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lunedì 4 agosto 2025

GROTTA DEL CERVO, VIAGGIO PRIMORDIALE NEL CUORE DELLA MARSICA


A Pietrasecca, piccolo, delizioso borgo arroccato su un aspro costone nel verde d'Abruzzo, è possibile varcare la soglia di un regno sotterraneo, dove la terra si mostra nuda e il tempo si dissolve in un eterno sussurro di roccia e acqua. Qui, tra le pieghe di un paesaggio scolpito dalle mani dei millenni, si respira un silenzio vivo, un dialogo antico tra la natura e chi sa ascoltarla. Le grotte sono un invito a smarrirsi in una dimensione altra, dove ogni stalattite e ogni riflesso umido custodisce frammenti di un passato remoto.

Grotta del Cervo, Riserva Naturale delle Grotte di Pietrasecca, Carsoli (AQ)
"L'Arcangelo Michele"

Il viaggio inizia lungo sentieri che si snodano tra querce e castagni, dove l’aria si fa fresca e il profumo di terra bagnata si mescola a quello delle erbe selvatiche. Siamo nella Riserva Naturale Speciale delle Grotte di Pietrasecca che si svelano con discrezione, come a proteggere un segreto prezioso. Due sono le mete principali: la Grotta del Cervo, aperta ai visitatori, e la Grotta Ovito, regno degli speleologi più audaci. È nella Grotta del Cervo che ci si immerge in un’esperienza che è tanto fisica quanto interiore.

Grotte di Pietrasecca, un viaggio primordiale nella storia geologica della Marsica

L’ingresso è un arco di roccia grezza, una porta che separa due mondi. Nessuna luce fissa ad accoglierti, nessuna passerella a rassicurarti: solo un breve tratto battuto all’entrata, poi il buio ti avvolge come un mantello antico. Le guide, appassionate e preparate, sono i cantastorie di questo mondo sotterraneo. I loro racconti, ricchi di dettagli geologici e aneddoti storici, trasformano ogni passo in una scoperta. Il fascio delle torce elettriche sui caschi, unica luce in questo regno selvaggio, rivela un universo di meraviglie. Stalattiti e stalagmiti si ergono come sculture di un tempo senza nome. L’acqua, creatrice paziente di questi capolavori eterni continua a plasmare le proprie opere, goccia dopo goccia nella quiete dell'ombra.
 

Camminare nella Grotta del Cervo è un’immersione in una natura primordiale. A differenza di altre grotte, anch'esse meravigliose ma addomesticate da luci e sentieri artificiali, qui tutto è intatto, selvaggio. Il terreno è irregolare, a tratti scivoloso, e le guide, con la loro attenzione costante, insegnano a muoversi con rispetto, come ospiti in una cattedrale viva. Il suono delle gocce che cadono, amplificato dal silenzio, è un canto antico, un metronomo di millenni. Le pareti, levigate dall’acqua, raccontano di ere in cui queste cavità ospitavano cervi preistorici e, forse, uomini in cerca di riparo o in adorazione di potenti divinità. Le formazioni carsiche, con nomi come “l'Arcangelo Michele” o “Il Drago”, prendono vita grazie alla voce delle guide che evocano leggende di giganti e spiriti sotterranei.
 
Grotta del Cervo, conrezioni irregolari alla luce delle torce
 
Il buio è il vero protagonista di Pietrasecca. Quel buio denso, spezzato solo dal debole bagliore delle torce, ti costringe a vedere con occhi nuovi, a sentire con il corpo intero. È un buio che non opprime, ma libera. La voce delle guide racconta di come la grotta sia stata scoperta nel 1984 durante un’esplorazione fortuita, e di come oggi sia protetta per preservarne la purezza. La loro dedizione traspare in ogni parola, rendendo l’escursione un rito, un ritorno alle origini. Riemergere dalla grotta è come tornare ad un mondo in cui tutto è evidente, illuminato, senza segreti nella sua bellezza. Il paesaggio si dispiega in tutto il suo fascino rasserenante: colline boscose, muretti di pietra, un silenzio che sa di pastori e contadini, di vite dure di un passato autentico e lontano, intessute di fatica e poesia. Pietrasecca, con la sua identità distinta, sembra un custode di segreti, e le guide, con il loro amore per questo luogo, ne sono i narratori.
 

