Visualizzazione post con etichetta Regione Lazio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Regione Lazio. Mostra tutti i post

lunedì 3 luglio 2023

QUARTO DI BARBARANO, NATURA SELVAGGIA E PANORAMI INCANTATI

 

Mucca maremmana al pascolo a Quarto di Barbarano

Il Parco Marturanum, nel territorio del Comune di Barbarano Romano cuore della Tuscia viterbese, custodisce soprattutto nella parte immediatamente a nord del borgo innumerevoli tesori archeologici, come le celebri e magnifiche necropoli rupestri da S.Giuliano al Caiolo fino alla tomba Thansinas, estremo avamposto d'arte e spiritualità millenaria all'interno dei confini dell'area protetta. Non meno affascinante e preziosa però, è quell'ampia porzione di parco situata a sud dell'abitato, con i suoi pascoli e i suoi scorci fantastici arricchiti dalla bellezza e dall'unicità delle caratteristiche mucche maremmane, nobili abitanti e guardiane silenziose di quel piccolo paradiso selvaggio.

Quarto di Barbarano, panorama da Poggio Ventacolo verso i monti della Tolfa 


Siamo nel Quarto di Barbarano, area più estesa del parco Marturanum, in cui l'aspetto preponderante per il visitatore è paesaggistico più che archeologico. Certo non mancano anche qui importanti evidenze storico culturali come i tratti di antica Via Clodia affioranti lungo il sentiero 105, nel passaggio che unisce la località "Bandita" all'"Ortaccio". Ma senza dubbio a riempire lo sguardo e l'attenzione sono i panorami che, specie sull'altura di Poggio Ventacolo, spaziano per chilometri in direzione dei monti della Tolfa in un'esplosione di colori vividi tra cielo e terra, nella quiete e nei profumi di questo angolo incontaminato.

Tratto di antica Via Clodia


Un'avventura che inizia poco fuori Barbarano Romano, in località "Bandita", dopo aver lasciato l'auto sotto uno spicchio d'ombra che comunque non basterà a lasciare l'abitacolo ad una temperatura sopportabile al ritorno. Il segnale che indica il sentiero numero 105 è poco avanti e conduce subito nel bosco fino alla recinzione che pone gli animali al pascolo al riparo dalla strada vicina. Superato il cancello in legno si apre la vista sulla natura del Quarto di Barbarano: mucche dal manto bianco o marrone placide al pascolo tra alberi e bassi cespugli inondati dal sole estivo, tra colline verdi e sentieri che si perdono all'orizzonte.

Mucche al pascolo libero


Ben presto si incrocia la deviazione che porta lungo il percorso dell'antica via Clodia, a tratti affiorante dalla vegetazione. Il sentiero, prima in salita, prende successivamente a scendere con decisione fino all'incontro dei sentieri 105 e 103 che proseguono uniti fino alla località "Ortaccio". Qui si prosegue lungo il sentiero 103 verso Poggio Ventacolo, un'altura verdeggiante e boscosa, e poi in declivio fino a trovare il sentiero 138b proveniente da Civitella Cesi.

Uno dei sentieri che esplorano l'area di Quarto di Barbarano

 

È il giro di boa di questo percorso ad anello, il viaggio di ritorno lungo un pendio non eccessivamente ripido ma costante che inizia subito dopo aver oltrepassato il torrente Vesca. Non ci sono molti boschi su questo versante, piuttosto bassi cespugli fioriti e prati in cui la vista può spaziare tutt'attorno. A lenire la fatica del cammino piacevoli incontri con gli abitanti del luogo, le mucche maremmane al pascolo. Non sembrano molto spaventate alla vista dell'uomo ma la diffidenza le spinge a mantenere una certa distanza. Che non impedisce però di scattare qualche foto a ricordo dell'escursione che si sta per concludere.
Ripercorrendo i propri passi, infatti, si torna al punto di partenza dopo una mattinata di natura, paesaggi e bellezza nella poesia selvaggia di Quarto di Barbarano.


