vicoli del centro ammirando profili e decorazioni, edifici e scorci indimenticabili è un piacere unico per il visitatore, che ha così la possibilità di assaporare il respiro dei secoli attraverso la magnificenza delle opere d'arte e d'ingegno, perfettamente inserite in un contesto impareggiabile di natura e paesaggio.
   


Il Duomo di Todi, costruito a partire dal XII secolo forse su un preesistente edificio romano


mercoledì 4 giugno 2014

L'ANTICA COPPA BRINDA ALLA GRANDE NECROPOLI

Cerveteri, necropoli "Banditaccia", Tomba dei Rilievi


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Il trofeo torna ai detentori, ma non c'entrano niente i  mondiali di calcio. Si tratta di un riconoscimento molto più importante, legittimato non dagli uomini ma dalla storia. La Kylix di Euphronios, capolavoro dell'arte greca del 500-490 a.C. firmata dal celebre vasaio e dal suo allievo Onesimos come ceramografo è in mostra nella natia Cerveteri, dove fu trafugata e rivenduta negli anni '80 per finire poi nel prestigioso Getty Museum di Los Angeles fino al 1999, anno in cui venne restituita all'Italia.

Cerveteri, necropoli "Banditaccia". Passeggiando nella storia

Un ritorno, solo temporaneo dato che la casa d'adozione dell'opera è il museo di Valle Giulia a Roma, con cui l'antica Caere, Vetus appunto, per distinguerla dalla vicina Ceri che invece era Novum, festeggia il decennale dell'ingresso della sua Necropoli della Banditaccia nella World Heritage List dell'Unesco.

Cerveteri, Museo Nazionale Cerite

Un calice idealmente alzato per celebrare una parte prestigiosa della millenaria vita di un tesoro inestimabile e unico. La Kylix infatti era una coppa utilizzata per il vino e i suoi frammenti, i cui disegni raffigurano momenti drammatici della guerra di Troia, furono ritrovati proprio a Cerveteri, nella necropoli di S. Antonio e venduti singolarmente per un maggiore profitto. Una storia comune a molte, troppe opere nel Belpaese.

Cerveteri, Museo Nazionale Cerite, la Kylix di Euphronios

A poca distanza dal Museo Nazionale Cerite, che ospita temporaneamente il capolavoro ritrovato del genio greco, si trova la più grande necropoli dell'area mediterranea con i suoi circa 100 ettari di estensione, di cui 10 aperti al pubblico, che rapisce il visitatore in un viaggio onirico attraverso i secoli e immerso nella natura in uno degli angoli più suggestivi del Lazio. Sentieri che si snodano tra antiche vestigia e percorsi multimediali che illustrano i contesti dei ritrovamenti.

Cerveteri, Museo Nazionale Cerite

Caere Vetus con i suoi tesori rappresenta, al pari delle altre gemme culturali che abbelliscono il nostro Paese, qualcosa di molto più rilevante di un "semplice" patrimonio dell'umanità. Tali meraviglie infatti sono le radici spirituali di ogni cittadino, fonti di conoscenza e consapevolezza, i fondamenti della nostra sovranità. 

martedì 8 ottobre 2013

CARAVAGGIO, SANSOVINO E LE VERGINI DEL POPOLO

Madonna dei pellegrini di Caravaggio


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La Madonna dello scandalo e quella della fertilità si guardano da cinquecento anni nella splendida basilica rinascimentale di S. Agostino, nel rione capitolino di S. Eustachio. Curiosamente a pochi passi l'una dall'altra, la scultura di Jacopo Sansovino e il dipinto di Michelangelo Merisi da Caravaggio, costituiscono i simboli al contempo artistici e religiosi di quel luogo di culto ricco di storia e fascino sorto nel 1483 per dare una casa adeguata alle esigenze dei frati agostiniani.
La Madonna del Parto di Jacopo Tatti, detto il Sansovino, si rivela al visitatore appena varcata la soglia d'ingresso della chiesa, sulla destra. Un capolavoro marmoreo da sempre venerato dalle partorienti d'ogni epoca, i cui ex voto campeggiano tutt'intorno all'opera, circondandola totalmente.

