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domenica 1 settembre 2024

FARA SABINA, ARTE E PAESAGGIO SUL CAMMINO DI FRANCESCO

Il Trono della tomba 36 della necropoli di Colle del Forno,
simbolo del Museo archeologico di Fara Sabina

Sul colle Buzio si gode di una vista magnifica in ogni direzione. Verso valle le colline scendono fino al Tevere mentre di fronte si ammira il profilo brullo del monte Acuziano, con i romantici resti dell'Abbazia di S. Martino risalente al secolo XI e facilmente raggiungibile a piedi grazie ad un sentiero ben segnalato. Alle sue pendici, infine, spicca la maestosa e celebre Abbazia benedettina di Farfa, luogo di spiritualità e storia che caratterizza l'area calamitando l'attenzione di viaggiatori e pellegrini.

Resti dell'abbazia di S.Martino sul monte Acuziano, di fronte a Fara Sabina


Sul colle Buzio si trova il delizioso borgo di Fara in Sabina, tappa del cammino di Francesco, attorniato da ulivi e boschi mediterranei e non meno interessante e ricco di spunti culturali e artistici dei suoi più noti e indubbiamente straordinari vicini. Sono diversi infatti i luoghi che Fara ha da offrire come mete di visita per un viaggio nella bellezza dei secoli. D'altra parte è un'area abitata fin dalla preistoria che nel Medioevo ha visto il proprio periodo di massimo splendore grazie alla costruzione di case-torri e del castello, che oggi è l'incantevole monastero delle Clarisse Eremite. In epoca rinascimentale poi, molte costruzioni medievali furono trasformate in eleganti palazzi che possono essere ammirati anche oggi. Tra questi, il quattrocentesco palazzo Brancaleoni che con le sue pareti finemente decorate e i suoi soffitti lignei è oggi sede del bellissimo Museo Civico Archeologico.

Cippo di Cures, epigrafe paleo-sabellica


Ed è proprio qui che grandi tesori culturali attendono i viaggiatori per un'immersione nella bellezza di un territorio unico. Nelle incantevoli sale rinascimentali sono infatti custoditi reperti provenienti dai due principali insediamenti dell'antica Sabina Tiberina, Cures ed Eretum. Luoghi menzionati da molti storici romani per il legame tra la fondazione della Città Eterna e il territorio sabino.

Una delle sale del Museo Civico Archeologico di Fara Sabina,
all'interno del quattrocentesco Palazzo Brancaleoni


Tra le molteplici opere troviamo il Cippo di Cures, "l'unica testimonianza epigrafica della serie delle iscrizioni paleo-sabelliche provenienti dalla Sabina". E soprattutto il magnifico trono in terracotta della tomba 36 dalla necropoli di Colle del Forno e un'incredibile nucleo di lamine in bronzo sbalzato del VII secolo a.c., a decorazione di un calesse da parata destinato ad un principe sabino la cui identià, purtroppo, è rimasta ignota. Senza dimenticare vasi e anfore, recipienti e armi, utensili e oggetti iconici di grande valore.

Lamine in bronzo sbalzato prodotte in Etruria meridionale nel VII secolo a.c. a decorazione di un calesse da parata di un principe sabino ignoto.


Non si può tuttavia lasciare Fara senza aver vissuto l'imperdibile esperienza del Museo del Silenzio, un suggestivo viaggio nella vita delle monache Clarisse Eremite nell'antico refettorio ora trasformato in luogo di visita. Un'autentica immersione nel silenzio dell'esistenza monacale, ascoltando nel buio una voce narrante che legge la rigida regola dell'ordine e spiega le attività eseguite all'interno del monastero nel corso dei secoli, mentre un fascio di luce illumina teche che contengono oggetti prodotti da quelle stesse attività. Indimenticabile.

Affresco dell'ex refettorio del monastero delle Clarisse Rremite di Fara Sabina, oggi Museo del Silenzio


La Sabina è un ennesimo meraviglioso angolo del Lazio da esplorare e contemplare. Montagne e colline, ulivi e boschi, paesaggi incantati. Ma anche borghi e città dalla storia millenaria che ad ogni passo riservano spettacoli straordinari e unici al mondo. E Fara Sabina è uno di questi tesori da scoprire.

Olla con decorazioni a motivi metopali

domenica 16 giugno 2024

GROTTA DELL' ARCO, AVVENTURA NEL CUORE DEI SIMBRUINI

 

Un momento della visita speleo avanzata all'interno della Grotta dell'Arco nel comune di Bellegra (RM)

I paesaggi dei monti Simbruini, a est di Roma tra Lazio e Abruzzo, regalano scorci naturali fantastici ed indimenticabili: boschi fitti e selvaggi, borghi ameni che sembrano sospesi nel tempo, vallate incastonate tra aspri pendii e dirupi che richiamano racconti d'avventura. Emozioni da vivere all'aria aperta respirando a pieni polmoni la vita lontano dalla città. In questa cornice tra cielo e alberi, tuttavia, vi sono luoghi incantati che aspettano il visitatore nel ventre di quei monti che generalmente siamo abituati ad ammirare alla luce del sole.