Le Grotte di Pietrasecca sono un invito a perdersi, a lasciare le luci del mondo moderno e a ritrovare un legame profondo con la terra, guidati da chi ne conosce l’anima. Sono un’esperienza che scuote e incanta, che lascia dentro un’eco di pietra e oscurità, ma anche di autenticità, verità. È l'anima del mondo di cui anche l'uomo fa parte, plasmata dagli elementi e dalle ere. Riabbracciarla ogni tanto fa bene.


sabato 16 ottobre 2021

SULL'ALTOPIANO, ALLA RICERCA DELLA "CAPPELLA SISTINA D'ABRUZZO"

Bominaco (AQ), Oratorio di S. Pellegrino noto anche come "La Cappella Sistina d'Abruzzo". Particolare dell'interno con gli straordinari affreschi duecenteschi

Non si può lasciare la Provincia aquilana senza aver assaporato le atmosfere e i paesaggi dell'altopiano di Navelli. Un itinerario spettacolare che si snoda tra il Capoluogo e il borgo di Capestrano, lungo la statale 17. Il percorso può essere svolto tanto da sud, uscendo dalla A-25 direzione Pescara presso il casello di Bussi-Popoli, quanto dalla parte opposta, laddove l'A-24 incontra L'Aquila.

Capestrano (AQ), il castello Piccolomini-Medici


Il passaggio da sud permette di immergersi in panorami selvaggi e suggestivi con pochi centri abitati, più numerosi invece arrivando dall'altra direzione.
Dopo essersi lasciati alle spalle la stretta vallata che accoglie chi lascia l'autostrada a Bussi ci si addentra in una piana coronata da montagne. Dopo pochi minuti di strada immersa nel bosco si scorge Capestrano, la prima tappa del viaggio.

Dalle mura del castello di Capestrano si può godere di una vista impareggiabile sulla vallata sottostante


Situata a 734 metri d'altezza sul crinale che separa la piana di Navelli dalla conca di Ofena e luogo natio del predicatore S.Giovanni da Capestrano, questo paesino è noto soprattutto per il celebre rinvenimento, nel 1934, della statua italica del VI secolo a.c. denominata Guerriero di Capestrano, oggi simbolo stesso della Regione custodito nel museo archeologico nazionale d'Abruzzo a Chieti. Domina l'abitato l'imponente castello, appartenuto ai Piccolomini e successivamente ai Medici, ben conservato e visitabile con la sua meravigliosa vista.

Castello di Capestrano (AQ), particolare dall'interno delle imponenti mura 


Terminata la visita all'antico maniero, nella contemplazione della sua bellezza, ci si rimette in marcia verso quell'altopiano che prende il nome dal delizioso borgo che vi si affaccia.
Anche a Navelli, come altrove, sono ancora visibili le ferite inferte dai terremoti che periodicamente, purtroppo, colpiscono questa splendida terra, ma molto è già stato fatto per una ricostruzione nel segno della tradizione e del rispetto per il paesaggio e la storia del territorio. Si ricostruisce com'era dov'era. Solo così del resto è possibile salvare l'anima e le radici delle comunità.

Il ciborio del 1223 con candelabro per il cero pasquale nella chiesa di S. Maria Assunta a Bominaco. Perla dell'altopiano di Navelli (AQ).


Un'anima che sopravvive non solo a Navelli ma anche nella tappa successiva, lungo la statale che procede dritta. Uno dei gioielli più scintillanti di questo lembo d'Abruzzo: Bominaco. Sembra incredibile che questa piccola frazione a quasi 1000 metri d'altezza custodisca tali perle e che queste, inoltre, non siano state minimamente toccate, come per miracolo, dalla violenza degli ultimi terremoti.