Madonna del parto di JacopoTatti, detto il  Sansovino


A pochi metri in direzione della navata sinistra si trova la Cappella Cavalletti, al centro della quale campeggia la Madonna di Loreto, meglio conosciuta come la Madonna dei Pellegrini, dipinta dal Caravaggio tra il 1604 e il 1606. Una bella donna che tiene in braccio Gesù Bambino e due pellegrini inginocchiati dinanzi a lei. Un dipinto che fece scandalo per la scelta dell'autore, che volle così tener fede alle proprie idee legate a un cattolicesimo fortemente pauperistico, di vestire la Vergine e i due pellegrini con abiti umili e lisi, evidenziando poi nei due uomini in preghiera i piedi gonfi e sporchi. Come modella per il dipinto infine, Caravaggio, scelse una prostituta, Lena, che fu anche sua amante, e che morì a ventotto anni, "appena qualche mese prima del suo pittore che", come scrisse Francesca Bonazzoli sul Corriere della Sera "l'ha posta su un altare e le ha regalato, a lei, una puttana, la dignità di una Madonna".

Basilica S. Agostino - particolare della cupola

La chiesa di S.Agostino è uno scrigno di emozioni e arte che non si esaurisce con le meravigliose Vergini di Sansovino e Caravaggio, ma incanta il visitatore ad ogni passo. Dalla facciata progettata da Giovan Battista Alberti, in travertino proveniente dal Colosseo, che ricorda S. Maria Novella a Firenze, all'affresco di Raffaello Sanzio raffigurante il profeta Isaia. Un gioiello quasi nascosto sul terzo pilastro sinistro della navata centrale terminato nel 1512 in concomitanza con il completamento degli affreschi nella Cappella Sistina. E in effetti i tratti di Isaia, la muscolatura e l'energia, senza dimenticare i colori, sembrano richiamare le figure michelangiolesche.

Basilica di S. Agostino - Facciata

E poi S.Agostino tra S.Giovanni Battista e S. Paolo di Guercino sul primo altare della navata destra, e l'altar maggiore del Bernini, con le sue colonne lisce di marmo nero e la sua Vergine con Bambino bizantineggiante, fino alla suggestiva cappella che custodisce le spoglie di S. Monica madre di S. Agostino.
La basilica degli agostiniani rappresenta una delle tappe irrinunciabili per conoscere la Città Eterna al di fuori dei consueti itinerari turistici.



venerdì 13 settembre 2013

MONTAGNE E ONDE NELLA TERRA DEI POETI

Portovenere (SP) Chiesa di S.Pietro


Aspre scogliere tagliate dal mare e dal vento che precipitano nelle acque cantate dai poeti dall'alto di terrazze verdeggianti, sulle quali da secoli l'uomo contende i frutti della terra alla forza di gravità. Montagne e onde si scontrano senza preamboli, come se la placidità delle colline e delle pianure non appartenesse al retaggio e all'anima delle Cinque Terre, dove la durezza della Natura si fa incantesimo. Una magia diversa, quasi violenta, rispetto alla quieta progressività che si respira altrove, dove il lento incedere tra vette e coste rassicura l'anima.

Il mare tra Monterosso e Levanto (SP) dal Santuario di Nostra Signora di Soviore

Da Riomaggiore a Monterosso al Mare, amata da Eugenio Montale, passando per Vernazza, Corniglia e Manarola. E poi Levanto, che con le sue spiagge simboleggia anche visivamente il confine delle Cinque Terre, e Portovenere con la splendida chiesa di S. Pietro che domina il mare. Infine Lerici e S.Terenzo, nei cui vicoli risuonano ancora i versi di Shelley e Byron.
Ascoltando il fragore delle acque e assaporandone l'odore, sembra quasi di scorgere in lontananza, schiacciata sulla linea dell'orizzonte, una nave pisana o genovese che si avvicina per trovare approdo, o per battagliare contro fortezze costruite sulla roccia a picco sul mare.


Monterosso al Mare (SP) - Statua del Gigante

La parte orientale della Liguria offre emozioni intense come il proprio territorio, ricco di storia, cultura e sapori. Un angolo d'Italia che non ha eguali e va protetto dall'insipienza umana, per conservarne il fragile splendore sempre minacciato da quella speculazione che non solo distrugge la bellezza, ma anche, alterando ogni equilibrio del territorio e causando tragedie come l'alluvione del 2011, vite umane.