Il grande arco naturale, a circa cinquanta metri a valle dall'ingresso della grotta, che dà il nome al sito

Un luogo sorprendente da scoprire in quel territorio straordinario è la Grotta dell'Arco a Bellegra, in Provincia di Roma, il cui ingresso è avvolto dalla vegetazione incontaminata ai piedi di un ripido crinale. Un universo unico che vive nell'assenza di luce, tra epigrafi preistoriche meravigliosamente preservate dal tempo e incredibili sculture naturali, stalattiti e stalagmiti, plasmate dall'acqua nei millenni. In questo ambiente senza pari troviamo una fauna peculiare come i chirotteri, gli anfibi ma soprattutto i pipistrelli, creature affascinanti ospitate e protette dal buio.

Epigrafi preistoriche, raffiguranti ominidi intenti a cacciare, conservate all'interno della grotta


La grotta prende il nome da un grande arco naturale a circa cinquanta metri a valle dall'ingresso, testimone silenzioso di tempi remoti in cui le tortuose gallerie disegnate dal carsismo arrivavano fin lì. La strada che porta a Bellegra è panoramica e intrigante ma anche tortuosa: ci si inerpica sui Simbruini tra Castel Madama e Subiaco, uno degli itinerari consigliati provenendo da Roma, per circa trenta minuti dopo aver lasciato l'autostrada che dalla Capitale porta in Abruzzo. La bellezza riempie lo sguardo ad ogni curva e ripaga della scomodità, comunque sopportabile, del viaggio. E si arriva adestinazione, all'ingresso della grotta, dopo aver percorso un ultimo tratto in discesa poco oltre il borgo.

Un tratto della passerella che accompagna il visitatore nella prima parte del percorso, quello turistico


Ci si ferma e ci si prepara alla visita con le guide competenti ed appassionate di "Sotterranei di Roma" che accompagnano gli escursionisti alla scoperta dei segreti geologici dell'area. Sono tre le tipologie di visita: turistica, speleo-turistica e speleo-avanzata, a seconda della lunghezza e dello sforzo fisico richiesto per il percorso. Nel primo caso si resta nello spazio circoscritto dalla passerella, posta al di sopra del terreno, al termine della quale si torna indietro.

Spettacolari concrezioni calcaree a forma di vela. Alcuni dei tesori della grotta


Nella seconda tipologia di visita si prosegue per un tratto oltre la fine della passerella lungo la galleria principale, sulla viva roccia e, talvolta, sull'acqua che scorre in piccoli rivoli lungo la via. Se si opta infine per l'escursione speleo-avanzata si giunge quasi al termine della grotta, con l'esclusione di un ultimo tratto raggiungibile solo con corde e imbracature. In quest'ultima visita, sempre assistiti da una guida esperta, ci si addentra nel silenzio assoluto e nell'oscurità lacerata solo dalle luce delle torce frontali sui caschetti, tra anfratti angusti in cui insinuarsi, salite fangose da percorrere e vertiginose altezze da ammirare.


Anfratti e forme suggestive plasmate dall'acqua all'interno della grotta


La grotta dell'Arco è un autentico tesoro geologico, storico e culturale del Lazio, che merita di essere conosciuto e apprezzato. Uno degli angoli più selvaggi e remoti della regione a due passi dalla Città Eterna, in un territorio ricchissimo di luoghi incredibili e poco noti che aspettano di essere scoperti e amati.

Stalagmiti nella Grotta dell'Arco

 

martedì 7 giugno 2022

IL PARCO DEL PAPA, TESORO DELL'ANTICA TIBUR

La cascata di Villa Gregoriana a Tivoli
 

Acqua turbinosa che cade in un ripido salto di rocce verdeggianti, tra maestosi templi e grotte scavate dai millenni. Poi alberi secolari aggrappati ad alte pareti e vestigia di ville romane che impreziosiscono un paesaggio unico.

Scorcio di Villa Gregoriana con il tempio Rotondo in lontananza


Ovunque l'orgoglioso suono del fiume che scorre attraverso le gallerie volute da Gregorio XVI assieme al parco che le racchiude. Villa Gregoriana è uno dei gioielli di Tibur, l'odierna Tivoli. Borgo straripante di storia che guarda Roma da est, adagiato sulle prime alture del Subappennino laziale, le cui radici affondano nel mito e nei millenni.

Il piccolo lago creato dalle acque della cascata a Villa Gregoriana


Autentico scrigno di meraviglie culturali e paesaggistiche, Tivoli offre molte occasioni per una visita che abbracci epoche lontane, dall'antica Roma all'800. Dall'imponente complesso di Villa Adriana alla splendida Villa d'Este, fino alla fortezza di Rocca Pia e al santuario di Ercole Vincitore. Non meno interessante però quel parco con la sua celebre cascata artificiale e i suoi meravigliosi templi che dominano pendii scoscesi.