Mucca maremmana al pascolo

martedì 6 dicembre 2022

UNA MISTERIOSA PIRAMIDE NELLA TERRA DEGLI ETRUSCHI

 

La piramide etrusca di Bomarzo (VT), probabilmente un altare rupestre etrusco-romano

Gli sparuti, timidi raggi solari non riescono a mitigare il freddo pungente di una mattinata di fine autunno. Il clima rigido però non può neppure minare la voglia di scoperta e avventura nella natura e nella storia millenaria di uno degli angoli più suggestivi e ricchi di mistero della Tuscia viterbese.

Ai piedi della scalinata


L'area di Bomarzo, affascinante borgo a nord di Viterbo famoso per il Bosco Sacro e le sue enigmatiche sculture, è un autentico scrigno di gioielli paesaggistici e storico archeologici da scovare ed ammirare. Sono innumerevoli, infatti, le testimonianze e i reperti dal grande valore culturale che affiorano dalla fitta vegetazione. Un luogo magico in cui il visitatore incontra miti e leggende le cui origini si perdono nei meandri del tempo, e percepisce la grandezza dell'eredità che le passate civiltà hanno lasciato all'oggi.

Particolare della lunga scalinata che porta alla sommità del monolite


Uno di questi straordinari tesori è la cosiddetta Piramide etrusca, un manufatto plasmato nella roccia tufacea d'origine vulcanica, la cui resistenza ha consentito alla struttura di rimanere praticamente inalterata dopo millenni. Si rimane subito colpiti dalla maestosità e dalla particolarità di questa opera incredibile, nascosta dall'abbraccio del bosco a circa 30 minuti di cammino dal luogo più vicino in cui si può lasciare l'automobile.

La sommità del monolite. Non si scorgono tracce di lavorazioni o incisioni


Il sentiero non presenta particolari difficoltà, tranne un passaggio leggermente scosceso, poco prima di arrivare alla meta, nei pressi della "Finestraccia", originariamente una tomba etrusca utilizzata poi nel corso dei secoli come abitazione. L'ampio spazio che si apre attorno alla piramide è stato pulito dalla vegetazione infestante nel 2008 da Salvatore Fosci, abitante del luogo, a cui si deve anche la riscoperta del sito e del manufatto stesso con un'opera di divulgazione e promozione che non si è mai arrestata. Grazie a quest'impegno meritorio, è possibile ora godere del silenzio e dei colori brillanti dei pendii e delle vallate in una mattinata d'autunno.

Uno sguardo dalla sommità


Giunti dinanzi alla piramide ci si trova ai piedi di una lunga scalinata, composta da 28 gradini alcuni dei quali larghi circa un metro, altri fino a quattro. E forse altri sono nascosti nel terreno mai scavato che ricopre la base della struttura. Salendo si notano nicchie, rientranze, vaschette e sistemi di canalizzazione incisi nel peperino, forse creati per far defluire liquidi prodotti da antichi riti sacrificali.

Si pensa che vi possano essere parti del manufatto ancora nascoste dai depositi di terra che potrebbero emergere se venisse realizzato uno scavo archeologico nell'area
 

In cima alla scala due aperture nella roccia e una seconda scala che porta alla sommità, piatta tranne alcuni rialzi ai lati. La piramide raggiunge un'altezza di circa 8 metri dal lato del monte e 16 dal lato che guarda a valle. Numeri comunque approssimativi, considerando il probabile interramento nel corso del tempo di ulteriori parti del monolite.

Particolare dei vani posti sotto la sommità della piramide


Diverse le ipotesi sull'utilizzo della piramide, da altare etrusco-romano a punto di avvistamento per la difesa del territorio, fino all'idea di un monumento funerario. Chissà quanti dubbi potrebbero essere fugati e quanti segreti potrebbero essere rivelati se si iniziasse uno scavo archeologico attorno alla struttura, come si augurano i tanti che amano quel sito e le sue bellezze, tra cui Francesca Ceci, archeologa e autrice, assieme allo stesso Salvatore Fosci e all'ingegnere Luciano Proietti di un interessante libro dal titolo "I misteri della Piramide di Bomarzo, indagine sulle origini dell'enigmatico monolite nascosto nei boschi viterbesi", edito da Intermedia.