 Vernazza (SP) il mare dalla chiesa di S. Margherita d'Antiochia

venerdì 7 giugno 2013

NINFA, LE DELIZIE DELLA POMPEI DEL MEDIOEVO

Scorci dei giardini di Ninfa

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Antichi ruderi, vestigia di storia e cultura, avvolti e protetti dall'abbraccio della natura; fiori variopinti, i cui profumi si spandono ammalianti nell'aria, crescono liberi assieme a piante esotiche in un vasto e ordinato giardino, di uno splendore fuori dal tempo.
L'area naturale di Ninfa, ai piedi dei monti Lepini in provincia di Latina, è Monumento Naturale dal 2000 "al fine di tutelare il giardino storico di fama internazionale", si legge nel sito ufficiale della Fondazione Roffredo Caetani, che dal 1972 preserva il luogo, "l’habitat costituito dal fiume Ninfa, lo specchio lacustre da esso formato e le aree circostanti che costituiscono la naturale cornice protettiva dell’intero complesso".

Verde rigoglioso e antiche vestigia nei giardini di Ninfa

La fondazione nacque per volontà della principessa Lelia Caetani, ultima discendente della nobile casata che nel 1298 acquistò la città di Ninfa, allora florido crocevia commerciale, grazie a Benedetto Caetani, salito al soglio pontificio nel 1294 come Papa Bonifacio VIII. Benedetto aiutò suo nipote Pietro II Caetani ad acquistare Ninfa ed altre città limitrofe, "segnando l’inizio della presenza dei Caetani nel territorio pontino e lepino, presenza che sarebbe durante per sette secoli".
Dopo il saccheggio del 1382 da parte di Onorato Caetani, sostenitore dell’antipapa Clemente VII nel Grande Scisma e avverso al ramo dei Caetani che possedevano Ninfa, i Palatini sostenitori di Urbano VI, la città fu distrutta e mai più ricostruita, anche a causa della malaria che infestava la pianura pontina. Nonostante l'abbandono le chiese continuarono a vivere per altri due secoli, prima dell'oblio. Oggi è possibile vedere i resti degli antichi luoghi sacri che, grazie anche alla mano della natura, non hanno perso il proprio fascino e continuano a vivere nell'interesse dei visitatori.

Verde rigoglioso e antiche vestigia nei giardini di Ninfa

Il giardino vero e proprio venne alla luce nel XVI secolo grazie al cardinale Nicolò III Caetani, amante della botanica, che volle creare a Ninfa un "giardino delle sue delizie".
Nell'Ottocento, poi, "Il fascino delle sue rovine attirò molti viaggiatori che percorrevano l’Italia riscoprendo l’antico: la Pompei del Medioevo, come la definì Gregorovius, era un luogo spettrale, magico e incancellabile dalla memoria di chi la vide.
"L’ultima erede e giardiniera fu Lelia, figlia di Roffredo Caetani", si legge ancora nel sito. "Donna sensibile e delicata, curò il giardino come un grande quadro, accostando colori e assecondando il naturale sviluppo delle piante, senza forzature, ed evitando l’uso di sostanze inquinanti. Donna Lelia morì nel 1977, ma prima della sua morte decise di istituire la Fondazione Roffredo Caetani al fine di tutelare la memoria del Casato Caetani, di preservare il giardino di Ninfa e il castello di Sermoneta, e di valorizzare il territorio pontino e lepino".
Ninfa, un luogo incantato dove si percepisce la forza che sprigiona dalla bellezza della natura e il fascino ancestrale che essa esercita sull'animo umano, come un sentiero che riporta a casa.


martedì 7 maggio 2013

ROMA ANTICA NEL SUO SCRIGNO RINASCIMENTALE

Palazzo Altemps, Cortile interno


L'arte e la cultura come testimonianza e monito. Una bellezza senza eguali nel mondo sopravvive ancora nelle vie delle nostre città, ma la sua esistenza è messa a rischio dalla costante minaccia del degrado e dell'ignoranza, insieme causa ed effetto del declino che caratterizza i nostri tempi.
Fino a quando, tuttavia, resteranno aperte le splendide sale di luoghi magici come Palazzo Altemps, ultima tappa del viaggio attraverso i secoli nel Museo Nazionale Romano, dopo aver conosciuto le meraviglie di Palazzo Massimo, Crypta Balbi e Terme di Diocleziano, la luce della speranza in un futuro di civiltà non sarà spenta.