Sbocco delle due gallerie artificiali volute da Papa Gregorio XVI nel 1832 per incanalare le acque del fiume Aniene attraverso il monte Catillo risolvendo il problema delle esondazioni in città


Villa Gregoriana nacque dopo il completamento di un'incredibile opera di ingegneria idraulica nel 1832. Papa Gregorio XVI promosse lo scavo di un doppio traforo nel monte Catillo, alle spalle della villa, per contenere le frequenti esondazioni del fiume Aniene, incanalandone le acque e dando vita allo spettacolare salto di 120 metri della Nuova Cascata Grande, che tutti oggi possono ammirare e secondo in Italia per altezza solo dopo le Marmore in Umbria.

Resti della villa del console romano Manlio Vopisco (II sec. d.c.) all'interno del parco


Terminata questa gigantesca impresa il Pontefice creò il parco che porta il suo nome e che è meta di visite per chiunque ami la storia, la natura, la bellezza. Quando nel 2002 l'Agenzia del Demanio lo dà in concessione al FAI, Fondo per l'Ambiente Italiano, il sito versa in grave condizione di degrado e abbandono. Grazie all'impegno del Fondo nel 2005 la villa viene riaperta al pubblico con un percorso affascinante e romantico che fa rivivere atmosfere da Grand Tour tra sentieri alberati, profumi, scorci e reperti archeologici.

Resti della sontuosa villa del console Manlio Vopisco (II sec. d.c.) che si incontrano lungo il percorso di Villa Gregoriana


Si scende dapprima lungo il fianco della collina che lambisce la cascata, contemplando il salto in tutta la sua straordinarietà assieme alla parte terminale delle due gallerie volute da Gregorio XVI. Successivamente si incontrano i resti della villa del console Manlio Vopisco (II sec. d.c.) per poi fermarsi presso la radura di Ponte Lupo, al di sopra del piccolo lago creatosi ai piedi della cascata. Risalendo a quel punto il sentiero sul versante opposto si segue la voce dell'acqua fino alla grotta di Nettuno, suggestiva cavità naturale da cui sgorga un rivolo spumeggiante.

La Grotta di Nettuno con le sue acque che sgorgano dalla roccia


Il viaggio si conclude in cima alla ripida collina, ai margini dell'acropoli, dove i due templi simbolo dell'area dominano il paesaggio. Sono il tempio Rettangolare e quello Rotondo, di età romana. Il più antico è il primo, risalente al 150 a.c. circa, e forse dedicato al leggendario fondatore di Tibur, Tiburnus. Il tempio Rotondo invece risale al 100 a.c. circa, forse dedicato alla Sibilla Albunea o ad Ercole, e costruito su un terrazzamento artificiale funzionale a contenere e sfruttare al meglio il versante roccioso. Nel medioevo entrambi i templi furono trasformati in chiese: S. Giorgio e S. Maria Rotonda.

Il Tempio Rotondo (100 a.c.circa) fu dedicato Sibilla Albunea o ad Ercole e nel medioevo trasformato nella chiesa di S. Maria Rotonda.


Villa Gregoriana tra le molteplici perle di Tivoli è esempio di come il recupero di beni culturali possa regalare alla collettività tesori inestimabili spesso dimenticati. Salvare storia e natura significa preservare l'anima delle comunità, le radici da cui trarre linfa vitale per il futuro.

Il Tempio Rettangolare, dedicato forse al leggendario fondatore della città, Tiburnus. Nel medioevo l'edificio venne trasformato nella chiesa di S. Giorgio


domenica 20 gennaio 2019

LA CITTÀ NUOVA CHE PASSÒ IL TESTIMONE A QUELLA ANTICA



La porta di Giove, ingresso dell'antico sito di Falerii Novi, millenario e misterioso luogo d'origine falisca


Tutte le foto


Falerii Novi è un sito di grande valore e fascino immerso nella suggestiva campagna che si stende tra il monte Soratte e i monti Cimini, nel nord del Lazio. L'antico Ager Faliscus, territorio fertile che fu confine tra due popoli fieri e ricchi di storia come i Falisci e gli Etruschi. Tanto i primi quanto i secondi furono sconfitti e conquistati da Roma ma lasciarono la propria importante eredità culturale, artistica e architettonica.
La storia di Falerii Novi, il cui nome potrebbe derivare da Halaesus figlio di Agamennone, non può prescindere da quella della sorella antica, Falerii Veteres, distante pochi chilometri e distrutta dai Romani nel 241 a.c. I sopravvissuti fondarono quindi il nuovo abitato che divenne municipium romano nel 90 a.c. Con la caduta dell'Impero e il caos che ne seguì i figli della nuova Faleria si convinsero a tornare alle antiche mura. La migrazione avvenne gradualmente nel corso dell'VIII secolo d.c. e con maggiore intensità nel X secolo a causa delle scorrerie normanne. Così, dopo più di mille anni terminava la storia di Falerii Novi in favore, paradossalmente, di Falerii Veteres. La quale col tempo cambiò nome, prima in Massa Castellania e successivamente nell'attuale Civita Castellana.