A Bominaco, oltre all'oratorio di S.Pellegrino troviamo la splendida chiesa romanica di S.Maria Assunta, eretta tra l'XI e il XII secolo. Tra i tesori all'interno anche un meraviglioso ambone a bassorilievi


Qui infatti troviamo quella che viene definita "La Cappella Sistina d'Abruzzo", l'Oratorio di S. Pellegrino. Fu ricostruito nel 1263 sul luogo in cui, secondo la tradizione, precedentemente Carlo Magno inaugurò una chiesa. Semplice all'esterno è interamente decorato all'interno da affreschi duecenteschi opera di artisti noti come "Maestro della Passione", "Maestro dell'infanzia", "Miniaturista". Uno spettacolo sbalorditivo i cui nomi misteriosi degli autori riportano alla magnificenza di un altro luogo magico: la Cripta di S. Magno ad Anagni, nel frusinate. Anche lì infatti gli autori degli stupendi affreschi che ornano i sotterranei della cattedrale romanica di S. Maria Assunta, avevano nomi egulmente criptici come "Maestro delle traslazioni", "Maestro Ornatista" e "Maestro di Anagni".

Particolare della chiesa di S.Maria Assunta a Bominaco (AQ). La parte posteriore a tre absidi con la centrale più alta delle laterali.


Tornando a Bominaco, assolutamente da vedere anche la grande ed armoniosa chiesa romanica di S. Maria Assunta a pochi metri dall'oratorio di S. Pellegrino, eretta tra l'XI e il XII secolo. L'interno è impreziosito da un ciborio del 1223, da un bellissimo candelabro per cero pasquale e da un ambone a bassorilievi, mentre l'esterno è semplice ed essenziale, tranne che per l'archivolto del portale e l'architrave, decorati finemente con motivi e figure. Da non perdere la salutare passeggiata, infine, che conduce ai resti del castello medievale sulla cima del colle. Pochi minuti di salita valgono il panorama strabiliante che si gode una volta giunti lì.

Bominaco (AQ), Chiesa romanica di S.Maria Assunta. Particolare della facciata con archivolto del portale decorato con motivi a palmette e pannocchia. L'architrave alterna alle palmette un motivo floreale con un leone al centro.


Ora l'itinerario punta in direzione de L'Aquila, non prima di una deviazione all'altezza di Prata D'Ansidonia per una visita ai ruderi di Peltuinum, città dei Vestini e poi dei Romani traversata dalla via Claudia Nova. Visibili i resti delle mura, del teatro e dell'anfiteatro. Pur essendo l'area parzialmente chiusa per scavi uno sguardo è possibile anche da oltre le transenne.


Particolare del rosone nella facciata posteriore dell'oratorio di S.Pellegrino, "La Cappella Sistina d'Abruzzo".

Dopo Prata d'Ansidonia la via scende con decisione. Si lascia l'altopiano verso il Capoluogo abruzzese al termine di una giornata indimenticabile.
Mentre ci si avvicina alla fine del viaggio si ritorna alle memorie dell'incanto appena vissuto e si riflette su quanti ancora siano i tesori che questa Regione unica riserva al visitatore in cerca di libertà ed infinito. Alla prossima avventura.

I resti del castello di Bominaco dominano dall'alto l'area della chiesa di S.Maria Assunta e dell'oratorio di S. Pellegrino

giovedì 16 settembre 2021

LA VALLE DELL'ATERNO, ITINERARIO D'ABRUZZO TRA STORIA E AVVENTURA

La chiesa di S. Maria delle Grotte (o Ad Cryptas) di Fossa, prima tappa dell'itinerario lungo la valle del fiume Aterno. All'interno due cicli di affreschi tra i più antichi del medioevo abruzzese
 
Si può arrivare nel silenzioso e suggestivo paesino di Fossa, a pochi chilometri da L'Aquila, passando per il Capoluogo e dirigendosi poi verso est, attraversando il fiume Aterno. Oppure scendere dall'altopiano delle Rocche più a sud incontrando gli scorci unici del parco Sirente Velino. In entrambi i casi il paesaggio è quello splendido delle vette d'Abruzzo, con il Gran Sasso a dominare maestoso e torreggiante.

Particolare dell'abside nella chiesa in stile cistercense di S. Maria delle Grotte, o Ad Cryptas

Fossa costituisce la prima tappa di uno degli itinerari più affascinanti della Regione, lungo la valle del fiume che lambisce la città più importante dell'area nel proprio cammino dai monti della Laga al mare Adriatico.
 