La "Finestraccia", antica tomba etrusca utilizzata nel tempo anche come abitazione, lungo il sentiero che porta alla piramide.


Un luogo ancora poco noto, nonostante gli sforzi per promuoverlo, ma la Piramide di Bomarzo rappresenta uno dei simboli della Tuscia. Una terra d'infinita bellezza, da proteggere e valorizzare con rispetto, che non smette mai di stupire e rapire l'immaginario di chi vuole viverla. Anche in una rigida giornata di fine autunno.

Splendido panorama che si apre alla vista lungo il sentiero che porta alla piramide, all'altezza della "Finestraccia"


martedì 31 maggio 2022

LA RUPE DI VICOVARO, TRA S. BENEDETTO E L'ANTICO ACQUEDOTTO


Eremi di S. Benedetto a Vicovaro (RM), Ex oratorio di S. Michele con affreschi


Il subappennimo laziale, una fascia sottile e stupenda di territorio tra la Capitale e l'Abruzzo che da nord a sud corre dalla Sabina al confine campano, costituisce uno scrigno di infiniti tesori, mete perfette per escursioni che uniscano cultura e avventura, natura e arte.
I monti Lucretili rappresentano uno dei gioielli di questo tesoro, propaggine meridionale dei monti Sabini e parco regionale. Un'area ricca di bellezza a pochi chilometri da Roma, all'interno della quale è situato il comune di Vicovaro. Qui è possibile incontrare luoghi dal grande fascino naturalistico e storico, ripide gole e fitti boschi, ma anche antiche chiese, eremi e vestigia romane. Il tutto impreziosito ulteriormente dalla bontà dei prodotti enogastronomici locali.

Eremi di S. Benedetto a Vicovaro (RM), veduta della gola dal sentiero che scende verso l'acquedotto


Gli Eremi di S. Benedetto sono sicuramente il simbolo di Vicovaro, un luogo irrinunciabile da conoscere. È possibile farlo prenotando una visita con una guida volontaria preparata e gentile come Federico (3484327797), che accompagna turisti e appassionati alla scoperta delle grotte del Santo e dell'acquedotto Claudio, percorribile per un lungo tratto. Basta una piccola torcia, anche quella dello smartphone andrà benissimo, abbigliamento sportivo e curiosità. Anche un po' di attenzione a non urtare, ad esempio, la testa nei passaggi più stretti. Ma a questo proposito vengono messi a disposizione dei caschi a protezione.

Inizio del sentiero degli eremi


Una passeggiata nei secoli da non perdere, immergendosi nella natura e nel silenzio della gola in fondo alla quale scorre l'Aniene. Suggestivo il sentiero scosceso che conduce dall'entrata agli eremi e poi all'acquedotto e il panorama mozzafiato riempe di meraviglia.

Il sentiero che scende verso l'acquedotto Claudio


L'intero luogo deve la propria notorietà alla permanenza nel 503 d.c. del Santo di Norcia. Attraverso il percorso scavato nella roccia Federico guida il visitatore, prima di giungere al tratto di acquedotto, nell'eremo denominato "Ex oratorio di S. Michele", dove avvenne un tentativo di avvelenamento di S. Benedetto. Da ammirare gli affreschi seicenteschi.

La gola e l'Aniene


Successivamente si scende lungo il ripido passaggio aggrappato alla parete, con affaccio sul fiume, fino all'imbocco di un tratto di circa 200 metri dell'antico acquedotto Claudio oggi prosciugato. Un'esperienza unica che lascia emozioni di avventure ed esplorazioni.

Una delle grotte nel territorio di Vicovaro in cui S. Benedetto visse da eremita nel 503 d.c.


Meritevole anche una visita al borgo di Vicovaro, a pochi chilometri di distanza, con l'imponente cinta muraria che abbraccia il nucleo originario e soprattutto il bellissimo tempietto di S. Giacomo Maggiore, fatto erigere per volere di Giovanni Antonio Orsini nel 1448. Uno dei più rilevanti esempi di architettura gotico rinascimentale del Lazio.