Cortile, portico settentrionale

"Palazzo Altemps", si legge nella guida ufficiale del museo, "si trova nel centro della città rinascimentale, tra Piazza Navona e il fiume Tevere, nella zona nord del Campo Marzio, dove scavi archeologici hanno individuato strutture e reperti databili tra il I secolo d.c. e l'età moderna". Uno scrigno rinascimentale che custodisce l'anima antica della Città Eterna. "Nel 1568 il palazzo fu acquisito dal cardinale Marco Sittico Altemps che affidò ad architetti e artisti del tempo importanti lavori di ampliamento e decorazione. La preziosa raccolta di statue antiche e la notevole biblioteca, ospitate nelle splendide sale affrescate, rappresentavano il fasto e il gusto aristocratico della famiglia".

Marte e sarcofago Grande Ludovisi

Moltissime e importanti le opere ospitate all'interno del sito, riconducibili alla sensibilità artistica delle famiglie più in vista dell'epoca. Dalla collezione Altemps e quella Boncompagni Ludovisi: "La celebre raccolta seicentesca di scultura antica della principesca villa Ludovisi sul Quirinale", si legge ancora nella guida del museo, "è stata fino a tutto il secolo XIX  meta obbligata per viaggiatori, artisti, e studiosi di tutto il mondo.

Marte e sarcofago Grande Ludovisi e Galata

Il nucleo principale della collezione fu acquistato dallo Stato nel 1901 ed è dal 1997 allestito a Palazzo Altemps". E poi le collezioni Brancaccio, Drago Albani e Mattei, fino alla raccolta Egizia, che illustra la fortuna di cui godette la religiosità orientale in età romana: "L'interesse per tale ambito artistico e culturale determinò il gusto egittizzante del collezionismo di antichità delle famiglie nobili romane", aggiunge la guida.

Passaggio di Plutone e Zeus

"Si possono ammirare sculture provenienti dall'Egitto insieme ad altre realizzate a Roma, rinvenute nell'Iseo e Serapeo del Campo Marzio e nel cosiddetto santuario del Gianicolo". Il Museo Nazionale Romano e Palazzo Altemps, gioielli di storia e arte, simboli della forza che risiede nella bellezza, unico antidoto al dilagare del nulla.


 Ares Ludovisi II sec. a.c.

giovedì 11 aprile 2013

LA CULTURA CLASSICA VIVE A PALAZZO MASSIMO

Gli aurighi del sacello di Ercole


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Questa era Roma. O forse è ancora. L'eredità di arte e civiltà lasciata nei millenni dalla Città Eterna al mondo costituisce un patrimonio di bellezza e genialità, ma anche identità e consapevolezza di ciò che fu, da condividere con il mondo, che arricchisce i visitatori e regala emozioni e storie da ricordare anche oltre le mura silenziose di Palazzo Massimo, ottocentesco edificio neorinascimentale a pochi passi dalla stazione Termini e parte integrante del Museo Nazionale Romano, assieme alle vicine Terme di Diocleziano, alla Crypta Balbi e a Palazzo Altemps.

Rappresentazioni delle imprese militari. Il sarcofago di Portonaccio

Once Were Romans, questo il nome dato a "una delle più importanti collezioni di arte classica del mondo", si legge nella guida ufficiale del museo. "Quattro piani di esposizione capaci di offrire una ricca panoramica dell'arte romana, dall'età tardo repubblicana a quella tardo antica, dal II secolo avanti Cristo al V dopo Cristo". 
Dal piano terra, le cui sale ospitano "i capolavori della scultura antica, come il discobolo Lancellotti e l'ermafrodito dormiente". E poi i ritratti degli imperatori, come "la statua di Augusto Pontefice Massimo", fino ai "ritratti di principi e principesse delle dinastie Giulio-Claudia e Flavia, il busto di Adriano accanto al rilievo di Antinoo, il ritratto di Marco Aurelio e il busto di Settimio Severo".