Particolare dell'Ambone nella chiesa di S. Maria delle Grotte o Ad Cryptas di Fossa

Alle porte del piccolo borgo aggrappato ad uno sperone roccioso, tuttora caratterizzato da importanti lavori di ricostruzione post-sisma, si trova il gioiello più brillante: la duecentesca chiesa di S: Maria delle Grotte, o Ad Cryptas. Semplice l'esterno ispirato a forme gotiche, all'interno, che segue modelli cistercensi, custodisce due dei cicli di affreschi più antichi del medioevo abruzzese. Quelli a destra e in fondo sono di scuola benedettina del XIII secolo, mentre quelli di sinistra sono di scuola toscana tra il XIV e il XV secolo.

Sguardo alla parete settentrionale della chiesa di S. Maria delle Grotte o Ad Cryptas, riedificata dopo un sisma nel 1313 ed affrescata da pittori di scuola toscana

Un luogo che merita tempo per assaporarne tutte le emozioni, e la cui bellezza spinge alla meditazione e alla riflessione sulla sapienza e la sensibilità che portarono alla creazione di tanta magnificenza.

Particolare degli affreschi all'interno della chiesa di S. Maria delle Grotte, o Ad Cryptas, di Fossa

Lungo la strada che corre sinuosa nel verde della vallata si incontrano borghi e scorci incantevoli. Fontecchio ad esempio, il centro urbanisticamente più interessante dell'area. Ben conservato nella sua anima medievale accoglie il visitatore negli stretti e ripidi vicoli su cui affacciano edifici già rinnovati dopo il sisma o ancora sottoposti ad opere di ricostruzione. Le ferite inferte dal terremoto sono ancora visibili, come altrove del resto, ma traspare la volontà di rinascere nel rispetto delle proprie radici.

Fontecchio, la porta dei Santi sulla quale si staglia la torre dell'orologio

Dopo Fontecchio la strada conduce alla destra idrografica dell'Aterno per poi arrampicarsi sul fianco dei monti, dando l'opportunità di godere ancora di panorami dal fascino selvaggio e solitario. Si arriva così a Castelvecchio Subequo, sorto nel medioevo nei pressi della città peligna e poi romana di Superaequum.

Fontecchio, la porta dei Santi

Simbolo di questo grazioso borgo è la chiesa di S. Francesco, fondata nel 1288 e modificata nel 1647 con l'aggiunta della facciata barocca. All'interno lo straordinario altare maggiore in noce scolpito ed intagliato nel XVII secolo, e la cappella laterale dedicata al Santo di Assisi, affrescata tra il XIV e il XV secolo con storie relative alla sua vita.

Castelvecchio Subequo, interno della chiesa di S. Francesco fondata nel 1288 e modificata nel 1647. Il fastoso altare maggiore in noce intagliato e decorato nel XVII secolo 

Il viaggio nella Valle dell'Aterno consente di vivere in breve tempo una piccola sintesi dello spirito culturale d'Abruzzo: antiche chiese ricche d'arte e spiritualità, paesaggi assorti che portano alla contemplazione e speciali silenzi che solo la Natura incontaminata può regalare in questo meraviglioso lembo di Italia.

Castelvecchio Subequo, chiesa di S. Francesco. La cappella dei conti di Celano, o di S. Francesco affrescata con storie relative alla vita del Santo

giovedì 26 agosto 2021

LE PENDICI DEL VELINO CUSTODISCONO NATURA E ARTE

 

Il sito di Alba Fucens con i monti del Parco Naturale Regionale Sirente Velino sullo sfondo

La Marsica è una parte molto affascinante d'Abruzzo, uno dei suoi rari lembi pianeggianti con l'ex lago del Fucino al centro e una corona di vette attorno, meritevoli d'essere esplorate tanto d'inverno quanto d'estate.
Una di queste è il monte Velino che, assieme al Sirente, dà il nome ad uno dei molteplici parchi che caratterizzano la Regione.

Magliano de' Marsi, chiesa di S. Lucia XIII sec.


Alle pendici dell'imponente cima che raggiunge i 2487 metri d'altezza, il territorio non offre solo natura splendida e panorami dalla grazia selvaggia, ma anche innumerevoli tesori storico culturali. Borghi solitari aggrappati alla roccia e alla ripida terra, circondati dal verde e custodi di identità e tradizioni.