Tempietto di S. Giacomo Maggiore a Vicovaro (RM), uno dei migliori esempi di architettura gotico rinascimentale nella regione.


Con la sua storia e bellezza Vicovaro e l'area dei monti Lucretili ci dimostrano, come se ve ne fosse bisogno, che nella Regione c'è un'infinità di luoghi da conoscere oltre Roma, e che in Italia anche il più piccolo borgo racchiude un universo da incontrare.

Una delle formazioni naturali che si incontrano scendendo lungo il sentiero degli eremi di S. Benedetto a Vicovaro (RM)

martedì 7 dicembre 2021

FORTEZZE E CATTEDRALI NELLA TERRA DEI SABINI

Fortezza di Rocchettine (XIII sec.) particolare del torrione est costruito edificato presumibilmente all'epoca dei Savelli nel XVI secolo.


Nei fiammeggianti colori dell'autunno i pendii del reatino si regalano agli sguardi in una veste speciale. Un caleidoscopio che esplora ogni sfumatura di rosso e marrone, fino all'arancione e al giallo e che non stanca mai gli occhi in contemplazione di tale spettacolo. Luoghi in cui la natura incanta e l'eredità culturale dei secoli trova adeguata cornice.

Rocchette (RI)


Come a Torri in Sabina, nel cui territorio si trovano immersi nel verde e nel silenzio tesori magnifici che emanano la magia della storia: le due fortezze gemelle di Rocchette e Rocchettine, poste a guardia del fiume Laia e dell'omonima gola e l'abbazia di Santa Maria della Lode, la "Cattedrale della Sabina". Le prime sorgono una dinanzi all'altra su due alture che dominano uno stretto passaggio percorso dall'affluente dell'Imele, a sua volta affluente del Tevere alcuni chilometri più a sud.

L'abbazia di Santa Maria della Lode (VIII sec.) nel comune di Torri in Sabina (RI)


Il paesaggio attorno alle rocche sembra emergere dalle pagine di una fiaba, o dai meandri di un sogno. Fitti boschi avvolgono impervi costoni rocciosi e solitarie vallate incastonate tra i monti. Al di sopra di tutto questo verdeggiante panorama si ergono, come guerrieri sopravvissuti al tempo, le due fortezze. Poco si sa di chi fondò Rocchette e Rocchettine, tranne il periodo in cui vennero costruite, il XIII secolo, e che furono dapprima denominate Rocca Guidonesca (Rocchettine) e Rocca Bertalda (Rocchette).

Colline verdeggianti dalla fortezza di Rocchettine


Dopo aver avuto molteplici padroni nel 1728 passarono entrambe alla Camera Apostolica. Allora le vicende dei due luoghi, fino a quel momento parallele, iniziarono a divergere. Rocchettine iniziò gradualmente ad essere abbandonata, fino al 1917 quando a seguito di una riorganizzazione dell'area Sabina il Cardinal Consalvi la assegnò al Comune di Torri in Sabina. Rocchette invece, pur trasformatasi da centro fortificato a rurale, continuò a vivere col suo tessuto originario e i suoi muraglioni a strapiombo.

Abbazia di Santa Maria della Lode, interno con affreschi XI e XII secolo


Rocchettine è indubbiamente più affascinante, grazie al suo orgoglioso profilo che evoca antiche saghe. Spiccano il torrione est, edificato presumibilmente all'epoca dei Savelli nel XVI secolo, e la torre quadrata sul lato nord, risalente alla prima fase di costruzione. All'interno del perimetro si trova la chiesa di S. Lorenzo completamente trasformata nel '700 in stile che ricorda il tardo barocco. Due bellissime mete il cui passato, in gran parte ancora avvolto dal mistero, ne amplifica la malia.