Scorci suggestivi del paesaggio che contraddistingue Falerii Novi. Sullo sfondo il monte Soratte

La visita nel sito di Falerii Novi si apre scorgendo le imponenti mura, costruite con giganteschi blocchi quadrati di tufo rosso e lunghe 2108 metri, che abbracciano i 27 ettari di territorio dell'insediamento. Tra le parti meglio conservate troviamo la porta di Giove, che si incontra appena arrivati. Essa costituisce il primo esempio di architettura etrusca in territorio falisco. L'originale della testa del Dio Giove, per secoli nella chiave di volta dell'arco, è oggi conservata nel Forte Sangallo di Civita Castellana.
Altro tesoro del sito è la duecentesca abbazia di S.Maria di Falerii. L'edificio risale al XII secolo e fu abbandonato nel 1798 dopo i gravi danni causati dalle battaglie tra francesi e borbonici. Grazie ai recenti restauri i visitatori possono ammirare appieno lo splendore del portale cosmatesco, del rosone e dell'elegante interno a tre navate con colonne doriche e capitelli corinzi.
Apprezzare le perle che il territorio di Falerii Novi custodisce, dà la possibilità di capire quanta bellezza e cultura vi sia nella Tuscia viterbese, a poca distanza da Roma. Ulteriore prova, semmai ve ne fosse bisogno, dell'infinità di luoghi unici e meravigliosi che il Lazio ha da offrire. Cultura e identità da contemplare.


Abbazia di S.Maria di Falerii, XII secolo. Interno a tre navate con colonne in stile dorico


giovedì 13 settembre 2018

IGUVIUM, SIMBOLO MEDIEVALE DELL'UMBRIA


Gubbio, Palazzo dei Consoli visto da Piazza Grande


Nel calcare chiaro del monte alle cui pendici è adagiata splende la grazia di Gubbio, uno dei centri culturali più importanti della regione senza mare ma ricca di incanto del centro Italia. 
L'antica Iguvium affonda le proprie radici in epoca preromana, come testimoniano le celebri tavole eugubine incise nel II secolo a.c. in lingua locale e conservate nel museo civico. Importante poi l'eredità lasciata dall'influenza della Città Eterna nel territorio: i resti del teatro romano risalente al I secolo d.c. colgono piacevolmente il visitatore all'ingresso della cittadina. Ma è il Medioevo ad aver regalato a Gubbio la fisionomia che la caratterizza tutt'oggi e ne fa uno dei simboli culturali dell'Umbria.
La cinta muraria e soprattutto il complesso monumentale gotico del Palazzo dei Consoli sono i gioielli di un centro storico meravigliosamente preservato nel rispetto della storia e del paesaggio. Non vi sono infatti locali volgari o insegne eccessivamente appariscenti, venditori di paccottiglia o bancarelle invasive e oltraggiose della bellezza del luogo. E questo è tanto raro, ormai, quanto positivo.

Gubbio, Teatro romano (I sec. d.c.)

Salendo da piazza Grande e lasciandosi alle spalle i capolavori del museo civico di Palazzo dei Consoli, si sale verso il Duomo e il Palazzo Ducale. Altre tappe irrinunciabili. Uno di fronte all'altro gli edifici sembrano sorridersi, testimoni di come arte, cultura e spiritualità dialoghino da secoli e trasmettano alle generazioni la propria energia. Quella che si coglie anche nel museo diocesano posto all'interno della struttura del Duomo e aperto al pubblico con tutti i suoi tesori.
Sono molteplici i luoghi di splendore che giustificano, anzi impongono una visita a Iguvium. Tanti da non poter essere elencati per non tediare. Chiese e rocche, paesaggi e scorci, l'emozione che dà il solo girovagare tra i vicoli stretti dominati dal respiro dei secoli. 
Gubbio è un frammento d'infinito regalato agli uomini, per far loro capire quanto sia importante rispettare cultura e natura specie in un'epoca in cui appare impellente il bisogno di conoscere da dove si venga per capire dove si debba andare. 