Rosciolo de' Marsi, chiesa di S. Maria in Valle Porclaneta (X sec.)


Come Magliano de' Marsi e la sua frazione di Rosciolo de' Marsi. Senza dimenticare l'antica città romana di Alba Fucens a pochi chilometri di distanza. Il primo centro può vantare la meravigliosa chiesa di S. Lucia eretta nel XIII secolo in forme d'ispirazione borgognona, con la facciata a tre portali in stile cistercense e il raffinato rosone ogivale.

Elaboratissimo rosone ogivale della chiesa di S. Lucia di Magliano de' Marsi


Ai lati di questo, molto interessanti le due coppie di formelle duecentesche incassate in cornici riccamente decorate. All'interno figure di uomini, animali e mostri. Sotto una di queste, nella cornice di sinistra guardando la facciata, si può scorgere la scritta palindroma sator arepo tenet opera rotas. Il suggestivo "quadrato magico" ritrovato in molteplici siti in tutta Europa e associato a numerose ipotesi interpretative.

Una delle due coppie di formelle duecentesche, poste ai lati del rosone ogivale delle chiesa di S. Lucia a Magliano de' Marsi. Tra le zampe della figura di sinistra si può scorgere una scritta.


Tra cui quella relativa alla cruces dissimulatae, un artificio escogitato dai primi cristiani per adorare la croce segretamente. Dato che, come scoprì nel 1926 Felix Grosser, pastore evangelista di Chemnitz, le 25 lettere del Quadrato possono essere disposte in modo tale da formare la parola Paternoster incrociata tra una A e una O, corrispondenti latine dell'alfa e omega dell'alfabeto greco, ovvero il principio e la fine di tutte le cose.

Tra le zampe di una delle figure contenute all'interno delle formelle ai lati del rosone ogivale di S. Lucia a Maghliano de' Marsi si scorge la scritta palindroma sator arepo tenet opera rotas. Il suggestivo "quadrato magico" ritrovato in molteplici siti in tutta Europa e associato a numerose ipotesi interpretative


A poca distanza da Magliano de' Marsi troviamo la sua deliziosa frazione di Rosciolo de' Marsi a 910 metri di quota. Antica fattoria romana della gens Roscia nel 91 a.c. , da cui il nome Rosculum , è un castello medievale attorno all'anno mille. Successivamente l'abate Desiderio, poi Papa Vittore III, vi istituisce un'abbazia benedettina la cui chiesa, nota oggi con il nome di S. Maria in Valle Porclaneta, rappresenta un autentico gioiello.

La chiesa di S. Maria in Valle Porclaneta conserva al proprio interno incredibili tesori d'arte: l'Ambone, l'Iconostasi e il Ciborio con numerosi affreschi anche di secoli successivi.


Un magnifico esempio di architettura romanica dell'XI secolo conserva al proprio interno incredibili tesori d'arte: l'ambone del 1150 con pilastrini ottagonali, la coeva iconostasi a colonnine tortili, il ciborio pure databile 1150 su quattro colonne con copertura ottagonale e numerosi affreschi anche di secoli successivi.

Il magnifico ambone della chiesa di S. Maria in Valle Porclaneta di Rosciolo de' Marsi (X sec.)


L'edificio, autentica perla del territorio, è incastonato nel bosco di querce secolari sotto lo sguardo delle alte rocce che osservano il visitatore mentre, tenendo il profilo del monte Velino alla propria sinistra, egli procede in direzione di Alba Fucens.

Chiesa di S. Maria in Valle Porclaneta (X sec.) . Si scorgono ambone, iconostasi e ciborio.


A pochi minuti d'auto da Magliano de' Marsi si trova infatti la più nota città antica d'Abruzzo, fondata dai Marsi e poi dal 304 a.c. importante centro romano sulla via Tiburtina Valeria. Dal foro alle terme, fino alla basilica, al santuario di Ercole e all'affascinante anfiteatro del I sec. d.c. di cui rimangono le gradinate.