La chiesa di S. Lorenzo, completamente trasformata nel '700,
all'interno della fortezza di Rocchettine (XIII secolo)


A poca distanza da Rocchette e Rocchettine poi, sempre nel territorio di Torri in Sabina in una dolce piana ingentilita da alti alberi che ne esaltano lo splendore, si trova l'abbazia di Santa Maria della Lode, a Vescovio. Già da grande distanza è visibile il caratteristico campanile romanico di questa imponente struttura simbolo da sempre di spiritualità per tutto il territorio.

Abbazia di Santa Maria della Lode (VIII sec.), affreschi dell'altare. Visibile la luce proveniente dalla sottostante cripta dell'XI secolo, accessibile attraverso due passaggi ai lati del presbiterio. .


Edificata nell'VIII secolo è conosciuta infatti come "la Cattedrale della Sabina". All'interno si possono ammirare affreschi tra i più significativi del Lazio, realizzati nel Duecento e nel Trecento e raffiguranti scene dall'Antico e Nuovo Testamento, come il Sacrificio di Isacco. Ai lati del Presbiterio, sotto l'altare, si aprono due stretti passaggi che conducono alla suggestiva cripta dell'XI secolo, dove sono visibili i resti di affreschi rappresentanti animali sacri.

Particolare della cripta dell'XI secolo al di sotto del presbiterio dell'abbazia di Santa Maria della Lode,
nel comune di Torri in Sabina (RI)


Nell'area circostante l'abbazia si trovano i resti dell'antica città romana di Forum Novum risalente al II secolo a.c. Le rocche gemelle e la Cattedrale della Sabina, un itinerario tra natura e storia nell'identità culturale di questo lembo di Lazio tra Umbria e Abruzzo.

Particolare degli affraschi nella cripta (XI secolo) dell'abbazia di Santa Maria della Lode (VIII sec.),
nel comune di Torri in Sabina (RI)

lunedì 8 marzo 2021

NELLA CITTÀ DELLO SCHIAFFO, CULTURA E SPIRITUALITÀ DISPENSANO CAREZZE

 Museo della Cattedrale di Anagni - Cripta di S. Magno
 

La Provincia di Frosinone è una terra che riserva meraviglie ad ogni passo, e il borgo di Anagni è una tappa obbligata tra paesaggi, enogastronomia e cultura. L'antica Anagnia, che fu a capo della lega degli Ernici, affonda le proprie radici in un passato lontano in cui mito e storia si intrecciano, dando vita a un connubio fantastico.

Museo della Cattedrale di Anagni - Cripta di S. Magno


Assieme ad altri borghi del frusinate infatti, come Alatri, Arce, Arpino e Atina, più Saturnia in Toscana che per Plinio il Vecchio originariamente si chiamava Aurina, Anagni venne fondata secondo la leggenda dal Dio Saturno, che dopo la fuga dalle Titanomachie si rifugiò proprio in Italia. Il poeta Publio Virgilio Marone, nelle sue Georgiche ( II - 173-4), definì infatti la Penisola Saturnia Tellus, terra di Saturno.

 

Museo della Cattedrale di Anagni - Cripta di S. Magno
 

Tutte le città fondate dal titano hanno curiosamente come iniziale del nome la lettera A che rimanda alla forma della testa di toro, simbolo diffuso nelle culture precristiane. Eredità concreta, comune a tutti i borghi legati alla figura di Saturno, di tali affascinanti suggestioni  sono le cosiddette mura ciclopiche: maestose cinte fortificate preromane la cui costruzione viene attribuita ufficialmente agli Ernici, ma talvolta anche al misterioso popolo dei Pelasgi. Da un mito a un altro.

 

Profilo romanico della Cattedrale di Anagni, ultimata nel 1104
 

I più forti simboli culturali di Anagni però sono legati ad un'epoca a noi molto più vicina, quella medievale: la Cattedrale e il Palazzo di Bonifacio VIII. Da quest'ultimo derivano gli appellativi più caratterizzanti per il luogo: città dello schiaffo e dei Papi.