Mosaici pavimentati dal I sec. a.c. al IV-V sec. d.c. Mosaico dalla Villa di Piverno e dalla Villa della Ruffinella a Tuscolo

Successivamente il percorso prosegue al primo piano, dove spicca, tra le altre meravigliose opere, il sarcofago di Portonaccio, rinvenuto nel 1931 durante uno scavo in via Delle Cave di Pietralata e raffigurante una battaglia durante le campagne germano-sarmatiche di Marco Aurelio, degli anni 172-175.
Salendo al secondo piano, poi, le sale riservano lo spettacolo di "cicli di affreschi della produzione più elevata della pittura romana, presentati in un allestimento che ricompone gli ambienti originali, metre un'ampia raccolta di mosaici policromi e pregiati intarsi documenta l'evoluzione della decorazione musiva dal I secolo d.c. al V d.c.".


Il piano interrato, infine, ospita una grande collezione numismatica e insegne imperiali, oltre alla celebre mummia di Grottarossa, risalente al II secolo d.c., ritrovata nel 1964 all'11° chilometro della Via Cassia in un sarcofago, assieme al corredo funerario.
Once Were Romans a Palazzo Massimo, un'avventura dello spirito per ascoltare il suono dei secoli e riscoprire nell'anima della cultura classica le radici più vere e profonde dell'Europa.


Il discobolo Lancellotti, scoperto nel 1871 sull’Esquilino

lunedì 11 febbraio 2013

LE GRANDI TERME DELL'IMPERATORE PERSECUTORE

Terme di Diocleziano, Particolare dell'Aula X. La Tomba dei Platorini


In epoca di cosiddette grandi opere, per lo più favoleggiate o, quand'anche realizzate, drammaticamente inutili oltreché orride, è giusto esaltare quanto edificato nel passato, di grande e bello. Strutture le cui imponenti vestigia, sopravvivendo ai secoli, sono giunte fino a noi per ricordarci di cosa i nostri antenati siano stati capaci. E magari trarne insegnamento per l'oggi.
Le meravigliose Terme di Diocleziano, uno dei gioielli del Museo Nazionale Romano assieme a Palazzo Massimo, Palazzo Altemps e Crypta Balbi, rappresentano un capolavoro unico al mondo per dimensioni e stato di conservazione, un complesso monumentale tra i più significativi della storia millenaria di Roma.

Particolare del Chiostro Michelangiolesco della Certosa, dove sono esposte più di 400 opere tra statue, rilievi, altari, sarcofagi provenienti da diversi siti del territorio romano.

Il più grande stabilimento termale realizzato in epoca romana. Un'opera costruita davvero per l'eternità, che nonostante le spoliazioni e i saccheggi, dai Goti ai Vandali fino a Papa Sisto V, che per costruire la propria villa all'Esquilino non esitò a utilizzare l'esplosivo per demolire i resti del Calidarium e ricavarne materiale edile, ancora oggi si staglia in tutto il suo splendore di storia e silenzio di fronte al caos della stazione Termini di Roma.

Il Chiostro Michelangiolesco della Certosa, dove sono esposte più di 400 opere tra statue, rilievi, altari, sarcofagi provenienti da diversi siti del territorio romano.

"Erette tra il 298 e il 306 d.c." si legge nella guida ufficiale, "le Terme di Diocleziano avevano originariamente un'estensione di 13 ettari e potevano accogliere fino a 3 mila persone. Un vasto recinto rettangolare racchiudeva un'ampia area a giardino al centro della quale si trovava l'edificio principale con una serie di ambienti, calidarium, tepidarium, frigidarium, e natatio, quest'ultima una piscina di 2500 metri quadrati, distribuiti lungo l'asse centrale e oggi riconoscibili nella Basilica di S. Maria degli Angeli e dei Martiri". La chiesa fu fatta edificare a partire dal 1561 da Papa Pio IV all'interno del frigidarium, assieme a una Certosa, e dedicata anche ai martiri in quanto Diocleziano era stato l'imperatore dell'ultima grande persecuzione, nel 303.

La finta porta realizzata nel 1855, da Filippo Balbi, nel chiostro michelangiolesco. Fra Fercoldo indica il ritratto di suo figlio, Clemente IV. Sull’anta lignea della porta vengono esposti oggetti utilizzati nelle attività della vita claustrale certosina.

La progettazione dell'intero complesso fu affidata a Michelangelo, che dà il proprio nome al grande Chiostro sito tra la Basilica e l'Aula X delle Terme, quest'ultima "recentemente restaurata e riallestita" aggiunge la guida, "per ospitare alcuni importanti monumenti funerari: la Tomba dei Platorini, la Tomba Dipinta e la Tomba degli Stucchi dalla Necropoli di Via Portuense".