Alba Fucens, la più nota città antica d'Abruzzo fondata dai Marsi e poi dal 304 a.c. importante centro romano sulla via Tiburtina Valeria


Ci si incammina sul basolato perfettamente conservato mentre i secoli di storia si manifestano attorno, regalando emozioni che fluttuano tra le vette.
Il Parco Naturale Regionale Sirente Velino guarda la piana del Fucino e sembra invitare gli amanti della Natura e della bellezza ad abbandonarsi alla contemplazione degli incredibili paesaggi e dei secoli di identità, cultura e spiritualità che ancora vivono all'interno dei propri confini.


Alba Fucens, anfiteatro del I sec. d.c. ancora oggi utilizzato per spettacoli all'aperto


mercoledì 5 agosto 2020

GRAN SASSO, IL CUORE DI UNA TERRA TRA BELLEZZA E FERITE

Il profilo del Corno Grande, sul Gran Sasso
Il profilo del Corno Grande, sul Gran Sasso

Grandi spazi verdi nel silenzio dei monti e delle vallate. Scoprire l'Abruzzo significa trovarsi in un luogo che sembra giungere da un altrove lontano. Una di quelle terre esotiche figlie dei documentari o dei film, che rapiscono la mente solo guardandole attraverso uno schermo. Che desideriamo proprio in quanto irraggiungibili, inafferrabili. Ebbene, questa regione così vicina e bellissima, regala le stesse sensazioni di sbalordimento e magnificenza che caratterizzano i tesori unici al mondo.

La piana di Campo Imperatore

Area tormentata dal destino e da quella stessa natura che la rende meravigliosa e magnetica. Il continuo ribollire del sottosuolo infatti distrugge e crea. Scuote la vita annichilendola e rigenerandola al contempo, donando nuova energia e voglia di combattere alle creature che lì abitano. Ci si affaccia sempre volentieri in questo piccolo regno di boschi e vette, di borghi antichi immersi nella quiete e di ospitalità. Vi si torna perché qui, quasi paradossalmente, c'è serenità e pace.

La cinta muraria di Assergi, paesino delizioso ai piedi del Gran Sasso

Il massiccio del Gran Sasso è uno dei simboli della regione, con il profilo maestoso del Corno Grande che domina la piana di Campo Imperatore. Una sorta di grande sala del re alla cui estremità si trova l'imponente trono di pietra. E il viandante deve percorrere deferente quella distanza fino a rendere omaggio al sovrano della montagna.

Assergi, particolare della chiesa parrocchiale di S. Maria Assunta (1150): portale romanico e rosone

Profili e paesaggi, quindi, ma anche profumi e sapori. Ogni viaggio culturale è anche un calarsi nell'identità enogastronomica locale. Scendendo gli aspri tornanti da Campo Imperatore verso Assergi non c'è niente di meglio di una tappa ristoratrice, fuor di metafora, in questo piccolo borgo adagiato alle pendici del grande monte. Le secolari mura risorte dopo il sisma abbracciano l'antico abitato ancora ferito. Una passeggiata tra gli stretti vicoli è il giusto epilogo di un pasto genuino a base di piatti tipici e intensi vitigni locali.

Rocca Calascio immersa nella nebbia. Fondata intorno all'anno mille nel XV secolo fu dotata delle quattro torri cilindriche

Rocca Calascio, antiche vestigia nella nebbia

Nei dintorni da non perdere una visita a Rocca Calascio, altro gioiello della zona. Dall'omonimo abitato recuperato negli ultimi anni nel rispetto dell'estetica originaria e votato all'accoglienza turistica, si sale alla rocca. Un vero monumento le cui quattro torri cilindriche e i camminamenti laterali trasmettono la forza dei secoli. Attorno un panorama impareggiabile riempie gli occhi. Anche in questa magìa è doveroso fare sosta per assaporare le molte prelibatezze che l'area ha da offrire.

L'Aquila, Basilica di S. Maria di Collemaggio, simbolo della città

Ineludibile infine una visita nel Capoluogo: L'Aquila. Simbolo per anni di dolore e sofferenza a causa del tremendo sisma del 2009, è tornata a splendere grazie alla tenacia e alla volontà. Il centro storico vede ancora gru e cantieri all'opera, ma molto è stato fatto. Dalla Fortezza spagnola alla Chiesa di S.Maria del Suffragio, meglio nota come chiesa delle Anime Sante. Fino al simbolo della città: la basilica di S.Maria di Collemaggio.