 

Palazzo di Bonifacio VIII - Sala delle Oche
 

Il solenne edificio fu costruito agli inizi del XIII secolo dalla famiglia Conti, a cui apparteneva Innocenzo III, il primo dei quattro Pontefici che Anagni diede alla Cristianità. Gli altri furono Gregorio IX, Alessandro IV e infine Bonifacio VIII, il protagonista della vicenda dello schiaffo.

Palazzo di Bonifacio VIII - Sala delle Scacchiere


Proprio negli anni del suo pontificato, infatti, Anagni si trovò al centro di una guerra tra il Papa, il Re di Francia Filippo il Bello e la potente famiglia dei Colonna. Motivo del contendere l'eterna lotta per la supremazia tra potere politico e religioso.

Decorazioni cosmatesche all'interno della Cattedrale di Anagni


All'alba del 7 settembre 1303 un gruppo di armati guidati da Sciarra Colonna e Guglielmo di Nogaret entra in città e pone Bonifacio VIII sotto sequestro. Non c'è chiarezza sulla natura dello schiaffo, ovvero se questo fu metaforico o fisico. In ogni caso l'umiliazione fu storica e il Pontefice, liberato due giorni dopo l'assalto, morì un mese dopo. Oggi il palazzo è un sito visitabile che conserva rilevanti affreschi di carattere civile nella stanza delle oche e delle scacchiere.

Museo della Cattedrale di Anagni - Cripta di S. Magno


A poche centinaia di metri dal luogo dell'oltraggio si trova quello che rimane il vanto dell'antica capitale ernica: la cattedrale con la magnifica cripta di S.Magno. Una delle più belle chiese romaniche della regione, costruita da S.Pietro da Salerno sulle vestigia dell'acropoli ernica, fu iniziata nell'XI secolo e rimaneggiata con l'aggiunta di parti gotiche nel duecento.

Museo della Cattedrale di Anagni - Cripta di S. Magno


Dall'interno a tre navate ricco di capolavori cosmateschi si scende nella cripta, luogo unico in Italia. Il visitatore rimane stupefatto dalla bellezza e dai colori sorprendentemente vividi, visti i secoli trascorsi, degli affreschi benedettini sublacensi che decorano pareti e volte. Eseguiti, questi, tra il 1231 e il 1255 da tre botteghe di anonimi artisti: il Primo Maestro, o Maestro delle Traslazioni, Secondo Maestro, o Maestro Ornatista e Terzo Maestro di Anagni.

Museo della Cattedrale di Anagni - Cripta di S. Magno


La brillantezza, l'espressività e il realismo delle figure rappresentate lasciano di stucco, e la sontuosità dell'insieme rende ogni passo assolutamente speciale. Nella cripta si intraprende un viaggio spirituale, artistico e culturale nelle altezze della storia. Vi sono ritratti soggetti biblici, apocalittici e sapienziali e non mancano riferimenti alle dottrine scientifiche, simboli astronomici e alchemici. Il percorso è circolare e rappresenta "Ciò che fu, ciò che sarà". Lo sviluppo della conoscenza nel disegno della creazione.

Museo della Cattedrale di Anagni - Cripta di S. Magno


La Cripta di S.Magno fa parte del Museo della Cattedrale di Anagni, che permette di ammirare anche altri tesori della sede episcopale. Tra i più rimarchevoli l'oratorio di S. Thomas Becket costruito tra il I e il II secolo d.c. su un preesistente mitreo. Le pareti sono decorate con scene tratte dal Vecchio e Nuovo Testamento e riferite al martirio del santo.

Museo della Cattedrale di Anagni - Oratorio di S. Thomas Becket


Senza dimenticare la Cappella del Salvatore, con pitture e icone trecentesche; la raccolta del tesoro in cui spicca il cofanetto di Thomas Becket, finissima opera del XIII secolo e il Lapidarium con preziose lastre cosmatesche.

Museo della Cattedrale di Anagni - Cofanetto di S. Thomas Becket


Anagni è uno degli antichissimi diamanti di quello scrigno di storia, arte, spiritualità e leggende che è la Ciociaria.