Particolare dell'Aula X di forma rettangolare, coperta da tre imponenti volte a crociera

Senza dimenticare i tre musei facenti parte del complesso museale delle Terme e allestiti al primo e al secondo piano del Chiostro: il museo Epigrafico, quello Protostorico e il museo virtuale della Via Flaminia, in un viaggio tra i secoli che parte dall'XI secolo a.c.
Dal Latium Vetus a Michelangelo e ai Papi, passando per Diocleziano, in un intreccio affascinante e suggestivo di Imperatori e Pontefici, Paganesimo e Cristianesimo, stili architettonici e artistici. Identità e cultura ancora una volta insieme, in uno dei luoghi più magici della Città Eterna. Eredità eterna.

   
Particolare dell'Aula Decima, all'interno delle Terme di Diocleziano 


martedì 20 novembre 2012

LA DONAZIONE, ORLANDO E SATURNO

Anfiteatro romano, risalente al I secolo a.c., scavato nel vivo di una collina tufacea.
Il monumento più importante della città.



Attraversata dalla via Francigena, cammino percorso per secoli dai pellegrini diretti ai luoghi santi della cristianità, e circondata da un paesaggio senza tempo nel cuore della Tuscia viterbese, l'antichissima città di Sutri si mostra ai visitatori sul suo costone tufaceo e nei suoi millenni di storia, combattuta tra leggenda e realtà.

Mitreo - Chiesa della Madonna del Parto - Ipogeo formato da tre tombe etrusche unite e adibite al culto del Dio Mitra. Successivamente trasformato in chiesa cristiana e dedicato all'Arcangelo Michele e al culto della Madonna.

Ritrovamenti archeologici recenti sottolineano come le origini del borgo affondino le radici nell'età del bronzo, X secolo avanti Cristo. Poi gli Etruschi e la conquista Romana, fino alla caduta dell'Impero e alla penetrazione del Cristianesimo. Contesa per lungo tempo tra il V e il VII secolo tra Bizantini e Longobardi, nel 728 fu donata dal re di questi, Liutprando, a Papa Gregorio II.

Cattedrale di S. Maria Assunta. Cripta Longobarda

Questo episodio, passato alla storia come "la donazione di Sutri", viene considerato d'altissimo valore simbolico, e pur rimanendo acceso il dibattito sulle questioni storiografiche relative alla nascita di uno Stato della Chiesa e del potere temporale del papato, in molti hanno sostenuto essere stato proprio questo il primo vero atto formale per l'istituzione delle Terre di San Pietro, considerata la controversa diatriba relativa all'autenticità della più celebre e antecedente "donazione di Costantino", messa in discussione già nel XV secolo da Lorenzo Valla.

Cattedrale di S. Maria Assunta. Cripta Longobarda

Non meno ricco di fascino, rispetto a quello storico e archeologico, è l'approccio epico alle origini dell'antica Sutrium. La leggenda vuole, infatti, che questa sia stata fondata da Saturno, Dio romano dell'agricoltura e simbolo di abbondanza, dal cui nome etrusco, Sutrinas, si pensa derivi il nome della città. Nello stemma cittadino, poi, appare la divinità a cavallo che, deposta la spada, innalza un fascio di spighe di grano. Senza dimenticare la figura di Orlando, nato secondo il mito in una piccola grotta a un chilomentro dalla cittadina laziale.

La piazza del Comune di Sutri

Dall'imponente anfiteatro romano al Mitreo, uniti nel verde del parco naturale ai piedi della collina su cui sorge la città, fino alla Cattedrale, con la sua meravigliosa cripta longobarda, e al Museo del Patrimonium, che ospita temporaneamente il celebre Efebo, statua bronzea risalente al I secolo dopo Cristo, ritrovata a pochi passi dal centro di Sutri nel novembre 1912. 

Uno scrigno pieno di gioielli d'ogni epoca. Inestimabili e irrinunciabili. Sutri, una delle perle della Tuscia, esige d'essere ammirata. E lo merita, anche perchè ricambia l'attenzione di chi la visita con arricchimento culturale e spirituale.