Gubbio, Duomo. Particolare dell'interno-abside

lunedì 2 luglio 2018

MONTE CORNACCHIA, MAGIA TRA LAZIO E ABRUZZO


Lungo il sentiero in cresta verso il monte Cornacchia, tra Abruzzo e Lazio



Per esplorare luoghi selvaggi e incantati non c'è bisogno di affrontare viaggi intercontinentali. Basta guardarsi attorno, perché a poca distanza dalla città l'Italia offre ad ogni latitudine occasioni d'incontrare lo splendore. Ad un paio d'ore d'auto da Roma, ad esempio, la magia delle montagne tra Lazio e Abruzzo si svela al visitatore.
Da Villavallelonga, silenzioso borgo abruzzese adagiato al termine di uno stretto pianoro che si snoda verso sud da Avezzano, nel verde di boschi secolari in cui vivono leggende antiche dialogano sentieri che salgono tortuosi verso le molte cime dei dintorni. Una di queste è il monte Cornacchia, un duemila che sovrasta la cittadina laziale di Sora, lungo il confine tra aquilano e frusinate all'interno del Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise.
Subito dopo l'attacco del sentiero, appena fuori dal paese, ci si inoltra in un bosco fitto di alti faggi i cui colori vividi fluttuano nell'aria giocando con i raggi del sole che filtrano dalle folte chiome, per poi ricomporsi in sfumature sfuggenti. Il terreno è cedevole a causa delle foglie depositatesi nella quiete del tempo. Oltre un'ultima sporgenza, all'improvviso, si schiude allo sguardo la maestosità degli spazi fino a quel momento chiusi dal bosco.
Per chilometri in ogni direzione nulla è nascosto in quella delizia. Dorsali e forre, colline ondulate e aspri costoni. Tutte le tonalità del grigio e del blu, tra rocce e cielo, si uniscono al verde uniforme delle alberature che vestono come un mantello pendici lontane. Ora il sentiero si indurisce di sassi affilati lungo la cresta che sale decisa ma regolare. 
Si giunge infine al culmine, in vetta. E la fatica viene ripagata dalla consapevolezza d'aver assaporato qualcosa di intenso e delicato al contempo. Un viaggio nel fulgore poetico dell'Appennino. Magnificenza a due passi da Roma.


Panorami selvaggi e incantati verso la cima del monte Cornacchia, al confine tra Abruzzo e Lazio

mercoledì 6 giugno 2018

S.PRISCA, IL MITREO NELLA QUIETE DELL'AVENTINO


Mitreo di S.Prisca, particolare dello speleum, la grotta dove il Dio sarebbe nato. Qui è rappresentato un inconsueto Saturno sdraiato: il suo corpo è realizzato con anfore e stucco.


Il silenzio aiuta a capire e riflettere. Ed è molto positivo, specie quando ci si immerge nei secoli di cultura, storia e bellezza che una città come Roma sa offrire. Sono pochi però i luoghi nel centro della Città Eterna al riparo dal frastuono sguaiato della movida e del turismo di massa.
Uno è sicuramente l'Aventino, magnifico colle ricolmo di mirabilie. Un sito straordinario da visitare in quel millenario lembo di unicità è il Mitreo di S.Prisca, antichissimo luogo di culto pagano posto al di sotto dell'omonima chiesa.
Il santuario rinvenuto nel 1934 dopo una campagna di scavi è dedicato alla divinità d'origine orientale Mitra e fu costruito sopra un edificio più antico che risaliva al I secolo dopo Cristo. Per cancellare la memoria di quell'arcaica religione le cui origini si perdono nei reconditi meandri del tempo fu realizzata al di sopra del mitreo la chiesa di S.Prisca, appunto. Per fortuna il proposito non si realizzò: quella preziosa testimonianza non solo non si perse, ma venne evidenziata proprio dalla presenza dell'edificio cristiano sopra di essa. 
Avventurarsi nell'atmosfera affascinante del mitreo significa sfiorare con gli occhi il susseguirsi delle epoche storiche. Ammirare lo speleum, la grotta dove il Dio sarebbe nato, è un autentico spettacolo. Qui è rappresentato un inusuale ed ammaliante Saturno sdraiato composto da anfore e stucco. Visibili anche alcuni affreschi sulle pareti laterali dedicati ai vari gradi di iniziazione attraverso cui passavano gli adepti nel loro percorso. 
Filosofia, religione, storia e cultura si abbracciano, emanando un fascino magnetico in quest'area lontana dagli schiamazzi che spesso impediscono di comprendere il valore di tutto ciò che è Roma. L'immensa ricchezza artistica di una delle città più preziose del mondo. 

Mitreo di S.Prisca, particolare dello speleum, la grotta dove il Dio sarebbe nato. Qui è rappresentato un inconsueto Saturno sdraiato: il suo corpo è realizzato con anfore e stucco.

venerdì 27 aprile 2018

TRA TUSCIA E SABINA UN LEMBO DI LAZIO DA SCOPRIRE



S. Oreste (Monte Soratte), chiesa di S. Maria Hospitalis, affresco "La Madonna in Trono" avvicinato alla scuola di Piero della Francesca


  