Museo della Cattedrale di Anagni - Lapidarium con lastre cosmatesche

domenica 6 dicembre 2020

L'ANTICA CASA DI GAIO MARIO DIVENUTA ABBAZIA CISTERCENSE

 

Abbazia di Casamari, navata centrale della chiesa

Su una piccola collina rocciosa a guardia del torrente Amaseno, nel 1005 quattro pii ecclesiastici vollero edificare una chiesa dedicata ai Santi Giovanni e Paolo. Sul luogo sorgeva precedentemente un Municipio romano, Cereatae Marianae, così chiamato in onore della Dea dei raccolti e della fertilità Cerere e di Gaio Mario, celebre generale e politico. Proprio da quest'ultimo deriva l'attuale denominazione di Casamari.


Facciata della chiesa con l'ampia scalinata e l'atrio a tre archi.

Lì oggi, in un territorio incantevole in cui la bellezza però appare troppo spesso assediata dal grigiore del cemento sparso indiscriminatamente e irrispettosamente, brilla lo splendore dell'omonima abbazia.
Fondata nel 1035 dai benedettini, che ampliarono la chiesa originaria, fu completamente rinnovata nel XII secolo dai cistercensi, secondo i dettami tipici dell'ordine e sotto la direzione di Fra' Guglielmo da Milano. Dell'antica piccola chiesa costruita dai primi sacerdoti restano solo alcune colonne visibili di fronte all'abbazia.

L'imponente arcata d'ingresso, sormontata da un pregevole loggiato con quattro bifore


Si tratta di un gioiello architettonico oltre che storico, artistico e religioso, la cui grandezza è percepibile già dall'imponente arcata d'ingresso, sormontata da un pregevole loggiato con quattro bifore, ai piedi della collina. Oltrepassata quella soglia ci si trova ad ammirare la facciata della chiesa con l'ampia scalinata e l'atrio a tre archi.

 

Il silenzioso e suggestivo chiostro, circondato dagli edifici destinati ai monaci, con sedici eleganti bifore.


Al lato un passaggio conduce al silenzioso e suggestivo chiostro, circondato dagli edifici destinati ai monaci, con sedici eleganti bifore. Da vedere l'Aula Capitolare sorretta da possenti colonne cilindriche e illuminata da vetrate sapientemente decorate. 


l'Aula Capitolare sorretta da possenti colonne cilindriche  


l'Aula Capitolare è illuminata da vetrate sapientemente decorate.

Il luogo più importante di Casamari è la chiesa a croce latina e tre navate, con il transetto sempre a tre navate e sei cappelle. Ad essa si accede dal portico, attraverso un portale impreziosito da elaborate opere.

 

Il portale della chiesa abbaziale, impreziosito da numerose colonne e dalla lunetta intagliata a motivi vegetali,
sui quali spicca una figura stellata a otto bracci radiali

Come le numerose colonne e la lunetta intagliata a motivi vegetali sui quali spicca una figura stellata a otto bracci radiali. La medesima decorazione è ripetuta a destra e a sinistra della lunetta. Da notare poi il rosone a sei lobi, con al centro una piccola stella a otto punte. 


Prospettiva del transetto a tre navate e sei cappelle, con il baldacchino in marmo policromo e lanterne   


Due delle tre navate viste dal transetto


All'interno il senso di verticalità e ricerca delle altezze si coglie sin dal primo sguardo. Dalle imponenti volte a crociera alle ampie campate, fino ai magnifici pilastri cruciformi e alle monofore ad arco acuto che si aprono nelle pareti. Colpisce infine l'altare maggiore, sormontato da un baldacchino in marmo policromo e lanterne.


Il coro alle spalle del baldacchino in marmo, con il rosone a sei lobi, un elemento caratteristico della struttura.

L'antica casa di Mario da secoli rappresenta un fiore di cultura e spiritualità in una terra ricca di fascino e spunti per una visita alla ricerca della pienezza del vivere. Di quello stesso slancio verticale che pulsa nell'architettura cistercense.

Alcune delle sedici eleganti bifore decorate nel chiostro di Casamari









Luce ed ombra giocano attraverso le bifore del chiostro