La fontana delle 99 cannelle, altro emblema de L'Aquila

La ricostruzione di quest'ultima, fedele a storia e tradizione, è quella de L'Aquila, e la sua rinascita è quella degli aquilani. Sbriciolata dal sisma con il crollo totale della cupola, delle volte e delle coperture del transetto, guardarla ora riempie il cuore. Un'opera momumentale l'ha restituita al mondo più solida e forte senza stravolgimenti estetici che l'avrebbero violentata.

La fortezza spagnola de L'Aquila, ancora soggetta a lavori di recupero

Lo stesso spirito di conservazione e fedeltà al modello ha caratterizzato la rinascita di un altro emblema del Capoluogo abruzzese come la basilica di S. Bernardino, che il terremoto aveva privato della cella campanaria e della cupola totalmente crollate. Senza dimenticare la Fortezza spagnola ancora soggetta a lavori e la celebre fontana delle 99 cannelle, ulteriore icona de L'Aquila con i suoi mascheroni che rappresentano i castelli che parteciparono alla fondazione della città.

Il profilo barocco della chiesa di S. Maria del Suffragio, più nota come chiesa delle Anime Sante.
Immafine iconica del terremoto oggi tornata a splendere


Un popolo che è riuscito a risorgere ancora, forte e gentile. Ed ora che nuove sventure si abbattono non solo sull'Abruzzo, dal Covid agli incendi, il segreto è sempre lottare e ricostruire con orgoglio e fedeltà verso le proprie radici. Ma questa è un'altra storia.

Prospetto della Basilica di S. Bernardino dove riposano le spoglie del francescano Bernardino da Siena. Uno dei più significativi monumenti rinascimentali d'Abruzzo.

lunedì 2 luglio 2018

MONTE CORNACCHIA, MAGIA TRA LAZIO E ABRUZZO


Lungo il sentiero in cresta verso il monte Cornacchia, tra Abruzzo e Lazio



Per esplorare luoghi selvaggi e incantati non c'è bisogno di affrontare viaggi intercontinentali. Basta guardarsi attorno, perché a poca distanza dalla città l'Italia offre ad ogni latitudine occasioni d'incontrare lo splendore. Ad un paio d'ore d'auto da Roma, ad esempio, la magia delle montagne tra Lazio e Abruzzo si svela al visitatore.
Da Villavallelonga, silenzioso borgo abruzzese adagiato al termine di uno stretto pianoro che si snoda verso sud da Avezzano, nel verde di boschi secolari in cui vivono leggende antiche dialogano sentieri che salgono tortuosi verso le molte cime dei dintorni. Una di queste è il monte Cornacchia, un duemila che sovrasta la cittadina laziale di Sora, lungo il confine tra aquilano e frusinate all'interno del Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise.
Subito dopo l'attacco del sentiero, appena fuori dal paese, ci si inoltra in un bosco fitto di alti faggi i cui colori vividi fluttuano nell'aria giocando con i raggi del sole che filtrano dalle folte chiome, per poi ricomporsi in sfumature sfuggenti. Il terreno è cedevole a causa delle foglie depositatesi nella quiete del tempo. Oltre un'ultima sporgenza, all'improvviso, si schiude allo sguardo la maestosità degli spazi fino a quel momento chiusi dal bosco.
Per chilometri in ogni direzione nulla è nascosto in quella delizia. Dorsali e forre, colline ondulate e aspri costoni. Tutte le tonalità del grigio e del blu, tra rocce e cielo, si uniscono al verde uniforme delle alberature che vestono come un mantello pendici lontane. Ora il sentiero si indurisce di sassi affilati lungo la cresta che sale decisa ma regolare. 
Si giunge infine al culmine, in vetta. E la fatica viene ripagata dalla consapevolezza d'aver assaporato qualcosa di intenso e delicato al contempo. Un viaggio nel fulgore poetico dell'Appennino. Magnificenza a due passi da Roma.


Panorami selvaggi e incantati verso la cima del monte Cornacchia, al confine tra Abruzzo e Lazio