Ogni luogo un paesaggio sorprendente, ogni borgo un tesoro da scoprire. Il Lazio è una terra straordinariamente ricca di bellezza e storia. Roma ne è simbolo, ma non depositaria esclusiva. A due passi dalla Città Eterna infatti il visitatore può incontrare scorci meravigliosi meritevoli d'essere contemplati. 
A nord della Capitale, ad esempio, in quel lembo pregevole compreso tra la Tuscia e la Sabina lungo il cammino millenario del Tevere nel suo viaggio verso il mare, è emozionante girovagare ammirando l'inestimabile poesia della natura e della cultura.
Posti in cui è bellissimo sia tornare, proprio perché li si conosce, sia guardarli per la prima volta innamorandosene. 
Come il palazzo-castello dei Del Drago a Filacciano, il cui ingresso è preceduto da una scenografica corte di case e da un'ampia scalinata che dà accesso al borgo. Oppure l'austero profilo di Torrita Tiberina che domina la Valle del Tevere, in quel punto tutelata come riserva naturale, al pari della  vicina Nazzano e il suo mirabile castello Savelli. 
Fino a Civitella S.Paolo dove il fiabesco castello degli omonimi monaci, recentemente restaurato, caratterizza il centro abitato arroccato su uno sperone tufaceo immerso nel verde. Come non fermarsi infine alle pendici del Monte Soratte, terra di eremi e silenzio, specie se si arriva in cima a godere di una vista impareggiabile. 
Imperdibile la piccola chiesa di S.Maria Hospitalis, poco fuori dalle mura di S.Oreste, borgo all'ombra del monte. L'edificio sacro conserva rilievi carolingi e numerosi affreschi, come la meravigliosa Madonna in Trono, avvicinata alla scuola di Piero della Francesca.
Al di fuori dei classici e massificati itinerari turistici, il Lazio del nord offre moltissimo a chi sia in grado di apprezzare l'arte, la natura e la storia. D'altronde l'Italia è un Paese speciale proprio per questo: l'incanto diffuso. Ad ogni angolo. Speriamo di dimostrarci degni di tanta fortuna. 

Il Tevere visto da Torrita Tiberina. In quel punto la valle del fiume di Roma è tutelata da una riserva naturale.

mercoledì 16 agosto 2017

TREBULA MUTUESCA VIVE ALL'OMBRA DI MONTELEONE SABINO


Chiesa romanica di Santa Vittoria, sec IV - XII. A poca distanza l'abitato di Monteleone Sabino



Millenni di storia avvolti da paesaggi ameni e infiniti. Le dolci colline reatine, come del resto ogni angolo del Lazio e della Penisola, propongono tesori inaspettati e preziosi.
In questo lembo di centro Italia incastonato tra quattro regioni, da sempre la montagna si sposa con la collina e la campagna, creando bellezza che rasserena l'animo e contribuisce alla creazione artistica e all'elevazione spirituale e culturale.
Il territorio di Monteleone Sabino, come molti altri borghi della zona arroccati su picchi aspri o adagiati su placidi pendii, respira nel silenzio della natura e del proprio glorioso passato. A pochi passi dall'attuale abitato medievale si possono infatti ammirare i resti di Trebula Mutuesca, città sabina conquistata da Roma nel 290 a.c. Dapprima semplice vicus, villaggio rurale, divenne poi municipium nel I secolo a.c. ingrandendosi. Simbolo del luogo l'imponente e ben conservato anfiteatro, oggi visitabile anche accedendovi attraverso un passaggio posto dietro l'attiguo campo sportivo, una galleria che conduce alla parte sotterranea della struttura. 

Le gallerie che corrono al di sotto dell'anfiteatro di Trebula Mutuesca, un percorso suggestivo a cui si può accedere anche da un passaggio posto alle spalle dell'attiguo campo sportivo del paese.


A circa un chilometro dagli scavi, allontanandosi dal paesino medievale, si viene accolti dalla meravigliosa architettura romanica della chiesa di S. Vittoria. Una gemma che si staglia sullo sfondo degli uliveti simbolo della sabina che punteggiano le colline e le inondano di colori al tramonto. La chiesa con annesso campanile è attualmente chiusa in attesa che ne venga verificata la stabilità dopo il sisma del 2016. A prima vista il suo splendore sembra, fortunatamente, intatto.
Un territorio emozionante, forse impervio in alcuni tratti ma, proprio in virtù di questo, in grado di regalare al visitatore scorci di impareggiabile delicatezza e al contempo di grande impatto visivo. Monteleone Sabino costituisce in questo mosaico di storia e natura un prezioso tassello da conoscere. 


Particolare dell'anfiteatro romano di Trebula Mutuesca, città sabina conquistata da Roma nel 290 a.c.

venerdì 4 agosto 2017

LA VOCE DEL DIO MANTH RISUONA NELLA CALDARA DI MANZIANA


Una delle fonti della Caldara di Manziana, le ultime vestigia dell'antico vulcano Sabatino


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Gorgoglii sommessi provenienti da isolate fonti d'un grigio pallido e lucido, nel mezzo d'un pianoro di desertica bellezza circondato in lontananza dal verde rigoglioso del bosco fitto e impenetrabile che fu consacrato, come l'intero territorio circostante, al Dio etrusco degli inferi Manth. Oggi il nome di Manziana, piccolo borgo nei pressi del lago di Bracciano a nord di Roma, deriva proprio dal legame che gli antichi pensavano vi fosse tra il mondo dei morti e le numerose fonti vulcaniche presenti nell'area.
Ai margini dell'abitato, nella depressione denominata Caldara, si possono così udire gli ultimi bisbigli dell'antico vulcano Sabatino, in attività da 600 mila fino a 40 mila anni fa, che occupava tutta l'area compresa tra i monti della Tolfa e il monte Soratte.