 L'Efebo di Sutri, esposto al Museo del Patrimonium

venerdì 12 ottobre 2012

ERCOLE, IL LEONE E IL CONCLAVE

Viterbo, Loggia del Palazzo Papale, con la Chiesa della S. Trinità sullo sfondo


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Il capoluogo della Tuscia tra storia e leggenda. Fondata da un eroe che dona alla nuova comunità un leone, simbolo di nobiltà e forza e tuttora stemma della città. Cuore medievale nella terra degli Etruschi, Viterbo affonda le radici nel mito di Ercole, famoso eroe greco che avrebbe eretto e dato il proprio nome a un castello, sul colle dove ora sorgono la Cattedrale di San Lorenzo e il Palazzo Papale.

La cattedrale vista dalla Loggia

La realtà storica, in effetti, dice che sul colle del Duomo ritrovamenti archeologici testimonierebbero la presenza di un insediamento etrusco, particolarmente attivo nel VI-V secolo a.C., dedicato proprio ad Ercole, venerato da quella cultura col nome di Hercle. "Per il periodo etrusco", si legge tuttavia nel sito ufficiale della città, "ad eccezione di un pezzo di muro costruito con grossi blocchi di pietra squadrata, identificato come fondamenta di un ponte che permetteva l'accesso al castrum, conosciuto col nome di Necrolite di Brocchi, e di qualche tomba isolata nel territorio circostante, non vi è esistenza di un vero e proprio vicus", ovvero un aggregato di case e terreni, sia rurale che urbano. Radici etrusche per Viterbo, sicuramente, ma non particolarmente significative.

Interno della cattedrale, sorta tra il XII e il XIII secolo

Da classificare come folclore, quindi, la tesi relativa ai quattro leggendari abitati etruschi di Fanum, Arbanum, Vetulonia e Longula, di cui parla il frate domenicano Giovanni Nanni. Nuclei che sarebbero rimasti separati per molti secoli, finché Desiderio, ultimo re dei Longobardi, emanò un decreto con il quale si cingevano con unico giro di mura, facendo così nascere la città di Viterbo. "Dell'esistenza di una tetrapoli etrusca che ha dato origine alla città di Viterbo così come volevano credere i cronisti quattrocenteschi, non vi è traccia", si sottolinea ancora nel sito. "L'ipotesi che quattro quartieri, Fano, Arbano, Vetulonia, Longola, disposti a croce fossero stati il primo nucleo abitativo della città è stata confutata dagli storici locali".

Piazza S. Pellegrino, quartiere medievale. Chiesa e palazzo Degli Alessandrini (1200)

Se delle radici etrusche viterbesi non rimane molto, e di quelle romane solo le testimonianze storiche relative al Castrum Herculis, legato all'esistenza del tempio dedicato all'eroe, si può dedurre come Viterbo abbia soprattutto un'anima medievale, racchiusa nel quartiere S.Pellegrino, a ridosso del colle del Duomo. Da Federico Barbarossa, che le diede il titolo di città nel 1167, a Papa Celestino V che la elevò a diocesi, fino a Federico II di Svevia che l'assediò invano nel 1243. "Dalla metà del XIII secolo", si legge ancora, "Viterbo raggiunge il massimo della grandezza poiché diversi papi la scelsero come propria residenza e sede di conclavi".

Viterbo, Particolare della Loggia

La parola stessa Conclave, inoltre, dal latino cum clavis, ovvero "(chiuso) con la chiave", nasce proprio a Viterbo, allora sede papale, nel 1270. Gli abitanti, dopo la morte di Clemente IV avvenuta due anni prima, stanchi delle indecisioni dei cardinali, li chiusero a chiave, appunto, nella sala grande del Palazzo Papale e ne scoperchiarono parte del tetto esponendo i membri del Collegio, ai quali erano anche stati razionati i viveri, alle intemperie. Il nuovo Pontefice, Gregorio X, venne eletto dopo 33 mesi, il conclave più lungo della Storia. Da Ercole al conclave, dagli etruschi allo Stato Pontificio, passando per il medioevo. Mito e realtà si fondono, arricchendo così la storia di interessanti sfaccettature e donandole le accese tonalità del mistero. Viterbo e la Tuscia, inestimabili tesori da scoprire.


 Lo stemma dei leoni con l'acronimo FAVL, le sigle dei quattro castelli che secondo la leggenda diedero origine alla città