Bassi cespugli attorniano le fonti vulcaniche dell'arida caldara. In lontananza, si intravede il bosco

Oggi monumento naturale con i suoi 90 ettari di estensione ed il suo splendido sentiero turistico attrezzato di 1.450 metri, la suggestiva Caldara di Manziana incanta il visitatore con la poesia del paesaggio e i contrasti cromatici: l'asprezza e l'apparente aridità della parte centrale infatti, caratterizzata dalle sorgenti d'acqua mineralizzata a 20° di temperatura con emissioni di idrogeno solforato ed anidride carbonica, si sposa con la fitta vegetazione ai margini della depressione vulcanica, ricca di specificità naturalistiche e botaniche come le betulle, alberi piuttosto inconsueti a così basse altitudini, o l'Agrostis canina Monteluccii, rarissima graminacea italica. 
Tonalità lucenti e profumi intensi che esprimono appieno tutta l'energia che per millenni quel luogo sprigionò e che oggi possono essere percepite e colte dal turista attento e sensibile al fascino dei tesori che la Natura custodisce, anche a due passi dalla città.


La vegetazione diviene fitta e rigogliosa ai margini della caldara aspra. Le betulle, rare ad altitudini così basse, svettano al di sopra dei cespugli di felce

venerdì 7 luglio 2017

L'EREMO DALLE MILLE ANIME SVELA I PROPRI SEGRETI


In vetta al Soratte l'eremo di S.Silvestro accoglie il visitatore

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Giunto sulla vetta del monte Soratte, maestoso e solitario massiccio calcareo al confine tra la valle alluvionale del Tevere e la Tuscia tufacea, il visitatore affannato dalla salita lungo i sentieri verdeggianti e panoramici, viene accolto da un silente e glorioso guardiano, testimone dei secoli in quello splendido angolo di campagna laziale, a nord di Roma.
Il delizioso eremo di S.Silvestro è adagiato sul pianoro della cima quasi a godere, privilegiato, dell'impareggiabile vista tutt'attorno. Un piccolo tempio dalla storia millenaria, trasformatosi nel corso del tempo seguendo le vicissitudini culturali e religiose di uomini e civiltà.


Particolare degli affreschi conservati all'interno dell'eremo

Dal Dio Sorano, il cui tempio fu edificato nel II secolo a.c., ai Falisci e Capenati, popolazioni preromane anch'esse legate all'area sacra, fino a San Silvestro che lì si rifugiò fuggendo dalle persecuzioni precedenti alla conversione di Costantino. Numerose furono le trasformazioni e le distruzioni fino alla ricostruzione di Carlomanno, che nel VIII sec. d.C. edificò la cripta ed il prespiterio rialzato. Non mancarono i monaci il cui insediamento è collocato tra il secolo XII e il primo Rinascimento.
Un magnete che trattiene in sè le Ere e la loro bellezza, l'Eremo di S.Silvestro arricchisce di leggenda e maestosità, assieme agli altri edifici sacri bellissimi e solinghi che punteggiano il Soratte in diversi luoghi, l'antica montagna che fu isola, quando il mare arrivava a lambirne le pendici.
Un tesoro che ne fa brillare molti altri, in un territorio che merita d'essere conosciuto e apprezzato maggiormente da un turismo che sappia amare la delicatezza e il valore della cultura.    


L'eremo visto dall'altare

venerdì 23 giugno 2017

NAZZANO E LA SUA OASI, IL TEVERE AMMIRATO DAL CASTELLO


Scorcio del Lago di Nazzano, meglio noto come Riserva naturale Tevere-Farfa. Il tramonto tinge di Rosa la zona umida


Il fiume che diviene lago e si fa ammirare dalle torri fortificate e ben conservate d'un castello che aspetta di tornare agli antichi fasti, superando l'attuale fase di decadenza e riacquistando la nobiltà d'un tempo. 
Nazzano è un piccolo comune a nord di Roma in cui il fascino della storia, sommato alla bellezza del paesaggio, rende il territorio ricchissimo di attrattiva. Come sempre accade in Italia ogni borgo nasconde e riserva al visitatore tesori culturali immensi, tanto splendidi quanto, troppo spesso, ignoti ai più.
Un castello medievale che torreggia fiero da un colle, a strapiombo sulla valle del Tevere, sul quale vive ancora oggi un insediamento di cui si ha notizia sin dal 1011. Molti i potenti che si sono avvicendati nel governo dell'area nel corso dei secoli, dalla vicina abbazia di Farfa ai monaci benedettini del monastero di S.Paolo a Roma.
Senza dimenticare i Savelli che edificarono il maniero, oggi chiuso in quanto crollato e pericolante in molte sue parti interne, sebbene lo splendore esterno sia stato risparmiato dall'usura del tempo. L'edificio conserva una commovente imponenza. Esso esprime infatti grazia più che forza, eleganza e armonia più che fierezza bellicosa. Sembra quasi chiedere di poter trasmettere ancora il proprio bagaglio di storie, di insegnare poesia all'oggi inaridito che non sa più concepire l'incanto.

Tutta l'imponenza del castello Savelli di Nazzano, delizioso comune a nord di Roma

Ai piedi della rocca un'altra perla, il lago di Nazzano parte della Riserva naturale Tevere-Farfa. Quel braccio sinuoso circondato dal verde palustre che si tinge d'ogni tonalità di rosso e rosa al calar del sole, altro non è che il fiume di Roma rigonfio d'acque lì trattenute da una diga realizzata più a valle, verso la Capitale. Sorta nel 1979 come prima area protetta del Lazio, la riserva tutela una vasta zona umida la cui vegetazione si è adattata alle condizioni ambientali nel corso di quest'ultimo quarto di secolo. Oggi questa zona protetta rappresenta uno dei siti più interessanti dell'Italia centrale per il birdwatching e l'osservazione del mondo palustre.
Il lago nato da un fiume è oggi tutelato nella sua magnificienza. Quegli scorci sopravvivono intatti ai deserti che sovente la modernità crea chiamandoli sviluppo. Tutti possono così ammirare la forza dolce della natura e trasmetterne bellezza e valori alle future generazioni. Chissà che un simile destino di vita, nuova e altra, possa contraddistinguere anche il castello di Nazzano, la rocca che è sopravvissuta ai secoli e chiede solo un'altra possibilità. 


Veduta notturna del castello Savelli a Nazzano

mercoledì 7 giugno 2017

L'ANTICA ISOLA DOMINA LA VALLE DEL TEVERE



Eremo di S. Antonio, sul versante occidentale del monte Soratte
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Guardiano silente del Tevere nel suo viaggio verso Roma, il monte Soratte dall'inconfondibile profilo e dall'immenso fascino, con i suoi colori resi densi dalla folta vegetazione che ricopre rigogliosa aspri e scoscesi pendii, dal 1997 è una delle riserve naturali della Regione Lazio per un'estensione di 410 ettari.
Una perla paesaggistica e culturale e anche un unicum geologico: tra i tufi della Tuscia ad ovest e i dolci colli alluvionali ad est, l'antico massiccio è costituido da calcari. Un dente di dura roccia lungo 5 km e alto 691 metri che nel Pliocene era un'isola, quando il mare oggi distante 60 km più ad occidente ne lambiva le pendici sommergendo tutt'intorno.
Il Soratte, a ben vedere, continua ad essere un'isola ancor oggi, di bellezza e poesia assediate dall'urbanizzazione che punteggia il territorio fino ai confini dell'area protetta. Uno scrigno di fauna, flora, cultura e storia. Dalle grotte ai caratteristici Meri, aperture carsiche nel terreno; dagli eremi arroccati sui costoni strapiombanti da cui si gode una vista impareggiabile, fino alle gallerie scavate durante il secondo conflitto mondiale e oggi visitabili.


Collegiata di S. Lorenzo nel centro storico di S.Oreste. Chiesa progettata da Jacopo Barozzi, il Vignola

 
Chi vive all'ombra del grande guardiano sono gli abitanti di S.Oreste, piccolo e delizioso Comune arrampicato sul contrafforte meridionale del massiccio. Ricco di storia e spunti di visita il borgo si presenta con un aspetto cinquecentesco che conserva un'anima medievale. La prima notizia del luogo risale al Chronicon di Benedetto del Soratte che cita la "Curtis Sancti Heristi". Il nome del borgo deriverebbe da Edisto, soldato romano cristiano martirizzato nel 68 d.c. durante le persecuzioni neroniane. Successive trasformazioni hanno mutato Sant'Edistus in Sant'Oreste.
Secoli di cultura convivono quindi alle pendici del monte Soratte, dagli Etruschi ai Romani passando per Falisci e Capenati, antichi popoli autoctoni, fino al Cardinal Farnese e a Jacopo Barozzi da Vignola, celebre architetto che progettò diversi edifici del piccolo Comune. Fino alle vicende della seconda guerra mondiale con le famose gallerie nelle viscere della montagna.
Non dovrebbe sorprendere più, ormai, lo splendore che caratterizza ogni angolo d'Italia. Tesori d'immenso valore disseminati ovunque dalla Natura e dall'ingegno umano lungo la Penisola, desiderosi solo di essere conosciuti da cittadini talvolta inconsapevoli di un'eredità che è vera identità. Concreto e nobile sentimento d'appartenenza. 


Il profilo del Monte Soratte dall'altopiano ad est, verso la valle del Tevere